Incontro con Casey Affleck per ‘Light of My Life’

di Corinne Vosa

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Domenica 3 novembre, Roma. Conferenza stampa di Light of My Life, con Casey Affleck, regista e interprete del film, e la coprotagonista Anna Pniowsky.
In un mondo post-apocalittico, flagellato da una piaga che ha quasi del tutto estinto il genere femminile, un uomo viaggia ininterrottamente alla ricerca di un posto sicuro dove poter crescere sua figlia Rag.

Questa la trama del primo lungometraggio di finzione diretto da Casey Affleck, regista nel 2010 del documentario I’m Still Here, sulla vita dell’amico attore Joaquin Phoenix.

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Viene subito citata la favola il cui racconto orale apre Light of My Life. Casey spiega che lo sviluppo del film è partito da questa storia, che raccontava ai propri nipoti e figli: “ho scelto di raccontare questa favola della mezzanotte parlando di quegli animali che non erano stati scelti e selezionati per salire sull’arca di Noè”. Era interessato a interrogarsi sulle scelte e preferenze della società, che predilige e discrimina, come Noè nello scegliere quali coppie di animali salvare. Una favola sui reietti aggiungiamo noi, la cui intelligenza e forza interiore può rivelarsi salvifica per tutti gli altri che li avevano sottovalutati. “Mi sono sempre un po’ sentito ai margini, non sono mai stato quello considerato la prima scelta per una parte da protagonista; questo mi ha portato ad identificarmi con l’idea di non essere il prescelto, come questi animali”.

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Casey ha scritto la sceneggiatura quando era già padre dei suoi due figli e che la paternità sia stata uno stimolo fondamentale per quest’opera è più che evidente. In merito al pretesto narrativo ideato ha dichiarato: “Il mondo senza donne sarebbe un luogo tremendamente orribile in cui vivere. Questo è il motivo per cui ho scelto di raccontare questa storia e questa parte dell’apocalisse affinché fosse connessa alla storia dei personaggi. Tutti noi genitori tendiamo a pensare che il mondo sia un luogo pericoloso per i nostri figli e quello che cerchiamo di fare è proteggerli dai pericoli e laddove non siamo in grado cerchiamo comunque di prepararli a proteggersi da soli. Quello che ho cercato di fare è creare una patologia grave per le donne e a causa della quale questo padre si sentisse ancora più minacciato rispetto alla propria bambina.

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La talentuosa Pniowsky aggiunge: ”Non so come esprimere la mia piena gratitudine per aver ottenuto questo ruolo, perché probabilmente è stato la migliore esperienza della mia vita in senso assoluto”. Anna si augura di continuare a fare questo lavoro in futuro, perché ama recitare, è la sua passione. Per Casey questa giovane attrice ha raggiunto durante le riprese un ottimo equilibrio tra vulnerabilità e indipendenza, è stata in grado di recitare le battute con sfumature diverse e seguire perfettamente le indicazioni di regia. “Sono sicuro che avrà una lunga carriera“.
Tornando al significato del film il regista-attore spiega che la suspense che lo permea non è tanto dovuta alle minacce esterne che incombono sui personaggi ma alla perdita dell’innocenza che si prefigura e minaccia di rompere la bolla della tenda iniziale, questa bolla che è il rapporto padre-figlia. C’è un mondo esterno là fuori che sappiamo essere pericoloso, ma da cui la ragazza è incuriosita. Inevitabilmente un contatto dovrà avvenire.

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Molto interessante è stato l’aneddoto che Affleck ha raccontato sulla lavorazione di Gerry. All’epoca chiese a Gus Van Sant di cosa parlasse il film e lui gli rispose: “Lasciamo che i temi emergano da soli, che si trovino da soli. Raccontiamo la storia così come la dobbiamo raccontare, vediamo cosa ci succede strada facendo e poi scopriamo i temi che emergono e di cosa parla il film”. Vedendo Light of My Life è facile comprendere quanto Casey abbia fatto proprio questo approccio. Racconta infatti di essere partito dai propri ricordi e pensieri di padre. “Nel realizzarlo ho cominciato a rendermi conto di cosa parlasse. Il film parla di imparare a lasciare andare, cosa di cui non mi ero reso assolutamente conto mentre lo scrivevo”. Aggiunge successivamente: “Ho scritto questo film tirando fuori delle cose che sono uscite dal mio cuore in maniera organica; ho lasciato che i temi emergessero, non mi sono messo lì con l’intenzione di scrivere una metafora. Lo definirei piuttosto un’espressione impressionista”.

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Riguardo il rapporto con la fantascienza distopica, Casey ha detto che The Road di Cormac McCarthy è il suo romanzo preferito, lo ha amato moltissimo e ovviamente ha dovuto prestare attenzione a non emularlo durante la realizzazione del suo film, molto simile come trama e atmosfere. “Ma poi sono tante le cose che devi evitare quando giri un film se vuoi cercare di essere originale perché poi fondamentalmente di originale c’è ben poco; sicuramente qualcun’altro ha fatto qualcosa di simile quindi la cosa migliore è seguire il tuo istinto, il tuo cuore, quello che ti interessa”.

Un film contraddistinto da un toccante intimismo; un’avventura d’amore firmata Casey Affleck.

Dal 21 novembre al cinema!

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