‘The Laundromat’ (2019), di Steven Soderbergh.

di Luca Graziani

Il nuovo film di Soderbergh è una black comedy targata Netflix che si scaglia contro “l’elusione fiscale” e i suoi paradisi.

Quello che si prospetta essere un film di genere su conti offshore e guru dell’alta finanza con un linguaggio prettamente tecnico e una sceneggiatura contorta, rivela invece un registro leggero, divertente perfettamente adatto al grande pubblico. Un taglio fresco quello di Soderbergh in grado di renderla un’opera memorabile per la spigliatezza dei sui interpreti (Gary Oldman, Antonio Banderas) e per la compostezza con cui si prende gioco della complessa struttura economica della società.

La frode fiscale raccontata direttamente dai due protagonisti del caso “Panama Paper”, personaggi presi in prestito dal libro “Secrecy World: Inside the Panama Papers”, che con il volto di due star intramontabili guardano in camera rivolgendosi al pubblico con una scaltrezza e una aggressività degna di Frank Underwood, senza però dimenticare la vena commedy che anima il film.

La coraggiosa apertura della porte della biennale al colosso dello streaming americano ha permesso che ‘The Laundromat’ fosse in concorso nella selezione ufficiale. Netflix, il cui logo si staglia sullo schermo nero della sala Darsena ad inizio proiezione, viene accolto da uno scrosciare di applausi. Soderbergh si dimostra lungimirante, tanto scaltro da puntare sul cavallo vincente. Ed ora è pronto per conquistare, con soli 90 minuti, il cuore della gigantesca platea di utenti iscritti alla piattaforma statunitense.

La vittima numero uno di questa storia è l’eterna Meryl Streep, la malcapitata Ellen alla quale viene negato il giusto indennizzo per la morte del marito. Un’assicurazione colpevole di frode, nascosta dietro società fantasma allo scopo di speculare sulla pelle delle persone, si espone imprudente all’irriducibile caparbietà di questa donna che spinta non dal denaro quanto dal dolore che la divora in silenzio, avvia un’indagine investigativa decisa a smascherare una truffa colossale.

Soderbergh con l’aiuto del grande cinema anni settanta, costruisce un film minuto dopo minuto dando vita ad una storia, come afferma, sapientemente riorganizzata in sala di montaggio. È li che mette insieme i pezzi di una struttura narrativa frammentata conquistando il favore del pubblico.

In sala non si sa se ridere alle battute coinvolgenti di Oldman e Banderas sul baratto, le mucche e le banane o rabbuiarsi difronte alla denuncia morale della Streep in un film divertente ma soprattutto necessario a far luce su un sistema marcio e corrotto che deve essere cambiato. Ma l’appello più accorato è rivolto direttamente agli States, il più grande paradiso fiscale in un mondo di regole talmente fragile da incrinare le certezze dei cittadini di fronte a parole quali giustizia e uguaglianza. Attività criminali, droga, armi, riciclaggio, il tutto nascosto dietro società “guscio” a scatola cinese fanno si che nel XXI secolo cinquanta uomini detengano la metà delle ricchezze mondiali. Forse stiamo sbagliando qualcosa.

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