Jesus Rolls – Quintana è tornato (2019) di John Turturro

di Laura Pozzi

Trascorsi sei anni da Gigolò per caso (2013), John Turturro torna dietro la macchina da presa (ri)portando sullo schermo un personaggio a lui caro, esploso una ventina d’anni fa grazie all’estro dei fratelli Coen che ne Il grande Lebowsky lo tramutarono da antagonista secondario ad icona imprescindibile di un film divenuto in seguito autentico cult movie. Stiamo parlando di quel Jesus Rolls, svitato ed eccentrico campione di bowling capace di lasciare in pochi minuti un segno indelebile nella vita di Drugo e nell’ immaginario collettivo degli spettatori.

In effetti un personaggio così carismatico da rubare la scena ad un trio celestiale come Jeff Bridges, John Goodman e Steve Buscemi, non poteva banalmente finire nel dimenticatoio ed anche se il film dei Coen risulta cinematograficamente un’esperienza unica e irripetibile Turturro non si lascia intimorire, coglie al volo l’occasione e realizza una sorta di spin-off, ispirato al film di Bertrard Blier “I santissimi” ma nettamente (e non potrebbe essere altrimenti) distante dai suoi padri putativi. Jesus Rolls come giustamente tende a sottolineare non è un personaggio inventato dai diabolici fratellini statunitensi, ma una sua creatura nata su un palcoscenico teatrale nel 1988. Una “vecchia” conoscenza quindi che l’attore italoamaericano modella e manipola a suo piacimento cucendogli addosso una storia non particolarmente originale e avvincente, ma padroneggiata con acume e sensibilità.

Jesus Rolls è appena uscito di prigione, ad attenderlo Petey (Bobby Cannavale) amico e compagno con cui condivide praticamente tutto, due moderni Don Chisciotte e Sancho Panza alle prese con una serie di avventure rocambolesche vissute sul filo del rasoio. Il regista costruisce il più classico del road movie, con protagonisti due “loser” irresistibili, alla disperata ricerca di una libertà dai tratti marcatamente naif. La storia fin dalle prime battute non rinuncia ad un clima leggero e disimpegnato che sembra trovare il suo apice nel surreale incontro con Marie una finta svampita tutto sesso anche lei in cerca di emozioni forti. La messa in scena di un trio in una commedia a tratti dal sapore vagamente demenziale è quasi sempre sinonimo di garanzia e infatti sarà proprio l’ambigua civetteria della stralunata Marie ad innescare la scintilla necessaria nel far evolvere e rendere credibili paradossali situazioni che di lì a poco coinvolgeranno e travolgeranno i tre incontenibili scapestrati.

Tre personaggi alla ricerca di non si sa bene cosa, ma assolutamente liberi da ogni costrizione e compromesso. Una libertà costantemente evocata e mai messa in discussione anche quando diviene ingombrante e difficile da gestire come mostra la splendida e inossidabile Susan Sarandon nella sequenza più toccante e riuscita del film. Ma tutta la storia è abilmente giocata sull’incessante gioco delle parti che contraddistingue da sempre l’universo maschile da quello femminile. E se gli uomini cercano in tutti i modi di comprendere e in parte afferrare l’intricato mondo delle donne, quest’ultime mostrano di essere una spanna sopra. In un film che almeno sulla carta sembra celebrare due simpatiche canaglie pronte a tutto per sopravvivere ad un mondo misero e decisamente poco affascinante Turturro con autentica maestria e commovente generosità abbandona la nave lasciando al timone tre incantevoli creature, Sonia Braga, Audrey Tautou e la gia’ citata Sarandon.

Questo per sottolineare come tre magnifiche presenze possano illuminare e far decollare una storia narrativamente fragile. Il resto lo fa una pregevole colonna sonora affidata anche questa ad una donna, la talentuosa Èmile Simon già sorprendente autrice de La marcia dei pinguini (2015).

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