I due nemici, di Guy Hamilton (The Best of Enemies / Italia 1961)

di Andrea Lilli

In seguito alla dichiarazione di guerra proclamata da Mussolini il 10 giugno 1940, gli Alleati guidati dall’esercito inglese intervennero in Africa Orientale e, in pochi mesi e col sostegno delle popolazioni indigene resistenti, nel 1941 liberarono dagli invasori italiani i territori delle attuali Etiopia, Eritrea e Somalia. Le colonie britanniche rimasero dov’erano.

i due

I due nemici sono il capitano Vittorio Blasi (Alberto Sordi) e il maggiore inglese Richardson (David Niven) che, a capo dei rispettivi plotoni, si imprigionano a vicenda in una rocambolesca serie di fughe e inseguimenti dall’esito imprevedibile e alterno. La sfida on the road non è troppo cruenta: si contano pochissime vittime e molte risate, in un combattimento più sportivo che guerriero. I due schieramenti pian piano fraternizzano, arrivando a misurarsi in una grottesca partita di calcio nel deserto, sotto gli occhi increduli degli indigeni. Una battaglia che finirà sostanzialmente in pareggio, risolta “ai rigori” secondo il copione imposto dalle vicende storiche, ma tra uno scacco e l’altro il romano inquieto Blasi, il flemmatico Richardson e i soldati al seguito avranno avuto modo di conoscersi meglio, sostituendo i pregiudizi con una stima reciproca e condividendo la percezione dell’assurdità di quella guerra. Nel momento del bisogno, dovendo affrontare un comune pericolo, stringeranno perfino un’alleanza solidale.

Il film è del 1961, prodotto da Dino De Laurentiis nel pieno della fortunata stagione in cui finanziò in rapida successione capolavori come La grande guerra (Monicelli, 1959; con Sordi e Gassman), Tutti a casa (Comencini, 1960; con Sordi), Il gobbo (Lizzani, 1960), Una vita difficile (1961) e La marcia su Roma (1962) di Dino Risi, il primo ancora con Sordi. Sono pietre angolari del nostro miglior cinema d’autore, tutte dedicate alle due guerre mondiali e alla sciagura del nazifascismo. Il produttore di Torre Annunziata non fu l’unico a sfruttare quel filone storico: di quegli stessi anni sono La ciociara (De Sica, 1960), Era notte a Roma (Rossellini, 1960), Il federale (Salce, 1961), Gli anni ruggenti (Zampa, 1962), prodotti da altre imprese cinematografiche. In un brevissimo arco di tempo, i maestri del neorealismo e della commedia all’italiana si dedicavano, ciascuno a suo modo, alle stesse recenti vicende belliche non ancora archiviabili.

latrina

Alberto Sordi, già protagonista in questo elenco di ben tre film in tre anni, venne chiamato per il quarto, appunto I due nemici (1961). De Laurentiis lo aveva sotto contratto e voleva conquistare il mercato estero. Il tema della Seconda Guerra tirava, Sordi sbancava i botteghini. Per esportarlo però doveva evitare il rischio di urtare sensibilità, riaprire ferite ancora dolorose, non ben cicatrizzate. Scelse allora il genere della war comedy, che gli permetteva anche di rilanciare la posta puntando a una pellicola ‘di riconciliazione’ e di ispirazione europeista, essendo nel 1958 entrato in vigore il Trattato di Roma. L’assalto al pubblico anglofono impose una strategia adeguata. Affidando scrittura e sceneggiatura a mani esperte come quelle di Lorenzo Vincenzoni, Age & Scarpelli (La grande guerra) e Suso Cecchi D’Amico, la colonna sonora e la fotografia a Nino Rota e Giuseppe Rotunno (anche loro ne La grande guerra), De Laurentiis affiancò ad Albertone un principe della soft comedy come David Niven, consegnò la regia ad un promettente Guy Hamilton (dirigerà quattro film della serie Agente 007) già sperimentato nelle scenografie africane (assistente di John Huston ne La regina d’Africa, 1951), e infoltì il cast di attori very, very british.

