Il tempo dei cavalli ubriachi ( Iran/2000 ) Regia di Bahman Ghobadi

di Girolamo Di Noto

“Ho realizzato questa opera come umile tributo alla mia cultura heri”. Con queste parole il regista Ghobadi, iraniano di etnia curda, apre il suo primo lungometraggio, girato in curdo, in una terra di confine tra Iran, Iraq, Turchia e Siria dove, un gruppo di milioni di persone, vive in una condizione di marginalità. Il film si basa su una storia vera. I protagonisti sono cinque fratelli orfani che vivono da soli ai confini con l’Iraq. Per racimolare il denaro necessario a curare e operare il più giovane, un bambino disabile affetto da una grave forma di nanismo, il maggiore Ayoub rischia la vita sul confine minato. D’accordo con lo zio, garante dei cinque minorenni, viene deciso di dare la sorella maggiore sposa ad un ricco signore iracheno. La famiglia dello sposo, però, non accetta di accogliere il fratello disabile, il quale verrà rispedito in Iran con l’altro fratello a dorso di mulo e senza denaro.

Ghobadi, già assistente alla regia per Kiarostami nel film Il vento ci porterà via e attore per il film Lavagne di Samira Makhmalbaf, mette in scena con uno stile quasi documentaristico, da un lato una cruda denuncia della tragica miseria che incombe sugli abitanti di questa zona del Kurdistan iraniano, vite segnate dalla marginalità, dall’ immane fatica, dall’invisibilità e dall’altro, dal momento che si parla soprattutto di bambini, realizza uno splendido e malinconico ritratto d’infanzia rubata. Non è permesso a questi bambini di sognare, di essere spensierati: sono costretti da subito, di fronte alle asperità della vita, a crescere in fretta e a rischiare ogni giorno la vita, sottoposti da sempre alla terribile fatica di marciare su percorsi difficili, in un ambiente naturale ostile, indifferente alle sofferenze umane.

Presentato alla Quinzaine des Réalisateurs e vincitore della Camera d’Or al Festival di Cannes 2000, Il tempo dei cavalli ubriachi è un’ opera intensa, cruda che vuole far riflettere sulle persecuzioni che i curdi subiscono a opera della Turchia e dell’ Iraq, ritornate purtroppo alla ribalta negli ultimi tempi, su questa umanità dolente, dispersa in quattro nazioni, alla ricerca di un’identità, sempre alle prese con una condizione di emarginazione. I bambini protagonisti del film più di tutti riescono meglio ad incarnare le difficoltà del vivere quotidiano, la violenza fisica e psicologica alla quale sono sottoposti, il loro continuo sentirsi estranei di fronte agli altri che vivono al di là del confine.

Il confine è il tema presente nel film che il regista tratteggia con molta attenzione. Prima di tutto come confine fisico che è ben sintetizzato nel valico di una montagna innevata che gli abitanti, soprattutto contrabbandieri, devono attraversare per reperire a buon prezzo prodotti introvabili nel paese in cui vivono o, come nel caso di Ayoub, che deve superare per far fronte all’arduo compito di trovare soldi necessari per salvare il fratellino. Al di là del confine c’è l’Iraq, ci sono i proiettili di chi non vuole permettere quell’attraversamento ai curdi dell’ Iran, c’è un nemico invisibile ( non si vede, ma si sente ), ci sono soprattutto le mine che cospargono i campi, i sentieri, le frontiere, dalle quali bisogna avvedersi, quelle stesse mine che hanno ucciso il padre dei nostri protagonisti rendendoli orfani. C’è poi un confine dell’ esistenza dal momento che la vita dei bambini è sempre al limite, costretti a lavori massacranti, inseriti in luoghi gelidi, inospitali. La fatica a cui sono sottoposti Ayoub e gli altri è mostrata dal fango, dalla roccia, dai cavalli che non sono certo adibiti ad essere cavalcati, ma sono bestie da soma e tutti ‘ubriachi’ di lavoro. Il titolo del film si riferisce al fatto che i contrabbandieri per far resistere i cavalli al freddo e alla fatica aggiungono alla biada l’alcool.

Alessandro Leogrande, uno degli intellettuali più importanti del nostro tempo, purtroppo scomparso troppo presto, che ha dedicato la sua vita per lottare contro le frontiere e i naufragi, il capolarato e l’ignoranza, aveva giustamente osservato che la frontiera altro non è che ” un varco che si apre “. Frontiera è il luogo dove ci si trova ‘ di fronte ‘ qualcuno. Il varco è una parola che esplicita l’idea di attraversamento e che definisce la legittimità di spostarsi come immagine di libertà. Così dovrebbe essere, ma non è. Il confine, in tal senso, è una barriera invalicabile, è associato ad un’idea di limite e anche quando il confine si riesce ad attraversare resta sempre da superare quello ideologico, il confine mentale, dei pregiudizi. Emblematica la scena del matrimonio della sorella, in cui la famiglia dello sposo è descritta nella sua incapacità a provare sentimenti di solidarietà verso chi soffre. La madre dello sposo iracheno rifiuta di prendersi carico del ragazzo handicappato e pensa di sdebitarsi e lavare la sua coscienza offrendo come indennizzo un mulo e lasciandoal suo destino il bambino disabile. I protagonisti, immersi in un immenso paesaggio innevato, assistono impotenti all’assenza di solidarietà, alla mancanza di strutture sanitarie e assistenziali che potrebbero sostenere chi soffre.

Gli unici frammenti di umanità sono presenti nei momenti in cui Ayoub gioca con il fratellino, negli sguardi complici e teneri dei bambini, o quando Ayoub irrompe nel corso di una lezione per dare alla sorella più piccola un quaderno che è riuscito a comprare dimostrandosi consapevole che l’unico modo per uscire dalla povertà è studiare. ” Non c’è viaggio senza che si attraversino frontiere”, dice Claudio Magris in un suo importante saggio e il viaggio che intraprende Ayoub con i suoi fratelli non ha altro che obiettivo quello del raggiungimento di una vita autosufficiente che lui persegue con accanimento e disperazione. Film che sa cogliere, anche grazie ad immagini di grande forza espressiva, la sofferenza dei curdi, che sa restituire la condizione spietata di un popolo che vive in un Paese che non c’è e che infine invita, come ogni film di denuncia deve saper fare, a riflettere e a guardare oltre i propri confini in modo da accorgersi che la causa delle devastazioni fisiche e morali di un popolo è spesso imputabile alla nostra indifferenza.

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