‘The Blues Brothers’, di John Landis (USA, 1980)

  • di Andrea Lilli

La prima sequenza vola sulla grigia periferia industriale di Chicago alle prime luci dell’alba, nel silenzio di un sole rosso che fatica a perforare il fumo delle ciminiere. Lo sguardo plana sul cortile di un grande carcere. Vicino a due copie in gesso di cani da guardia, una guardia vera innalza la bandiera americana. Jake Blues (John Belushi) viene svegliato brutalmente e portato dalla cella verso l’uscita. Dopo una lunga camminata tra corridoi metallici si presenta in magazzino, per ritirare da un addetto schifato gli effetti personali tra cui un preservativo nuovo, uno usato, un completo nero, stivali, cintura e cappello neri, occhiali neri. Ha scontato tre dei cinque anni di condanna per rapina, esce in libertà vigilata per buona condotta. Fuori c’è un cartello di divieto di parcheggio, e un altro che proibisce… di dare passaggi agli autostoppisti.

esce da

Suo fratello Elwood (Dan Aykroyd) gli va incontro e lo abbraccia. E’ vestito di nero come Jake. Entrano in una macchina della polizia comprata all’asta, una Dodge black & white fregiata di una stella e una scritta: To serve and protect. Jake: “Il giorno che esco di prigione, il mio unico fratello mi viene a prendere con una macchina della polizia”. Prima tappa, l’orfanotrofio cattolico Sant’Elena di Calumet City. I due teppisti vestiti da becchini sono cresciuti là. Hanno un debito morale con “la pinguina”, una suora dalla bacchettata facile che li allevò con rude affetto e che adesso li informa di essere rassegnata allo sfratto a causa di un debito fiscale prossimo alla scadenza esecutiva. I fratelli Blues promettono di trovare i soldi necessari ad evitare la chiusura e vendita dell’orfanotrofio. L’unico modo per farlo onestamente è quello di riunire la vecchia Blues Brothers Band e organizzare un concerto benefico.

auto

Partono alla ricerca dei componenti del gruppo, che nel frattempo per campare meglio hanno cambiato mestiere o genere musicale. Li trovano e il concerto si farà, ma per due ore e venti, tra le bastonate della suora e la fine del concerto devono sfuggire ad una serie impressionante di inseguitori: poliziotti di tutti i tipi, una band di musica country, il gestore di un locale, l’ex fidanzata di Jake, i neonazisti, l’esercito e i marines. Uno più armato e inferocito dell’altro non potranno fermare una missione sacrosanta, in cui vediamo sì devastare bonariamente un centro commerciale, distruggere allegramente un centinaio di macchine della polizia, attentare alla vita di passanti e ciclisti, deludere donne, esplodere palazzi, pensioncine, stazioni di benzina e cabine telefoniche: ma senza mai torcere un capello a nessuno.

fuoco

Ricordatevi gente che chiunque siate e qualunque lavoro facciate per tirare avanti e sopravvivere, c’è sempre qualcosa che ci rende tutti simili.  Nel cinema come nelle canzoni, amore fa rima con cuore. Ci sono film del cuore perché ogni volta che li rivedi smuovono quel muscolo, tanto da non poterne parlare con obiettività e ragionevolezza. Vengono chiamati anche, per pudore, ‘cult movie’. Ognuno ha i propri, e in quanto amori non sarebbero da condividere se non fossimo al Cinema, tempio della condiVisione. Chi ama un certo tipo di musica, quella che va dal blues al rock passando per il gospel, il soul, il jazz, il boogie, insomma il rythm’n’blues, non può evitare il colpo di fulmine per questo film, cui si diventa devoti per sempre, folgorati e dunque ciechi rispetto ai suoi difetti (quali?). Basti pensare ai ruoli e ai brani interpretati da Ray Charles, James Brown, Aretha Franklin, John Lee Hooker, Cab Calloway.

Il 1980 fu l’anno della strage di Ustica e della bomba alla stazione di Bologna, dei 3000 morti del terremoto in Irpinia, della vittoria di Ronald Reagan dopo quella della Thatcher, della guerra tra Iran e Iraq, e della mia maturità. The Blues Brothers uscì a novembre, una bombola d’ossigeno quando lo vidi la prima volta, pochi mesi dopo essermi liberato del liceo classico e della mia città. Non è facile trovare una maionese così felice nel trasmettere insieme leggerezza anarchica, ironia, azione, ottima musica, voglia di ballare e cantare. In quarant’anni l’ho rivisto più volte, in più luoghi e momenti, mi segue e lo seguo sempre, nelle citazioni, nelle musiche, nelle scene. L’ho fatto vedere ai miei figli appena possibile, cioè dopo o al posto dei canonici Walt Disney; loro subito entusiasti del cambio di registro. Alcune battute si sono incardinate definitivamente nel lessico familiare e certe gag ancora le mimiamo con complicità. La colonna sonora, un inno alla black music, è così entrata nella pelle di due generazioni, tatuaggio musicale trasmesso per successione. Più che un cult movie, è di fatto un vero classico: intramontabile.

band


6 risposte a "‘The Blues Brothers’, di John Landis (USA, 1980)"

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  1. Cult movie, classico, intramontabile, capolavoro… anche io non esito a usare parole forti per definire questo filmone di John Landis!

    Ho linkato la tua recensione sotto quella che ho scritto io sul mio blog, spero non ti dispiaccia! :–)

    "Mi piace"

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