‘In viaggio verso un sogno’ (The Peanut Butter Falcon), di Tyler Nilson e Michael Schwartz [USA 2019]

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  • di Andrea Lilli

“In viaggio verso un sogno”. Scrivetelo sul modulo dell’autodichiarazione, per uscire dai confini di casa vostra. Dovete trovare un motivo plausibile? Usate questo, e le guardie vi lasceranno andare, dovranno farlo perché non ne esistono di migliori.

Per una volta, la traduzione-tradimento di un titolo originale di film è azzeccata e quanto mai puntuale, e funzionerebbe alla grande, se nel marzo 2020 d.C. le sale italiane non avessero dovuto chiudere, tutte, in emergenza sanitaria, per la prima volta nella Storia del Cinema. E allora almeno sogniamolo questo magnifico film, mentre aspettiamo il visto per andare a godercelo come si deve. 

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The Peanut Butter Falcon è la storia di Zak, Tyler e Eleanor, due uomini e una donna in fuga lungo la costa del North Carolina, terra umida, calda e fertile di passioni. Insieme attraversano campi, paludi e pallottole seguendo il loro sogno americano, uno e trino.

Zak (Zack Gottsagen) è un ragazzo con sindrome di Down e senza famiglia; una notte, con l’aiuto di un vecchio saggio (Bruce Dern) riesce a scappare quasi nudo dalla casa per anziani in cui è stato imprigionato. Sogna di raggiungere la scuola di wrestling gestita dal suo mito Salt Walter Redneck (Thomas Haden Church), e di diventare un campione.

Tyler (Shia LaBeouf) è un pescatore di frodo che fugge sia dal rimorso per un incidente stradale, sia – anzitutto – da due ceffi inferociti per una faccenda di trappole per granchi. E’ destino che il fucile di Tyler e le mutande ascellari di Zak si incontrino. Malgrado le differenze di obiettivi e mezzi, i due fraternizzano. 

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Eleanor (Dakota Johnson) è l’assistente responsabile di Zak. Inseguendolo trova Tyler, perde le chiavi del furgone, e scopre un nuovo punto di vista su sé stessa e sulle cose che la circondano. Rinuncia a riportare Zak all’ovile. Non solo, ma asseconda il suo folle progetto di arrivare ad Ayden, alla scuola di wrestling.

Tyler e Zak impareranno molto l’uno dall’altro, e si proteggeranno a vicenda in un vagabondaggio avventuroso e ruspante in stile Huck Finn, pieno di sorprese anche piacevoli. Il fango dei campi, le rotaie, le barche, il cibo rimediato a fatica, gli inseguimenti, i falò notturni, gli spari, la zattera di fortuna, i bizzarri personaggi incrociati casualmente, sono tutti elementi che collocano le avventure del trio nella categoria dei più schietti road movies americani, dove il paesaggio naturale condiziona ogni azione e fa da co-protagonista decisivo. Qui le riprese dall’alto o ravvicinate esaltano il fascino silenzioso dei fondali bassi, dei canneti di palude, le spiagge solitarie, i campi immensi, i boschi larghi in cui è facile nascondersi.

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Focus principale è ovviamente la disabilità di Zak, interpretato da un vero attore down. In Italia abbiamo visto recentemente Detective per caso e Dafne, entrambi del 2019, ma negli Stati Uniti l’attore disabile che recita sé stesso in una fiction, da protagonista, è una sfida più rara. Che qui la scommessa sia stata vinta, lo dimostra il grande successo di pubblico e di critica riscosso in patria da The Peanut Butter Falcon. Al suo primo lungometraggio, la coppia di registi e sceneggiatori Nilson & Schwartz ha saputo sfruttare al meglio la disinvoltura espressiva di Gottsagen, in perfetta armonia con gli altri attori, e l’esperienza di due produttori illuminati come Albert Berger e Ron Yerxa, che con Little Miss Sunshine e Nebraska avevano già realizzato due dei più riusciti on the road in assoluto.

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La qualità di questo film è la leggerezza, che lo solleva oltre il semplice e pesante tema dell’emarginazione imposta ai disabili. E’ stato girato in sei settimane estive a Savannah, sulla costa della Georgia, e in varie interviste l’intero cast sottolinea come nel gruppo si fosse creato un vero rapporto di amicizia. Il personaggio centrale, Zak interpretato da Zack, risulta autentico nella sua finzione: non si atteggia mai ad eroe-vittima, tuttavia le sue gesta comunque eroiche riescono a commuovere e indignare tra una risata e l’altra, in una galleria di caratteri umani anch’essi reali, definiti da una successione di colori, suoni e diremmo anche sapori e odori che sembrano arrivarci forti, naturali come il vento atlantico che scompiglia i capelli di Eleanor.

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Altra impagabile virtù del film è l’assenza di prediche, di pedagogia spicciola. Nell’avambraccio in lutto di Tyler è tatuato un temibile “Family First”, ma poi Zak chiarisce perentorio: “La famiglia è gli amici che ti scegli” e non si torna più sull’argomento. Nel corso del viaggio diventa bellissima l’intesa tra Tyler/Shia e Zak/Zack. All’inizio lontani e diffidenti, poi si avvicinano, si ascoltano, si spalleggiano a vicenda man mano che crollano i pregiudizi e le difese. E’ Tyler che incoraggia e sprona Zak, è Zak che con la sua semplice empatia scioglie certe vecchie angosce di Tyler. Memorabile l’urlo di battaglia, la frase più cattiva che Zak riesce a concepire e pronunciare, per darsi la carica giusta sul ring di combattimento.

Conquistato dal candore della bontà del ragazzo, Tyler ritrova il gusto dell’amicizia solidale, della condivisione: insieme mangiano pesce preso al volo e condito con l’unico lusso concesso, il burro di arachidi – quello che ispira il grottesco costume da wrestler; insieme bevono, insieme si salvano la vita, insomma vivono, mentre “tu scrivi le tue scartoffie” – dice Tyler ad Eleanor, portandola sulla retta via. Proprio in quella sequenza è il cuore di questo gran bel film.

E che bella colonna sonora. Un felice assortimento di bluegrass, gospel, country, rock, folk e indie rock di ottima fattura (i registi sono anche coautori della canzone principale, Running for So Long – House a Home) innerva la trama delle giuste vibrazioni, quelle che fanno sognare di andare/ritornare in America. Chissà se e quando ci faranno viaggiare: intanto sappiamo che quella migliore sta in film come questo.


distribuito in Italia da Officine UBU

In attesa programmazione

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