I bambini li guardano. Le FAVOLACCE delle villette a schiera, senza zuccheri aggiunti.

di Lelio Semeraro

Una piscina coi pidocchi. Stop. Basterebbe questo quadro a descrivere con estrema sintesi un’opera coraggiosa che spiazza, incanta e ci rovescia una pioggia fresca di buon cinema (al momento disponibile in molte piattaforme online), possedendo il suo linguaggio e le sue coordinate, riuscendo a tratteggiare favolacce moderne tra mejo genitori e bravi pischelli. Favole molto brutte, trovate su vecchi diari scolastici, “poco ispirate” come recita la voce iniziale di Max Tortora. Forse scritte di getto nella propria cameretta e con la penna verde, senza talento e con l’urgenza di scrivere, quasi per necessità psicofisica e in cui non ti importa più distinguere tra verità e fantasia, ma solo svuotarti e liberarti. Favole cupe, noir, malinconiche e senza la censura e gli zuccheri aggiunti delle favole più note per fanciulli. (Aperta parentesi: così come alle sorelle di Cenerentola nella versione originale venivano tagliati i piedi e la storia di Cappuccetto Rosso era molto più cruenta, così molte storie popolari sono state edulcorate con tagli decisi sulle note più horror.)

La raccontano bene nei suoi molti mali la piccola borghesia, i gemelli Damiano e Fabio D’Innocenzo, 32 anni ancora non compiuti, e ora con l’orso d’argento 2020 già famosi in tutto il mondo come piccoli Taviani. Dopo l’esordio con La terra dell’abbastanza, presentato anche quello a Berlino, dove un genitore alla ricerca di qualcosa che gli faccia dire “aò, amo svortato” è portatore quasi sano di camorra, influenzando il suo unico ragazzino iscritto all’alberghiero in attesa di decidere quale strada prendere.

Che cosa significa essere borghesi, oggi? Non è credere nelle cose e aggiustarle, non è leale competizione, non è capitalismo e spirito protestante, non c’è qui la mano invisibile del libero mercato. L’egoismo di tutti non viene indirizzato da qualche provvidenza a portare qualcosa di buono alla società, ma significa affondare nel marciume del proprio provincialismo cronico e coltivare i semi della propria disperazione.

I registi, così giovani da far invidia, hanno svolto diligentemente i compiti. Dal classico neorealismo alla nouvelle vague, dai kids di Larry Clark alla poesia pasoliniana, dal fascino discreto bunueliano ai fratelli Dardenne, i riferimenti sembrano tanti e nessuno. Ora con la macchina da presa fanno quello che vogliono, con sagacia professionale e l’incoscienza dell’azzardo di aver mescolato le carte temporali delle varie storie intrecciate. Suoni in presa diretta, primi piani, dettagli a sorpresa, soggettive di scomodi voyeur, traspare in queste favolacce tutto il divertimento implicito di voler superare loro stessi. Dalla fredda Berlino portano a casa un caloroso premio che è più importante del premio stesso. Un legame insolito tra la capitale tedesca centro nevralgico dell’Europa, trascinatrice di dibattiti politici infiniti dai lunghi paroloni e la periferia romana degradata con i suoi accenti e le sue parole gutturali, tronche e brutali.

Tutti 10 i voti, tranne in condotta. I figli che sembrano il riscatto di una nuova splendida forza generazionale sono più forti, più maturi, più intelligenti dei genitori. Tra i padri c’è Elio Germano ed è più brutto del solito, un maschio tossico imbruttito e abbrutito da un senso angoscioso di “vorrei ma non posso”. O forse questi padri sono esteticamente così sgradevoli perché i bambini ci guardano; di conseguenza il motto desichiano diventa i bambini li guardano, in un miscuglio particolarmente riuscito tra visioni soggettive e neorealiste, senza neppure la vitalità magica di Brutti Sporchi e Cattivi.

Le piccoli innocenti creature delle scene di Favolacce, simili nelle atmosfere a quelle nel Nastro Bianco di Haneke non subiscono passivamente le violenze macro e micro quotidiane, ma covano sottotrame segrete nei loro pianeti, nelle loro cosmologie sconosciute ai grandi. Guardano cronologie pornografiche dei telefonini dei loro papà, oppure costruiscono ordigni potentissimi su ispirazione di un professore risentito, emarginato e vendicativo, che stabilisce una connessione empatica con gli alunni tra vivacità, genialità e desiderio di morte e distruzione.

“Si muore un po’ per poter vivere”, ci cantava sorridendo Caterina Caselli nel 1970. In questa colonna sonora, risponde l’incredibile compositore Egisto Macchi con Città Notte, un album d’avanguardia del 1972 da riscoprire: “Non val la china, non si può guarire, bisogna morire”, Passacaglia della Vita. E vissero tutti molto poco felici e molto poco contenti. Buona visione.

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