Venne dunque sfornata questa pellicola carina, divertente, superficiale e tecnicamente di buon livello, insomma assai godibile, ma che malgrado tali pregi non ebbe lo sperato successo di cassa. Forse perché il tema dell’ultimo conflitto mondiale era ancora troppo caldo per essere servito sul piatto da dessert della commedia leggera. Forse perché le caratterizzazioni dei personaggi sono eccessive, quasi diventano macchiette: stereotipi come i baffetti, la mazza da golf e il rispetto della disciplina per gli inglesi, gli spaghetti, i muli e il pressapochismo per gli italiani fanno presa fino a un certo punto, possono risultare stucchevoli, scontati soprattutto se infilati tra una cannonata e l’altra come nelle barzellette del “Ci sono un italiano e un inglese sull’aeroplano…”.

niven

Già Luigi Zampa nel 1947 con Vivere in pace aveva tentato un film di “riavvicinamento” tra ex nemici di guerra, ma con maggior pudore e minori pretese, il che significa con maggiore rispetto per la storia di tante persone che realmente hanno sofferto le tragedie dell’ultimo conflitto mondiale. Forse, infine, I due nemici non ha sfondato semplicemente perché in Italia non abbiamo tanto amato David Niven, e viceversa Alberto Sordi all’estero non è mai stato compreso e apprezzato come in Italia. I non italiani hanno sempre faticato molto a specchiarsi in lui, a capire la sua bonarietà cialtrona, per giunta sotto una divisa da ufficiale fascista. “Combatterei volentieri per difendere casa mia, ma questa guerra non la capisco. Faccio il mio dovere perché sono costretto”. Buona la prima, peccato per la seconda frase del capitano Blasi: dissero così, banalmente, anche tali Eichmann e Priebke, non vennero assolti per questo.

resistenza etiope

Uno spettatore dotato di buona memoria fatica sia a ridere del dito beffardo (Sordi) quando indica la luna oscena (il colonialismo), sia ad ammirare l’elegante flemma britannica di David Niven, esibita a sproposito in un ruolo anch’esso sporco, quello di chi difendeva gli interessi coloniali della corona inglese. Ovviamente anche gli etiopi vengono rappresentati con caricature grossolane, però una sequenza memorabile c’è ed è quella in cui il capo dei ribelli, dopo aver spogliato inglesi e italiani dei fucili e delle scarpe, rispedisce gli invasori ai mittenti con una lezione seria e importante: “Ascoltate. Abbasso il re d’Inghilterra. Abbasso il re d’Italia. Voi fare guerra a casa vostra, noi a casa nostra, così tutti contenti. E adesso via!”.

vignette

cartoline di propaganda ad uso delle truppe italiane dell’Africa Orientale, Enrico De Seta, 1935-36

Se poi lo spettatore non smemorato provenisse da un Paese dell’ex Africa Orientale Italiana, probabilmente detesterebbe un film in cui l’orribile marcetta suprematista e razzista Faccetta nera viene salmodiata troppo a lungo, irritando ben oltre l’effetto ridicolizzante cercato da Rota. E contesterebbe una commedia “tarallucci e birra” in cui, nello sforzo di riavvicinare due ex nemici europei, si evita ogni accenno ai crimini sulle popolazioni ‘conquistate’ commessi da entrambi. Nel caso del Corno d’Africa dagli invasori fascisti, in campo militare e civile: i massacri disposti da Pietro Badoglio e Rodolfo Graziani, i lager, i gas proibiti, la segregazione razziale, i madamati con cui soldati e ufficiali (come Indro Montanelli) abusavano di bambine, impuniti e impenitenti. Del resto, chi dimentica che un’invasione coloniale manu militari è uno stupro territoriale, può facilmente dimenticare pure che la compravendita di una dodicenne a fini sessuali è schiavismo, e della peggior specie. Certe tragedie non si possono ignorare quando si attinge una sceneggiatura dalla loro storia, né si possono giustificare umanizzando i protagonisti. Guy Hamilton avrebbe fatto meglio ad inquadrare il contesto con maggior rispetto per gli etiopi.

Al netto di tutto ciò, va detto che comunque, da questo film classificabile nella subcategoria “Italiani e inglesi brava gente”, emerge un solo attore strepitoso. Interpretazione accorata, immedesimazione totale, perfetta (il solito enigma: ci fa o ci è?), anzi di più, perché supera le mediocri pretese del regista. Maledetto impareggiabile Alberto Sordi. Ce lo meritiamo? Dino De Laurentiis qui no, non se lo meritò.

ombrello


🔴 Il film è disponibile su Dailymotion  loca eng

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