‘Freud’, la serie. Un parallelo (impietoso) con il film di J. Houston ‘Freud-passioni segrete’ del 1962.

di Bruno Ciccaglione

L’uscita della serie Freud – in anteprima per la tv austriaca e poi su Netflix – appare come l’ennesima occasione mancata per una trattazione approfondita della figura di Freud e dell’impatto del suo lavoro sulla cultura occidentale del ventesimo secolo, da parte dei creatori di immagini in movimento. Un parallelo con il film di John Huston del 1962 – la cui sceneggiatura era stata inizialmente affidata a Jean Paul Sartre – che ci offre uno spunto per cogliere la complessità del rapporto tra cinema e psicanalisi, si rivela impietoso per la serie e ci fa rivalutare un film pur pieno di difetti e contraddizioni.

A metà degli anni ’20, Freud aveva declinato l’invito a collaborare alla realizzazione di opere cinematografiche divulgative o comunque basate sulle sue teorie, soprattutto per una scarsa fiducia nel mezzo: il cinema non aveva ancora la dignità artistica che acquisirà in seguito e Freud aveva già le sue difficoltà in ambito accademico senza affidarsi ad un mezzo nuovo e che aveva ben scarso prestigio. Molti saranno poi, nei decenni successivi, i film esplicitamente ispirati dalle teorie e dal metodo della psicoanalisi, speso con risultati eccellenti e di successo – si pensi ad alcuni film di Hitchcock. Molto più difficile si è rivelato il tentativo di raccontare la ricerca e l’elaborazione teorica di Freud, che del resto non era priva di mistero.

La serie diretta da Marvin Kern e il film di Huston si occupano dello stesso periodo, quello del giovane Freud, nel percorso che lo porta allo sviluppo delle sue teorie ed alla invenzione della psicoanalisi. Il film di Huston nasceva dall’impatto seguito alla prima pubblicazione delle lettere di Freud all’amico Fliess (Le origini della psicanalisi 1956) e dalla documentatissima biografia di Freud di Ernest Jones (1958), che arricchirono di molto la conoscenza del pensiero di Freud e che in parte svelavano l’inedito percorso da lui seguito. Ma la serie Netflix decide programmaticamente di non seguire questa strada e si concentra sugli aspetti più facilmente spettacolarizzabili: l’ambiguità e la forza dell’ipnosi, l’esoterismo con i suoi rituali – in alcune scene letteralmente un bagno di sangue – il giovane Freud trasformato in sex symbol, travolto dalla passione erotica per la medium co-protagonista della vicenda. Una serie che costruisce un thriller politico-esoterico, incentrato sul conflitto tra l’impero Austroungarico ed i nazionalisti ungheresi e che si concluderà con un inverosimile Freud salvatore della patria (clamoroso e ridicolo l’incontro con l’imperatore Francesco Giuseppe verso la fine).

Insomma Freud è solo un pretesto: chi si aspettava finalmente che una produzione austriaca ne offrisse un ritratto accurato e profondo, magari anche critico, resta deluso.

Ben altre le premesse con cui nacque il film di John Huston, che aveva addirittura chiesto a Jean Paul Sartre di lavorare alla sceneggiatura. Che fosse possibile trattare un tema complesso come la ricerca freudiana con delle logiche Hollywoodiane – e con la censura puritana dell’epoca – e che la mediazione avvenisse ad opera del filosofo dell’esistenzialismo, era quantomeno ottimista ed infatti non ci si riuscì. Huston e Sartre si erano intesi all’inizio sull’idea di un Freud nevrotico, che soprattutto attraverso se stesso scopre i meccanismi dell’inconscio, per autoanalisi, con tentativi e correzioni progressive. Sartre, che con la scoperta del Freud delle lettere all’amico Fliess e la biografia di Jones cambia il proprio atteggiamento ipercritico e si appassiona, fornisce una sceneggiatura (pubblicata solo negli anni ‘80) che – se realizzata – darebbe luogo ad un film di oltre 5 ore. Richiesto di tagliare ne fornisce una versione ancora più lunga.

Alla fine saranno Huston, Wolfgang Reinhardt e Charles Kaufman a ridurre, rimaneggiare, tentare di mantenere un filo. Sartre, in un crescente dissidio con Huston dirà: “si può fare un film di quattro ore se si tratta di Ben Hur, ma il pubblico del Texas non sopporterebbe quattro ore di complessi” e ritirerà la firma dalla sceneggiatura. Huston nella sua autobiografia racconterà che era impossibile lavorare con Sartre, che “parlava per ore prendendo appunti su quel che lui stesso diceva”. Il film poi avrà ulteriori problemi, ad esempio con gli attori – pare che Montgomery Clift si ritenesse un esperto di Freud e quindi volesse spesso modificare le battute. Eppure sia nei dialoghi che in diverse scene l’impianto della sceneggiatura di Sartre resta alla base del film ed ha momenti di grande efficacia. I tagli rendono troppo meccanici alcuni salti logici delle riflessioni di Freud, che fanno sembrare Freud come una specie di mago o guaritore (un difetto che la serie Netflix ha purtroppo ancor più accentuato:

Freud addirittura nel primo episodio porta in aula una complice che si finge isterica per poi “guarirla” con l’ipnosi, come un vero ciarlatano da strada), ma altri aspetti sono ben evidenti: il coraggio di Freud nella sfida all’establishment accademico – con alcune scene molto efficaci e letteralmente copiate pari pari dalla serie Netflix – ed il suo moralismo e conservatorismo – con un Freud che è il primo a spaventarsi, almeno in una prima fase, delle implicazioni sociali delle sue scoperte. In un’epoca come la attuale, in cui il successo delle serie ha aperto nuove possibilità ad una narrazione che può consentirsi ampio respiro e una durata non adatta al cinema, sarebbe stato certo esagerato attendersi che qualcuno decidesse di mettere in scena davvero il Freud di Sartre, ma era lecito almeno sperare che si mettesse in scena un Freud che fosse Freud.

Nota bibliografica

Jean Paul Sartre – Freud. Una Sceneggiatura, (1985, Einaudi)

Clizia Centorrino – I sogni cinematografici di Jean-Paul Sartre (Cinergie – Il cinema e le altre arti. N.12 – 2017)

2 risposte a "‘Freud’, la serie. Un parallelo (impietoso) con il film di J. Houston ‘Freud-passioni segrete’ del 1962."

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  1. Io l’ho vista e sinceramente sembrava una serie su un personaggio che non era Freud. Non dico che dovessero rispettare la realtà storica o medica di Sigmund. Ma trasformare la sua vita in un quasi porno mi è sembrato un pò troppo. Poi troppo scontata la figura dell’avvenente tentatrice e il suo adulterio. Possibile che non sanno scrivere di meglio? 😒

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