‘Prova d’orchestra’ (1979), di Federico Fellini

di Andrea Lilli


Mentre scorrono i titoli di testa si sentono rumori di traffico metropolitano, che aumentano di intensità e volume. Clacson, rombi di motori, sirene di polizia, ambulanze, un caos cacofonico da ingorgo sempre più stridente. Poi silenzio.

Luce. La prima scena: un oratorio del Duecento dall’arredamento scarno, austero, da secoli trasformato in auditorium per la sua acustica meravigliosa, perfetta. Ritratti di musicisti classici e ragnatele pendono dalle antiche pareti. La fotografia di Giuseppe Rotunno rispetta le scure tonalità degli scranni lignei, in contrasto col biancore degli spartiti. E’ qui che si svolgerà l’intero film.

PdO oratrio

Presentato fuori concorso a Cannes ’79, il teatrale Prova d’orchestra – 70 minuti girati in un solo interno, caso unico nella filmografia felliniana – venne confezionato rapidamente nell’estate del 1978. Fellini lo definì dapprima, con finta modestia, “uno specialino fatto in gran fretta per la televisione [la RAI, ndr]; una specie di documentario su un’orchestra che sta provando. Ogni volta che realizzo le incisioni musicali dei miei film, mi affascina sempre il fatto che dal caos, dall’indifferenza, dai conflitti tra gli orchestrali, un po’ per volta e nonostante tutto, attraverso una serie di prove, questo gruppo eterogeneo di elementi discordanti alla fine riesca ad esprimere armoniosamente il disegno immaginato dal compositore“(1). E’ evidente il riferimento al proprio lavoro e ruolo, e parte da qui l’idea del film, ispirato da uno sciopero delle maestranze di Cinecittà e sceneggiato dallo stesso Fellini, con la collaborazione di Brunello Rondi.

copista

Di questo tempio musicale il sagrestano è un vecchio copista. La sua sciarpa lunga e rossa ci ricorda qualcuno. Mette in ordine i leggii e racconta la storia dell’auditorium alla troupe televisiva, non inquadrata, venuta a fare un reportage in occasione delle prove. La voce fuori campo del giornalista è quella dello stesso Fellini. Arrivano i musicisti, uno dopo l’altro approfittano dell’ospite illustre per dire qualcosa di sé e del proprio strumento. Emergono i caratteri differenti, i narcisismi, le supponenze, le timidezze, le arroganze, le dignità, le debolezze, i tic. Ognuno porta con sé un’esperienza particolare, una propria dimensione, un dialetto e un umore diverso dagli altri. Pennellate di tanti colori che vanno ad affollare lo schermo, come numerosi e differenti sono i suoni degli strumenti che in successione vanno a riempire la sala.

pdO scherzo

La voce morbida del giornalista è insieme seria e divertita: Fellini è curioso, attratto dalle stramberie dei suoi eccentrici musicisti; li incoraggia a mostrarsi, a raccontare virtù e difetti del proprio strumento. E più loro parlano seri, più lui li sfotte, delicatamente; non appare mai, ma sembra di vedere il sopracciglio alzato, il sorrisetto da entomologo che scansa uno scarabeo per avvicinare una farfalla. Qualcuno si nega. Un trombettista non ha tempo per le chiacchiere, deve ascoltare alla radiolina ‘Tutto il calcio minuto per minuto’. Una violinista invece preferisce attaccarsi alla fiaschetta di whisky.

PdO musici

“Una volta un bambino mi chiese: ma dove va la musica quando non suoni più? Solo i bambini fanno domande così”, dice l’arpista (Clara Colosimo), che ha fatto del suo celestiale strumento l’unico affetto, la compagna di una vita. Il puer aeternus Fellini annota tutto sul suo taccuino: l’audacia della pianista, la solitudine del basso tuba, la frenesia della flautista, l’estasi dell’oboe, la frustrazione del sassofono basso. Gli unici a non raccontarsi, totalmente privi di ironia, sono i due sindacalisti appostati in un angolo della sala come truci cani da guardia, pronti ad abbaiare e interrompere i lavori in caso di inadempienze contrattuali. Da un altro angolo sbuca improvvisamente un topo: urla, risate. Scappa veloce ma viene raggiunto, ucciso, portato via. Ogni tanto, un tuono lontano rimbomba cupo. Allusioni, visioni, presagi.

Poi, finalmente, l’orchestra si ricompone: arriva il direttore (Balduin Baas).

