Senza tetto né legge (1985), di Agnès Varda

di Laura Pozzi

Sud della Francia. Una gelida alba invernale fa da cornice al macabro ritrovamento del corpo senza vita di Mona Bergeronf. La ragazza priva di documenti ed effetti personali viene  dichiarata morta per cause naturali (freddo e stenti). Non segue nessuna indagine, nessuna inchiesta, ma solo – come sottolinea la voce fuori campo della regista – una minuziosa e accurata ricostruzione del suo ultimo inverno attraverso le parole di chi ha avuto modo d’incrociare quella misteriosa creatura emersa (forse) dagli abissi marini. Un susseguirsi di testimonianze a volte confuse, a volte esaurienti nel delineare una figura inaccessibile, ma incredibilmente incisiva nel suo essere altrove. O forse nel suo essere altro, perché Mona bollata di volta in volta come scapestrata, sudicia vagabonda, indolente barbona e giramondo viene costantemente percepita come un’apparizione, un’inquietante visione, o più istintivamente una folgorazione dalla quale proteggersi o lasciarsi abbagliare. Sul suo corpo nervoso e in persistente moto spira una leggera brezza di santità e il continuo girovagare senza metà fra erba, sesso occasionale e musica dei Doors, assume a tratti le sembianze di un’ immorale via crucis, di un martirio scellerato e inevitabile per tanta scostumata sete di libertà.

La storia prende avvio dal suo tragico epilogo, azzerando ipotesi e supposizioni. Non ci troviamo di fronte a un fatto di cronaca, neppure alla risoluzione di un giallo. La narrazione a flashback determina un’equilibrata e fluida descrizione degli eventi approdando ad una lucida disamina dei fatti narrati. Mona (una selvaggia e indomita Sandrine Bonnaire) sperimenta il mondo con sprezzante indifferenza, infischiandosene di regole e disciplina. Refrattaria a qualsiasi condizionamento, il suo rifiuto per la società passa inesorabile per una lacerante, ma opportuna solitudine. Sappiamo poco o niente del suo passato, a parte un alienante impiego come segretaria d’azienda e il suo futuro appare irrimediabilmente segnato da quell’oscuro e spregiudicato falso movimento. Mona è il qui ed ora, è l’angelo/demone dalla faccia sporca, ma è soprattutto il mistero insondabile.

La domanda allora sorge spontanea: è possibile filmare e rendere tangibile un mistero senza svelarlo? Si, se dietro la macchina da presa troviamo lo sguardo arguto e controcorrente di Agnès Varda. La regista belga, venuta a mancare un anno fa, con Senza tetto né legge realizza la sua opera più simbolica, complessa, stratificata e giustamente più premiata (Leone d’oro a Venezia nel 1985). Stivali rotti e zaino in spalla, Mona ha scelto di non scegliere, adeguandosi fugacemente ad una realtà che fatica a trattenerla. Non mostra nessun interesse per la vita degli altri, nessuna empatia o voglia di condivisione, solo un insopprimibile desiderio di spingersi oltre. Non importa dove, l’importante è procedere. Per farlo accetta i lavori più umili, dorme negli ambienti più degradati, sopporta stoicamente miseria e freddo. E quando la vita sembra mitigare la sua insofferenza e solitudine proponendole  incontri che potrebbero dar luogo a legami costruttivi, come la dottoressa Landier o il bracciante tunisino ecco riaffiorare la cieca realtà.

E allora torna impellente il bisogno della strada, il contatto con la terra, il calore del fuoco, lo scompigliare del vento. Mona sembra a suo agio e in armonia, solo a contatto con gli elementi naturali: acqua, fuoco, terra, aria. La sua sfrontata non appartenenza a un mondo unanimamente riconosciuto e la determinazione con la quale impone la sua assenza è destinata a lasciare in chi la incontra un vuoto facilmente removibile, ma difficilmente colmabile. “Un conto è errare e un conto è aberrare (…) è un essere inutile e provando la sua inutilità, fa il gioco del sistema che rifiuta”. Questo pensa di lei il pastore filosofo che dopo averla accolta in casa e averle offerto un pezzo di terra, si ritrova sotto accusa per i suoi modi autoritari. Ma quel giudizio negativo racchiude anche una riflessione personale e l’amara consapevolezza di chi scelto una vita basata sulla rassicurante “via di mezzo”, in cui libertà e solitudine trovano il giusto compromesso. Mona non ha mai una parola di conforto, non regala mai un sorriso a parte quando la vediamo ridere a crepapelle con la vecchietta sbronza di cognac, ignora qualsiasi slancio affettivo. Parla poco, è umorale, chiusa a riccio. Eppure riesce a paralizzare con la stessa intensità di una scossa elettrica. Significativa in questo senso la scena in cui la dottoressa Landier (la splendida Macha Méril) resta fulminata per qualche secondo da due lampadine. In quel tempo sospeso avrà modo di rivedere frammenti del passato in cui comparirà quella strana ragazza a cui aveva dato un passaggio e dalla quale si sentiva inspiegabilmente attratta nonostante il cattivo odore.

La regista segue il cammino di Mona senza emettere giudizio, lasciandola libera di andare incontro al suo tragico destino. Il suono gioca un ruolo fondamentale nel sottolineare le diverse sfumature e complessità di una figura inafferrabile. Nel suo solitario cammino Mona è accompagnata da un suono stridulo, cupo, minaccioso, mentre i suoi incontri sono spesso vivacizzati da canzoni new wave. Questo per dire che nessuno si salva da solo, sopratutto quando si tratta di se stessi. Il mistero resta, ma il film farà strada (sembra un banale gioco di parole, ma vedendo la versione originale si capisce il perchè) e sopratutto scuola contando fra gli allievi migliori i fratelli Dardenne.

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