‘Giulietta degli Spiriti’ (1965), di F. Fellini

di Greta Boschetto

Giulietta degli spiriti è un film del regista Federico Fellini del 1965 con Giulietta Masina, Sandra Milo, Mario Pisu, Valentina Cortese, Sylva Koscina e José Luis de Vilallonga.

È il primo lungometraggio a colori del regista dopo l’episodio “Le tentazioni del dottor Antonio” del film collettivo Boccaccio ’70.

“Una settimana prima di iniziare il film, ho sognato che qualcuno mi cavava l’occhio destro con un cucchiaio. Non soffrii, ero sorpreso. Forse il sogno voleva dire che per questo film non mi serviva l’occhio destro, quello della realtà, ma solo il sinistro, quello della fantasia.” (Federico Fellini)

In una domenica d’estate del 1964, il viaggio di Giulietta prende vita (o si fa più dettagliato e chiaro) nella mente di Federico Fellini che, seguito dal suo psicoanalista Emilio Servadio, si sottopone a un’assunzione di Lsd sotto controllo medico.
Un viaggio metaforico, psichedelico ma statico, di una protagonista alienata e in formazione, anzi, in una nuova formazione, un’emancipazione tutta femminile di una donna che si apre alla possibilità di scegliere che donna essere, che cerca di svincolarsi da un’educazione matriarcale e cattolica e dalle convenzioni di una società dogmatizzante: per essere uno dei film esteticamente più visionari di Fellini, pieno di allegorie psicanalitiche, lo scopo di questo tortuoso viaggio è abbastanza chiaro, liberare Giulietta, moglie remissiva e tradita dal marito dopo tanti anni di matrimonio.
Durante una lunga estate romana, una atipica signora ricca e borghese ma molto dolce e pacata, criticata per il suo modo di essere anche dalla madre e dalle sorelle per via della sua scarsa eleganza e cura estetica, si scopre abbandonata, ferita, sola nonostante la sua enorme e opulenta villa di campagna sia piena di gente, di persone che parlano sempre ma in realtà senza dire nulla, sola con i suoi fantasmi passati e presenti dai quali vuole liberarsi chiedendo aiuto agli spiriti, per alleggerire il peso della carne e liberare le sue voglie, il suo vero essere.
Fellini prende per mano Giulietta, sua moglie, una donna, tutte le donne, e le esorta ad assumere consapevolezza e autocoscienza, a svezzarsi dai propri condizionamenti ambientali e sociali, a uscire dall’ombra dell’uomo, del principe azzurro, e a trovare la vera serenità nell’indipendenza, le invita a non guardarsi più allo specchio dicendosi di non piangere e puntando il dito contro se stesse, come fa la protagonista in una scena del film, ma le vuole libere dalle loro maschere, pronte ad affrontare la sofferenza ma principalmente a domandarsi il perché di quella sofferenza, se derivante veramente solo da uno stato d’animo o soprattutto da una mortificazione per l’aver deluso quello che gli altri si aspettano da noi, il non aver raggiunto un qualcosa imposto e apparentemente obbligatorio ma che in realtà nemmeno vogliamo.
Sotto i colori pop e vividi che ricordano Mario Bava, dietro le sequenze oniriche popolate da personaggi grotteschi e folli, in un continuo miscuglio tra realtà,  sogno e incubo, lo spettacolo circense che è la vita si mischia a frammenti di memoria e ad allucinazioni stranianti, razionale e irrazionale diventano un tutt’uno e alla fine Giulietta, candida e leggera nel suo abito color albume, scoprirà che una solitudine cosciente è meglio di una compagnia forzata: essere sola e finalmente non sentirsi più sola.

 

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