Le mostruosità a confronto di “Pelle”, regia di Eduardo Casanova.

di Lelio Semeraro

La locandina

Premessa divagatrice. La pelle è sacco, confine, involucro, dispositivo e limite naturale. Nella mitologia greca è la pelle che Apollo strappa dal corpo del flautista Marsia, ed è l’organo che garantisce personalità e individualità. Roland Barthes dice che all’apice dello striptease, la figura femminile diventa desessualizzata, quando si denuda completamente. Una delle numerose contraddizioni dei miti d’oggi. Come in un paradosso, la pelle (e il vestito come sua estensione) genera comunicazione, logos, discorso e visibilità. Salvare la pelle, amici per la pelle, ridere a crepapelle: esiste un sé somatico e psichico che compare numerose volte anche nei modi di dire. In qualche misura, la vicenda del mito greco ne esprime sia la morte che la sua immortalità (vedi anche il film di Almodovar “La pelle che abito” qui recensito:

In “Pieles” (2017), tradotto internazionalmente “Skins”, in italiano “Pelle”, opera prima di Eduardo Casanova (e disponibile su Netflix) il postmoderno stringe la mano idealmente all’umanesimo senza voler imporre messaggi, lanciando spunti in ogni direzione; come raggi di sole di un cinema che apre inediti spiragli di senso. Esperimenti riusciti sempre più rari rispetto alle produzioni che vanno per la maggiore adagiate su effetti speciali, montaggio rapido e giochi pirotecnici. Qui il tema del perturbante non è disattivato in qualche catarsi purificatrice. In Pieles riecheggiano le visioni di Almodovar, ça va sans dire, ma anche David Lynch, Todd Solondz, Wes Anderson e John Waters. Come capolavoro assoluto di riferimento è d’obbligo citare il celebre Freaks del 1932 di Tod Browning.

Questa perla (arrivata per scandalizzare la Berlinale67) potrebbe essere reclamizzata così: pensata, scritta e diretta con il cuore, il cervello, il fegato e l’ano. Il precedente cortometraggio Eat my shit, dal romantico titolo evocativo, ne era quasi un teaser. Le contraddizioni della Spagna esplodono senza essere descritte, tra tradizione e modernità, voglia di desiderare e di essere desiderati, tra famiglia reale e corrida, diritti civili e matrimoni gay, in un modo del tutto nuovo, spiazzante e anticonformista. La trama è persino poca cosa rispetto alla cura maniacale, anche cromatica, con cui il film è confezionato. Una ragazzina cieca viene venduta e fatta prostituire da quando aveva 12 anni e un uomo le regala due diamanti da indossare al posto degli occhi. Una ragazza ha scattato un selfie, solo del volto, e lo ha pubblicato su Instagram, ma è stato censurato ed eliminato per presunti “contenuti sessuali”. Nata con il buco del culo al posto della bocca, deve affrontare disprezzo e bullismo. Una donna con un volto deturpato scopre che il fidanzato la ama solo per la sua menomazione e lo tradisce con un tipo dal corpo completamente ustionato. Una nana imprigionata nel costume di un pupazzo animato, per promuovere un programma tv, non può permettersi una gravidanza. Un ragazzo che vuol diventare una sirena fa di tutto per amputarsi le gambe.

La schizofrenia del capitalismo ci porta a considerare spesso perturbanti le opere che indicano con un termometro rivelatore i gradi “mostruosi” della cosiddetta normalità. Non è il cervello sovversivo, non è il pensiero libero che riceve isolamento, ostracismo ed emarginazione. Qui è il corpo in sé, deforme in quanto lontano dai canoni stereotipati, che informa di altre possibilità, quasi un terribile varco spaziotemporale verso un altrove metafisico. Nietzsche sostiene che è la pelle a rendere sopportabile la visione ripugnante dell’organismo. Il senso del tatto è il punto di contatto, è l’0rgano del corpo senz’organi. L’apparenza è tutto, certo. Ma l’apparenza è anche tutto quello che ci arriva nell’incontro con l’alterità. In fin dei conti, niente di importante. Lo spettatore si prepari ad assistere a qualcosa che cambierà il suo stesso sguardo e al bacio più nero della storia del cinema.

“Il mondo è orribile, l’umanità è orribile, ma non possiamo scappare via perché noi stessi siamo l’orrore”.

Buona, deforme, visione.

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