‘The Bra- Il Reggipetto’ (Germania, Azerbaijan/2018), di Veit Helmer

di Girolamo Di Noto

Nel quartiere popolare “Shanghai ” di Baku, nell’Azerbaijan, il treno passa ancora in mezzo alle case e il suo passaggio, annunciato dal fischio prolungato di un bambino, dà vita ad un fuggi fuggi generale degli abitanti che devono rintanarsi e liberare la via per non essere travolti. Il macchinista è Nurlan, un anziano e malinconico ferroviere (interpretato dal noto attore serbo Miki Manojlovic, attore feticcio di Kusturica), ligio al dovere, mite e gentile, che ogni giorno percorre la sua tratta e ogni tanto, senza volerlo, trascina con la sua locomotiva una tovaglia, un pallone che poi restituisce al legittimo possessore.

Una sera Nurlan, al termine dell’ultimo viaggio prima della pensione, si accorge che ad essere impigliato sul parabrezza del suo treno è un reggiseno.

Come il principe azzurro con la scarpetta di Cenerentola, così nel film il conducente del treno si mette alla ricerca della legittima proprietaria iniziando un viaggio buffo- a piedi – carico di sorprese e alle prese con donne laide, leggiadre, scontrose, seducenti, ma tutte accomunate dal desiderio di essere le prescelte. Riuscirà Nurlan a ritrovare la proprietaria del reggiseno?

Presentato a Bari nel 2019, al Bifest, all’interno della categoria Panorama internazionale, il film di Veit Helmer è una fiaba malinconica, poetica, colorata e che ha la sua forza- e in questo forse sta la sua scommessa più ardita- nel fatto che è senza dialoghi. Non è un film muto, non ci sono didascalie che spiegano o commentano le scene: è un film non parlato e il silenzio è interrotto solo da risate, urla, dallo stridore delle ruote sui binari.

In un’intervista, il regista ha giustificato la scelta di non far parlare gli attori perché ” i momenti non verbali tra gli esseri umani sono quelli più forti. Io voglio comunicare con le anime del pubblico, non solo con il loro cervello. Sento che le parole sono banali”.

La scelta registica di Helmer- la sua ardua scommessa- è aiutata dalla straordinaria interpretazione degli attori (oltre al citato Manojlovic, non vanno dimenticati l’assistente macchinista Denis Lavant e in un ruolo secondario -aspiranti Cenerentole- Paz Vega, Maia Morgenstern, Chulpan Khamatova), che riescono a non far rimpiangere la parola usando gesti, movimenti del corpo in funzione comunicativa dando linfa ad un film per nulla noioiso, ma lieve, umoristico, a tratti anche drammatico, di certo- il titolo potrebbe ingannare- non volgare né pruriginoso.

I seni sono lasciati intravedere senza volgarità e la ricerca ossessiva da parte di Nurlan della proprietaria del reggiseno è più dettata dalla sua solitudine e dal voler rimettere le cose al loro posto che da intenti voyeuristici. Attorno a questo stralunato personaggio- a metà tra Tati e Keaton- si snoda la vita sempre uguale degli abitanti di questo surreale villaggio (il sobborgo è davvero esistito e poi demolito nel 2017 subito dopo le riprese del film), in un paesaggio rurale di un Azerbaijan colorato e fiabesco. Attorno a lui scene che si ripetono: persone che giocano a dama, che bevono il tè, bambini che giocano a palla, si divertono, donne che stendono fili per asciugare la biancheria; la vita si svolge sui binari che diventano per forza di cose strade e luoghi di aggregazione.

Il treno, almeno nella prima parte del film, è il protagonista principale che, oltre ad essere un mezzo di trasporto, diventa, come lo sarà il reggiseno nella seconda parte, anche rivelatore di comportamenti individuali e collettivi e Nurlan, assieme all’ apprendista macchinista che suona la tromba al ritmo degli ingranaggi, non può far altro che riservare uno sguardo benevolo e gentile. La solitudine accomuna Nurlan e le donne che accarezzano il sogno di indossare l’ambito indumento: il protagonista, bussando di casa in casa, con gentilezza e grazia forse è alla ricerca dell’ amore che gli manca e nell’ attesa non può che limitarsi a scrutare con occhi dolci i seni delle donne a cui porge l’indumento. Le donne, a loro volta, nel voler essere prescelte, nella speranza che forma e seni combacino, esprimono il desiderio di essere altro rispetto a quello che sono. Il reggiseno, in tal senso, non ha nessuna funzione decorativa, ma catalizza le varie storie facendo nutrire la speranza a ciascuna donna, almeno per un giorno, di vivere il proprio sogno come, ad esempio, la madre di tre figli che sognava di essere una ballerina o la prima donna incontrata che cerca in tutti i modi di allacciarsi il reggiseno per immaginare di essere quella che avrebbe voluto essere ma non è stata.

È una ricerca difficile, buffa, a tratti commovente quella di Nurlan, che si arrabatta per non lasciare le cose spaiate, per dare forse inconsciamente una spallata alla sua solitudine, che deve stare attento a non oltrepassare troppo i limiti perché in agguato possono esserci mariti gelosi e iracondi. Un viaggio senza parole, ma che ha tanto da comunicare, un film che parla della grandezza delle piccole cose e che per questo va recuperato e ammirato nella sua semplice e malinconica poetica dello sguardo.

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