‘L’immortelle’ (1963), di Alain Robbe-Grillet

di Greta Boschetto

L’immortelle è un film del 1963, diretto da Alain Robbe-Grillet con Françoise Brion, Jacques Doniol-Valcroze e Guido Celano.

Dopo l’esordio letterario come uno dei massimi esponenti del “Nouveau Roman”, Alain Robbe Grillet approda al cinema come regista (come sceneggiatore aveva già lavorato con Resnais in “L’anno scorso a Marienbad”) con tutta la forza che può nascere in chi ha intuito che la pellicola potrà essere un fertile e ottimo terreno di sperimentazione e di libertà intellettuale, proponendo infatti allo spettatore, in ogni suo film, un costante gioco interpretativo.

Ci sarebbero moltissimi modi per raccontare la storia de “L’immortale”, la più semplice potrebbe essere che un uomo malinconico incontra una donna incantevole, diventa suo amante senza sapere niente di lei, ma la donna misteriosa successivamente scompare e lui cerca in ogni modo di ritrovarla, non è chiaro se riuscendoci o illudendosi : ma se fosse così semplice, se  la trama fosse solo un giallo su donne sparite dopo essere sfruttate in giri di prostituzione, non staremmo parlando di questo film.

L’atmosfera di Istanbul è simile a quella di Marienbad, eterea ed eterna in un meraviglioso bianco e nero, estraniante e inquietante, ovattata e poetica ma anche gelida e cerebrale, fuori dal tempo, senza futuro e con un passato confuso e impenetrabile che diventa immediatamente presente appena lo si riesce a carpire, per poi sfumare di nuovo, come un sogno al mattino.

Le immagini, fotografie talmente perfette che potrebbero vivere autonomamente e slegate dalla trama del film, raccontano con un sistema anti-narrativo una storia non chiara, ci impediscono di avere una visione cronologicamente nitida della relazione tra i due personaggi, che condividono un rapporto dalle tinte (appena accennate) sado-erotiche, una forma d’amore che ritornerà praticamente in ogni successivo lavoro del regista in maniera sempre più esplicita, raggiugendo l’apice probabilmente in “Le jeu avec le feu” del 1975; qui invece tutto è evocato, le immagini vogliono avere un senso solo grazie al riflesso del nostro io, si fanno cariche di significato solo dal momento in cui il nostro sguardo le riempie di ciò che la nostra mente pensa, di ciò che si è risvegliato nel nostro spirito: il dubbio, la seduzione, il possesso, la fuga, la libertà, l’inappagamento, l’abbandono e la morte.

Durante la visione tutto ci appare deliberatamente falso, o meglio, ambiguo, anche la città stessa, che viene fotografata come un luogo artificioso di un mitologico oriente: il non detto e gli enigmi sono le uniche cose certe che abbiamo per cercare di ricostruire la vicenda, che comunque non sarà mai una verità unica ma cambierà a seconda della percezione di ogni spettatore.

Ed è proprio questo che voleva fare Alain Robbe-Grillet, darci una forma per farci avere un’intuizione, un contenitore da riempire, regalarci degli aneddoti esteticamente perfetti per costruire un’esperienza e una visione personale e privata, unica: il suo futuro “meta-cinema” è già tutto qui, in questa sua prima pellicola, dove ci si ritrova all’interno di un continuo gioco di rimandi che non risolve mai la narrazione, lasciandoci semplicemente pervasi da un senso di mistero.

 

 

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