‘J’accuse – l’ufficiale e la spia’ (2019), il nuovo grande film di R. Polanski

‘J’accuse – l’ufficiale e la spia’, il nuovo film di Roman Polanski è bellissimo.

Le polemiche il giorno del suo arrivo al lido -un’accoglienza quella riservata all’opera di certo non delle migliori-, pregiudizi espressi dalla giuria stessa attraverso le dichiarazioni della presidente Lucrecia Martel che si mostra fermamente decisa nell’affermare “non applaudirò il film”, la produzione che minaccia di ritirare la pellicola in concorso e Polansky che non si presenta, non riescono a offuscare la luce di un film che è un’opera d’arte, a tutti gli effetti.

Il regista, dai trascorsi privati difficili e tormentati, si cala nella grigia Parigi di fine ottocento tra le fila dei decorati francesi. La sua missione, dietro la cinepresa, è raccontare una storia di alto valore sociale ma anche avanzare una rivendicazione personale di innocenza. Una mossa quella di lasciar parlare l’arte a propria discolpa che è ormai frequente nel mondo del cinema, viene in mente l’ultima apparizione di Spacey. A suggellare questa complicità tra l’universo cinematografico e la realtà terrestre, nel cast c’è Emmanuelle Seigner, amante del protagonista della pellicola e moglie del regista franco-polacco.

Si tratta di un processo pubblico senza appello, procedimento il cui esito è chiaro fin dall’inizio: le prove fabbricate, i testimoni comprati dalla cieca obbedienza allo stato maggiore. Parigi è scura e sporca, sul punto di marcire come le istituzioni contro cui si scaglia il film. È chiara quale sia la volontà di Polanski, trasporre i suoi trascorsi di vita vissuta su una verità storica che fa inorridire, la persecuzione ebraica. L’antisemitismo, piaga che in quegli anni si nutriva del crescente malumore popolare, strisciante nell’ombra circospetta in attesa di poter esplodere al momento opportuno nella sua forma più violenta e terrificante.

Il celebre regista sceglie la tragica vicenda del francese Alfred Dreyfus (nel film un calvo Louis Garrel), ufficiale di origini ebraiche ingiustamente accusato di alto tradimento e condannato all’esilio nello sperduto atollo che porta il nome di Isola del Diavolo.

 All’uomo -che la sceneggiatura esalta raccontandone le gesta di alto profilo morale, le battaglie in nome della giustizia e della verità-Polanski dà il volto di Jean Dujardin, l’eroico ufficiale dell’esercito francese Georges Picquart. Da principio spettatore, poi complice involontario e infine, conscio del terribile errore, strenuo difensore del povero capitano ebreo.

Ma nel film non c’è una vera star, protagonista è la storia, come sentenziano cast e produzione all’unanimità. Il thriller si fa carico di rendere giustizia ad una storia vera che tutti i francesi portano nel cuore spesso senza conoscerla davvero.Un regista perfezionista come uno storico e orgoglioso e fiero quasi quanto il protagonista del suo J’accuse, titolo del famoso editoriale contro gli ufficiali dell’esercito responsabili del caso Dreyfus che costò a Èmile Zola la prigione. Un episodio che scosse profondamente la nazione, una ferita mai rimarginata, segno premonitore degli eventi che verranno di lì a breve.

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