‘Paesaggio nella nebbia’ (Grecia/Francia/1988 ), di Theodoros Anghelopoulos

di Girolamo Di Noto

Due bambini, il piccolo Alexander di cinque anni e la sorella undicenne Voula, si allontanano dalla propria casa, dove vivono con la madre, per raggiungere il presunto padre emigrato in Germania. Non hanno nulla, solo uno zainetto. Salgono sul treno ma ben presto vengono fatti scendere dal controllore. Decidono di continuare il viaggio a piedi. Sotto la pioggia e la neve, nel loro peregrinare, incontrano un viscido camionista, un giovane attore, una compagnia teatrale, personaggi bislacchi. Vanno alla ricerca di un padre di cui non sanno nulla ma che possono immaginare attraverso i ricordi vaghi della mamma e i sogni nei quali lui appare e parla, fino all’approdo oltre confine in una terra sconosciuta.

Co-sceneggiato da Tonino Guerra e da Anghelopoulos, Paesaggio nella nebbia riprende

la struttura del viaggio, tema tanto caro al regista, ma per la prima volta assume il punto di vista dell’infanzia e attorno ad essa viene costruito un percorso pieno di ostacoli e prove, a tratti di perdizione e abbandono ma che alla fine può considerarsi di crescita e maturazione.

Non sono semplici da guardare i film di Anghelopoulos: è il regista che si rivelò alla critica internazionale con La recita, film di quattro ore, libera trasposizione cinematografica del mito degli Atridi, considerato fra i capolavori della settima arte. Il suo è un cinema ostico, che richiede partecipazione attiva dello spettatore. Fortemente influenzato dall’ opera di registi come Antonioni e Jancsó, Anghelopoulos ha fatto un cinema di immagini, non si è mai arreso al linguaggio velocizzato, dominante del cinema americano.

È stato teorico del piano-sequenza, di un cinema nemico del montaggio, del frammento. Nel suo cinema tutto è essenziale e niente va tralasciato: pietre grigie, pioggia, terra bagnata, nebbia, luoghi in cui sembra non affacciarsi mai l’estate sono sensazioni che i suoi personaggi si portano addosso. Il fascino che si sprigiona dai suoi film, che poi è quello che si ritrova nei lavori di registi del calibro di Kiarostami, Bela Tarr e altri ancora, è legato in un certo qual modo all’ elogio che Anghelopoulos fa della lentezza. La lentezza non è soltanto il tempo della riflessione, ma un ” bisogno di continuità, di assumere il tempo così come è, senza intervenire sul tempo e rendere il tempo reale in un linguaggio cinematografico “. Il viaggio che intraprendono i bambini alla ricerca di un fantomatico padre è raccontato con una lentezza struggente, con uno stile poetico, avvolto da un’atmosfera fiabesca, a tratti surreale.

Un cinema che non è quindi dominato, come diceva il critico Attolini, ” dall’ idea che il metro del suo progresso sia dato dalla quantità di effetti speciali”. Nel loro continuo peregrinare incontrano personaggi desolanti, quasi immobili, che non sanno più dove andare. Emblematica è la scena dell’incontro con la troupe de La recita, che è ormai ridotta a vagare nel nulla, senza più posti dove esibirsi. Il declino di questa compagnia di teatranti che provano il loro spettacolo( le tragedie classiche) sulla spiaggia e poi vendono i loro costumi è lo stesso declino della tradizione e identità della Grecia e del mondo contemporaneo.

È un viaggio di amare scoperte e apparizioni osservate con meraviglia e stupore. Anghelopoulos crea spesso nei suoi film una continuità di immagini che insieme raccontano una storia. Immagini potenti, simboliche, talvolta un po’ troppo forzate, ma di indubbia efficacia: una sposa col velo bianco che fugge via in mezzo alla strada nel buio della notte, un violinista triste che suona al mattino in un’osteria deserta, la mano colossale di una statua che emerge dal mare, la gente incantata dalla caduta della prima neve. Immagini sospese tra una dimensione onirica e una reale: la scoperta della morte nella scena del cavallo trainato per strada, la scoperta della sessualità da parte della bambina avvenuta in modo brutale e traumatico, il primo innamoramento.

Negli eroi di Anghelopoulos il viaggio è soprattutto nostos, una ricerca delle proprie radici: si percorre una distanza per cercare qualcosa, il viaggio è la ricerca di una verità, un viaggio infinito caratterizzato da posti impervi, nebbiosi, opachi. Occorre tuttavia continuare il viaggio, occorre comunque credere ai sogni, andare avanti. Ne Il passo sospeso della cicogna, film di Anghelopoulos che seguirà Paesaggio nella nebbia, Mastroianni dirà: ” Abbiamo attraversato le frontiere e siamo ancora là: quante altre frontiere dovremo attraversare per ritornare a casa nostra?”

Che cos’è questo ” A casa nostra?” Il poeta greco Kavafis scriverà a proposito della ‘casa’ per eccellenza, Itaca: ” Itaca ti ha dato il bel viaggio,/ senza di lei mai ti saresti messo/in viaggio: che cos’altro ti aspetti?”

Conta insomma più il viaggio che la meta. Conta soprattutto crederci e il cinema ancora una volta ci viene in soccorso e si fa strumento della metafora finale: lungo la strada i due piccoli hanno raccolto uno spezzone di pellicola illeggibile, annebbiato. Il giovane attore che li accudisce e li protegge insegna loro a scrutare meglio:” Se voi guardate attentamente, dietro la nebbia potrete vedere un albero”.

Questa strana predizione si realizzerà nel finale, nell’ ultima bellissima sequenza: il diradarsi della nebbia e la scoperta di un albero gigantesco rappresentano più di una labile speranza, danno vita ad un’inattesa rinascita. È in questo andirivieni tra vuoto accertato e sussulti di visioni che ha modo di collocarsi il cinema di Anghelopoulos, uno dei registi più raffinati e originali del nostro tempo.

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