PdO sindacati

E’ allampanato, biondo, tedesco, testardo: pretende di farsi obbedire da quella banda di individualisti. Il suo incerto italiano zoppica, diventa tanto più buffo quanto più si arrabbia. Le prove, la Musica, lui prende molto sul serio qveste cose, anche se poi dirà che non sa bene a cosa servano, intanto sente il dovere di farle bene. Fa sudare l’orchestra, si rende antipatico. Il flicorno non c’è: come mai? Per protesta, gli spiegano. Un clarinettista si rifiuta di ripetere un fraseggio per la terza volta. Il direttore sbotta: “Pensate meno ai sindacati, più alla musica!”. Al suo ennesimo gesto plateale di insofferenza, i sindacalisti intervengono e, in difesa dei diritti dei lavoratori, impongono una pausa che ci porta all’unico cambio di scena del film: il bar, dove Fellini prosegue con le salaci interviste ai musicisti. Il direttore si sfoga invece nel suo camerino, mentre cambia la camicia. Esasperato, ricorda altri uomini, altri tempi, altri modi di suonare in gruppo, altre società. Ogni spettatore è libero di pensare quali. I tuoni da fuori continuano, aumentano d’intensità, scuotono le mura.

PdO bar

Finita la pausa caffè, si ritorna in sala ma scoppia la rivolta degli orchestrali che contestano l’autorità del direttore, rovesciano il podio in nome dell’autogoverno, della libertà, della rivoluzione. Buttano giù i ritratti di Mozart e Bach, li sostituiscono con slogan sessantottini, settantasetteschi. Imbrattano le pareti con vernice spray. Il piano e il sax baritono si ritrovano avvinghiati, le percussioni martellano ritmi bacchici, i fiati lanciano assoli liberatori, tutti si scatenano in danze suoni e gesta sfrenate, anche l’ascolto alla radio delle partite di calcio è free.

PdO 1977

I sindacalisti sono scomparsi. Il direttore spodestato si siede affranto, testa fra le mani. Alcuni orchestrali decidono di sostituirlo con un metronomo gigante, che trascinano verso il podio. Ma altri, più radicali, si oppongono, non lo vogliono. Lo abbattono. Si accende la rissa, ormai è un violento tutti contro tutti. Nel frattempo i tuoni da fuori rimbombano sempre più forti e frequenti, finché una parete crolla sotto quei colpi, facendo una vittima: la tenera arpista. Nello squarcio osceno un’enorme palla metallica da demolizione, sospesa ad un cavo, impone il suo tremendo, minaccioso silenzio.

Il piombo della tragedia ha ora cancellato ogni fantasia, un grigio mortifero sostituisce tutti gli altri colori. Agli orchestrali frastornati, impauriti, sconfitti, non resta che tornare tra i ranghi, nella polvere risistemare lo spartito sul leggio, riprendere il proprio strumento e ruolo, alzare lo sguardo verso la bacchetta del direttore. Che adesso, come un dittatore assoluto, tra le macerie delle utopie urla i propri ordini, ormai incontestabile.

pdO fnale

Fellini con questo film si allontana dal suo abituale habitat di sogni e ricordi, di mostri e meraviglie. Per una volta prova a giocare, a modo suo e timidamente, sul terreno dei contrasti ideologici e politici. Da cosa sarà stata decisa questa breve escursione nel mondo prosaico degli animali sociali? Il regista ha sempre sostenuto di non saper rispondere a domande come “Qual’è la sua filosofia per quel che riguarda il film? Che scopo si prefigge girandolo? C’è un obiettivo nascosto, oltre a quello di dare un divertimento al pubblico?“(2). Ma è da considerare che siamo alla fine degli anni Settanta: le esperienze della controcultura (Re Nudo, Parco Lambro), da una parte, e il rapimento di Aldo Moro e il suo omicidio (9 maggio 1978), dall’altra, all’inizio delle riprese del film nello stesso mese di maggio, furono eventi talmente recenti che dovettero comunque condizionare l’elaborazione di un soggetto (anche) politico come quello rappresentato in Prova d’orchestra. Più tardi, infatti il regista ammetterà: “Mi fece un’impressione enorme. (…) Tra questo e il film non c’è stata nessuna connessione diretta, o almeno io non me ne sono reso conto. Il nesso l’ho percepito molto tempo dopo, quando il film era già finito, anzi quando era già in programmazione. (…) Non avevo coscienza del perché a un certo punto mi fosse diventato urgente il farlo. Ebbene, poi l’ho saputo: è stato l’assassinio di Moro“(3).

Prova d’orchestra fu l’ultimo film di Fellini musicato da Nino Rota, cui andò il Nastro d’argento per la migliore colonna sonora. Il grande musicista scomparve pochi mesi dopo.

PdO tragedia


(1) da un’intervista a Fellini in “L’estate romana del signor A/Z” – Videosera, RAI 1978

(2) in F. Fellini, Fare un film, Einaudi 2015, p. 48

(3) in G. Fofi – F. Faldini, Il cinema italiano d’oggi 1970-1984 raccontato dai suoi protagonisti, p. 258

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