Un giorno di ordinaria follia, di Joel Schumacher (Falling Down, USA 1993)

di Roberta Lamonica

Traffico congestionato. Caldo soffocante. L’abitacolo dell’automobile che diventa una bara incandescente. La cravatta che si stringe intorno alla gola come un cappio. Una mosca. Oddio, non esce. Davanti agli occhi tutto si fa sfumato, indistinto. Un senso di nausea, la sensazione di non potere più. Di non poterne più. D-fens (indifeso più che mai) scende dall’auto, lasciandola lì, nel traffico bloccato, e si allontana.

Un giorno di ordinaria follia inizia come 8 e 1/2 di Federico Fellini, con un omaggio al capolavoro piuttosto evidente. Ma mentre il protagonista del film di Fellini si librava sul presente che lo schiacciava, mettendo il cielo tra sé e il mondo, D-fens in quel mondo si immerge, spingendosi oltre i limiti dell’umana sopportazione, in un viaggio al centro del suo inferno personale.

Michael Douglas interpreta un uomo il cui mondo si sta disgregando. Bill ha perso la sua famiglia, ha perso il suo lavoro, ha perso la fiducia nelle Istituzioni con cui si è sempre rapportato con devozione. Un rappresentante tradito di quella ‘White Nation’ che Ghassan Hage analizza nel suo libro ‘White Nation: Fantasies of White Supremacy in a Multicultural Society’, in cui ipotizza che il multiculturalismo sia tollerato fintanto che non intacchi la superiorità e le posizioni privilegiate promesse ai bianchi che tengono le fila delle società occidentali.

L’America raccontata da Schumacher in questo film cult è l’America a cavallo tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio degli anni Novanta. Un paese in cui le differenze sociali sono in drammatico aumento. Un paese in cui i mutamenti socioculturali –  l’accettazione del divorzio, l’aumento dei single, con uno stile di vita non tradizionale, la maggiore visibilità degli omosessuali – aumenta il divario fra chi si sente ai margini di una cultura postmoderna e chi invece vi è pienamente integrato. Divaricazione che, più che a differenze di reddito e di occupazione, è riferibile a chi accetta i mutamenti in corso e chi li rifiuta.

Bill si muove in questa realtà. Alla disgregazione della famiglia si accompagna la disgregazione del quartiere, della città, dell’intero Paese e del modo di vivere dell’uomo bianco americano. Il motivo che scatena la follia di Bill è l’impossibilità di far uscire una mosca dall’abitacolo della sua macchina. Ecco, il mondo di Bill è pieno di ‘mosche’ che occupano odiosamente il suo spazio, fisico ed affettivo. Il tentativo disperato di recuperare la sua casa e la sua famiglia diventa anche il tentativo di recuperare quei privilegi che gli sono stati promessi e poi non dati. E la delusione, il desiderio di vendetta, la rabbia di Bill si muovono dal generale al particolare: in un’escalation di violenza incontrollata Bill vuole tornare a casa, da una moglie che non lo vuole più e che paga il mutuo della loro casa, perché lui ha perso il lavoro.

Uno ai margini, proprio come quelli che ritiene i suoi usurpatori. E nella sua discesa agli inferi la incontra l’America multietnica, l’America terra di libertà. Nel negozio di un uomo coreano, altra mosca, avviene il primo scontro, il primo corto circuito anche culturale. Bill devasta il negozio e, tra le cose che giacciono sul pavimento, alla fine, anche la bandiera americana, coperta da frammenti di vetro, fragile come l’illusione dell’integrazione creata tra i diversi gruppi sociali nel paese. Bill gli paga una cola ma ruba una mazza da baseball. E va via.

La delinquenza per Bill è prerogativa degli immigrati. Quelli che incontra sono solo questo. Viene molestato da questa America multietnica e chiassosa, sporca e rumorosa. Egli si sente simbolo dell’America onesta che subisce la presenza di questa ‘scum of the Earth’.

Una gang di portoricani tenta di derubarlo.
Con la mazza da baseball li mette in fuga e ruba a uno di loro un coltello a farfalla.
Quando i portoricani lo raggiungono per vendicarsi (accalcati in macchina come i Cani Arrabbiati di Mario Bava) e ucciderlo, restano coinvolti in un incidente e lui si appropria delle loro armi.
Sembra che si voglia evidenziare come il potere passi attraverso la crescente pericolosità delle armi possedute, quasi un riferimento all’America guerrafondaia rappresentata da Bush e dalla sua politica aggressiva.

E non è un caso, quindi, che sia a causa non di un immigrato ma di un anglosassone bianco che Bill supera il limite dal quale non si può tornare indietro. È un pazzo nazista, sadico e omofobo che fa di Bill un assassino e non una delle mosche che tanto lo hanno infastidito.

La Los Angeles in cui si muove Bill è una città violenta. Fuori controllo. Senza il glamour di Hollywood. Una città di cartelli di protesta, di persone ‘not economically viable’, di malati di Hiv, di hamburger fake. Bill diventa la metafora della città. A chi gli chiede dove vada, lui risponde: “a casa”. La sua casa, la sua nazione: bianca, anglosassone e protestante.

Sul dramma di Bill si innesta il racconto dell’ultimo giorno di lavoro del sergente Pendergast (Robert Duvall). Un uomo intelligente che ha abdicato al suo ruolo di detective in carriera per ritirarsi a vita privata, per prendersi cura di una moglie depressa, in seguito a una tragedia familiare.

Per Pendergast salvare la figlia e la moglie di Bill è tornare indietro e salvare la sua, di famiglia. Egli rappresenta ciò che Bill sarebbe stato se non fosse vissuto nell’America attuale. Il loro incontro sarà per lui possibilità di riscatto, rinascita e rimodulazione delle priorità della vita. E nell’acqua che accoglie e raccoglie si spengono gli affanni di Bill, piccola mosca finalmente libera di volare fuori da quell’abitacolo infuocato.

Un film piccolo capolavoro spesso sottostimato con un’interpretazione straordinaria di Michael Douglas. La sua camicia bianca a maniche corte, la cravatta nera e la ventiquattr’ore sono diventate iconiche tanto da ispirare Matt Groening per un personaggio dei Simpsons, Frank Grimes, simbolo di un uomo mite e onesto che le ingiustizie della vita rendono folle.


 

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