’Joker’, la rivoluzione del cinecomic

di Luca Graziani

 

Tra i professionisti e gli appassionati riuniti al Lido, contagiati da un film sulla genesi del principe pagliaccio del crimine, risuona l’iconica risata del super cattivo.

È la risata di Joaquin Phoenix, sul quale ricade la responsabilità di interpretare uno dei ruoli più controversi del cinema, con una prova che sembra in grado di riscattare un intero genere spesso ingiustamente accusato di offrire interpretazioni attoriali al minimo sindacale. Era dal 2008 che il grande pubblico, in parte accontentato dalla performance di Leto, aspettava questo momento. Una risata viscerale che scuote e gela non dalla paura o dall’orrore, ma dalla compassione per quella smorfia dolorosa, struggente, che fa male e trasmette un turbamento e un disagio senza rimedio. È proprio l’assenza nella nostra società di questo sentimento di vicinanza alla sofferenza altrui che il film diretto da Todd Phillips vuole far emergere.

 Arthur Fleck è un cabarettista-pagliaccio incapace di far ridere che con le sue crisi isteriche riesce solo a mettersi in ridicolo e in pericolo. Nel tentativo di affermare la propria identità e poter dire a gran voce “io esisto”, oltrepassa il punto di non ritorno iniziando quel viaggio che lo porterà a diventare “l’uomo che ride”.

La storia si inspira a ‘The Killing Joke’, quello che è considerato uno dei più grandi graphic novel dedicati all’uomo pipistrello e incentrato sulle origini del suo nemico numero uno. Ma quella di Phillips è una storia per lo più originale, che può non convincere gli appassionati del fumetto ma che di sicuro convince cinematograficamente.

 Arthur è affetto da una malattia mentale, causa degli spasmi che degenerano in un riso sofferente e malinconico, che dà voce, come mai prima sul grande schermo in un cinecomic, all’ampio spettro sociale dei reietti, degli emarginati: coloro che vivono una vita non degna di questo nome, invisibili agli occhi di una società capitalistica che li calpesta senza pietà. È questa la gente di joker. “Siamo tutti joker” finisce per gridare la voce del popolo. E così uno degli ultimi trova finalmente l’approvazione tanto agognata dando vita ad un’insurrezione collettiva degna di ‘V per vendetta’. Ma non è un film politico, come ci tiene a ribadire il regista e produttore statunitense, anche se ha tutta l’aria di esserlo.

Poca e calibrata la violenza e poco il sangue, molto spazio lasciato invece all’introspezione della nemesi del pipistrello nella sua Gotham anni settanta dalle atmosfere di ‘Taxi driver’. Phoenix, un degno successore di Ledger, gioca con la gestualità di un figura magra e deperita dando vita a una performance impressionante. Invisibile così in tutti i sensi, si lancia in torsioni muscolari che danno corpo al malessere psicologico, doloroso e profondo. Ma c’è spazio anche per lasciarsi andare a danze sfrenate sulle note di ‘That’s Life’ con De Niro al suo fianco, conduttore di un popolare talk show deciso a mettere in ridicolo un povero squilibrato a cui vengono negati servizi sociali e supporto psicologico.

La musica e il trucco, che ricorda vagamente quello del joker di Nolan ma che si inspira in realtà ad un serial killer americano realmente esistito negli anni settanta, danno il loro grande contributo alla riuscita di questa versione del clown, un uomo che non vuole ‘veder bruciare il mondo’, né far politica ma che è in cerca solamente della felicità.

“Put on a happy face”.

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