‘American Skin’, di Nate Parker (USA, 2019)

 di Andrea Lilli

 

Lena gets her son ready for school 
She says “on these streets, Charles 
You’ve got to understand the rules 
If an officer stops you
Promise you’ll always be polite, 
That you’ll never ever run away
Promise Mama you’ll keep your hands in sight”

[Lena prepara il figlio per andare a scuola. Gli dice “Su queste strade, Charles, devi capire le regole: se un poliziotto ti ferma, prometti che sarai sempre educato, che mai e poi mai scapperai via correndo. Prometti alla mamma che terrai le mani sempre bene in vista”.]

 

Parole che non sono pronunciate nel film, ma ne fanno parte perché contenute in American Skin (41 shots), canzone dedicata da Bruce Springsteen ad Amadou Diallo, giovane di colore ucciso senza motivo vent’anni fa da poliziotti newyorkesi bianchi, tragedia a cui si ispira questo film, ‘patrocinato’ e presentato a Venezia da Spike Lee.

Non sono bastate due elezioni presidenziali, otto anni di un afroamericano alla Casa Bianca a tranquillizzarci, a dimostrare come negli Stati Uniti la questione razziale sia definitivamente risolta, ad illuderci che siano finite le discriminazioni sociali dovute al colore della pelle. Tutt’altro. Il movimento BLM (Black Lives Matter), nato in piena era Obama sull’onda di protesta per numerosi eccessi polizieschi contro i neri, continua a svilupparsi denunciando violenze, discriminazioni e comportamenti razzisti, che nei primi due anni e mezzo dell’era Trump non sono certo diminuiti.

E mentre ‘The Donald’ continua a tollerare l’uso facile delle armi e a sollecitare l’uso della forza contro gli immigrati clandestini, se quest’anno viene presentato a Venezia un film di denuncia sociale come American Skin, imperniato sulla brutalità riservata dagli agenti di polizia federale verso gli uomini di colore, ci sarà un motivo, anche se non spetta a noi indagarlo e discuterlo in questa sede.

E tantomeno c’interessa la lontana ed ininfluente biografia giudiziaria del regista, sceneggiatore e interprete principale Nate Parker, con l’abituale strascico di polemiche post #MeToo.

A noi interessa la qualità di questo film, la sua intensità, l’efficacia comunicativa, che è di straordinario impatto, riconosciamolo. Al suo secondo lungometraggio, Parker ha realizzato un thriller teso, incisivo e spiazzante, una freccia sicura che colpisce più bersagli e lascia il segno non solo negli avversari dichiarati, i razzisti wasp, ma pure in chi si schierasse troppo facilmente. Seppur vaccinati politicamente, si esce dalla sala scossi, costretti a rivisitare i propri pregiudizi sulle questioni sociali legate al colore della pelle, perché questo film non punta tanto a denunciare il razzismo dei poliziotti, o ad analizzarne le cause culturali e socioeconomiche, cui pure si accenna, quanto a studiarne le conseguenze psicologiche e morali, ovvero il modo in cui ciascun individuo reagisce ad una tragedia a sfondo razzista. Dall’indifferenza all’autocolpevolizzazione, passando per i vari gradi intermedi: negazione, giustificazione, minimizzazione, fatalismo, frustrazione, odio, rancore, vendetta, manipolazione della tragedia personale, ciascun umano atteggiamento viene rappresentato da un personaggio del film, grazie all’attenta e mai scontata sceneggiatura.L’umile eroico protagonista è un bidello di scuola, ex veterano dei Marines, di nome Lincoln Jefferson (non a caso due presidenti USA tra i più evocativi del mito americano di una nazione eterogenea ma unita). Lungo il suo doloroso percorso di vendetta/giustizia conseguente alla morte impunita del figlio per mano di poliziotti bianchi ad un posto di blocco, affronta e supera tutta questa serie di reazioni/personaggi , dalla moglie separata alla troupe di giovani che girando un reportage (abile artificio narrativo)segue le vicende in diretta, dai suoi amici ai poliziotti presi in ostaggio, dai detenuti ai cittadini comuni che comporranno la giuria, nel tribunale imposto da Lincoln, chiamata a decidere della vita del poliziotto omicida. Con un finale degno di tutta l’adrenalina accumulata.

Non è dunque solo un film a tema sociale, ma anche e soprattutto una tragedia sofoclea in cui l’eroe ci porta all’immedesimazione, invitandoci a riflettere sulla sua passione dai diversi punti di vista.

Dopo The Birth of a Nation – Il risveglio di un popolo (2016), Nate Parker conferma e raffina uno stile narrativo originale, coinvolgente, che aiuta la sua denuncia a sfuggire alle facili retoriche di genere.

Biennale Cinema 2019 – sezione Sconfini

 

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