La nostra strada, di Pierfrancesco Li Donni (2019)

di Laura Pozzi

Daniel, Desirée e Simone sono tre adolescenti nati e cresciuti nel quartiere Zisa di Palermo. Uno sperduto e dimenticato avamposto di periferia dove il tasso di disoccupazione e dispersione scolastica sfiora picchi da far tremare i polsi. Studenti al terzo anno delle medie dell’istituto Bonfiglio, i ragazzi guidati dal professor Giovanni Mannara (più di qualche affinità con l’indimenticato professor Keating de L’attimo fuggente) si preparano agli esami finali. Un compito tutt’altro che agevole per il giovane insegnante, un moderno Don Chisciotte che, a dispetto di una realtà scialba e incolore dove i sogni sono solo sogni e il guadagno rappresenta la massima aspirazione dei suoi allievi, prova ogni giorno a riscrivere in bella copia un futuro già in atto. Pierfrancesco Li Donni, apprezzato documentarista con Loro di Napoli (vincitore come miglior film al festival dei popoli 2015), affronta con La nostra strada uno dei temi più dibattuti e scottanti degli ultimi anni, filmando l’amaro e feroce disincanto di una generazione a corto di stimoli, spoglia di ambizioni, avvinta e raggirata da una stato di subdola e lasciva rassegnazione. Il regista, attraverso un lucido pedinamento zavattiniano, scruta i contorni e si interroga sulle naturali inclinazioni di un’età acerba, ma nel caso dei suoi protagonisti, già pericolosamente “avanzata”, lasciando alla scuola l’arduo compito di imprimere nelle loro coscienze l’inesauribile voglia di migliorarsi, di continuare a splendere, di non prestare il fianco a un futuro di mera sopravvivenza.

Un percorso accidentato, popolato da insidie, ma che giorno dopo giorno si tramuta in strada, cammino, fatica, identità. Valori quasi del tutto assenti nell’orizzonte socio-culturale di questi ragazzini perduti, vittime dell’ incuria e indifferenza di genitori distratti, figli di un paese senza futuro, illuminati solo da quel raggio di sole, tenuto costantemente ardente dal brillante professore che, supportato da Dante, Seneca e i poeti maledetti, mostra con coraggio e determinazione l’importanza di un insegnamento scolastico serio, audace, appassionato. E allora appare del tutto naturale e incredibilmente rock appassionarsi alla Divina Commedia “rappando” il primo canto dell’inferno, discutere di omosessualità, famiglie arcobaleno, schiavitù e collaboratori domestici partendo da Rimbaud, sottolineando come il percorso scolastico debba insegnare prima di tutto a relazionarsi con gli altri e a rispettare il lavoro altrui. Il confronto con i ragazzi coinvolge e ruba la scena per il disarmante e crudo realismo con il quale gli alunni si relazionano con una realtà pesantemente compromessa dall’innaturale propensione a depotenziare i sogni. Daniel è un ragazzino frivolo, superficiale, quasi sprezzante nella sua bonaria avversione per lo studio. Eppure sarà proprio lui a cogliere l’essenza e a far tesoro di quelle lezioni seguite distrattamente dal davanzale di una finestra . Non sarà lo stesso per Simone, ragazzone malinconico e taciturno, amante dei cavalli, ma silenziosamente fedele ad un avvenire funestato da piaghe indelebili.

Tuttavia è Desirée a rappresentare l’emblema di una società alla deriva dove le colpe dei padri ricadono immancabilmente sui figli. Dietro le sue calcolate e fredde convinzioni rafforzate da un’aria finto vissuta, si cela un vuoto interiore che difficilmente riuscirà a colmare grazie ai due soldi guadagnati come lavapiatti nel buio sottoscala di un panificio. Un anno dopo la fine della scuola, la ritroviamo cresciuta, ma solo anagraficamente. Negli incontri con Daniel non fa mistero della sua insoddisfazione e anche se resta fedele ai suoi principi lo sguardo volge altrove, verso quelle possenti e fascinose navi attraccate al porto. La voglia di fuga è la stessa celebrata un anno prima nelle scorribande notturne con Morena, è la naturale attitudine di una preadolescente ansiosa di partire, esplorare, conoscere il mondo. Ma l’attaccamento a valori fittizi e illusori continua ad avere la meglio, fossilizzandola a terra, in una continua e logorante fuga “da ferma”. Presentato in concorso all’ultima edizione del Biografilm festival e vincitore come miglior film nel concorso Italia, Li Donni in poco più di un’ora fotografa e ci consegna una preziosa istantanea sulle infinite problematiche di un Paese dove il delicato passaggio verso l’età adulta più che una risorsa rappresenta una condanna verso i più fragili e inesperti. I giovani sono un patrimonio da preservare, ma spetta alle famiglie a alle istituzioni prenderne atto. Il loro futuro è un bene prezioso che ci riguarda molto da vicino perché è da quei semi, se ben coltivati, che può prendere forma una necessaria e oramai improrogabile controtendenza. Il regista palermitano è un abile e acuto osservatore, ma la riuscita del docufilm risiede nella sua capacità di sospendere giudizi o alimentare polemiche. La scuola mostra finalmente un volto diverso, non più irregolare e sfuggente, ma ben tratteggiato dall’autorevolezza e personalità di professori come Giuseppe Mannara. La scuola può e deve essere tutto questo, e anche se solo uno su tre riuscirà a coglierne il valore sarà comunque un inizio. “Quando si è giovani, bisogna anche essere degli zeri, perché non c’è niente di più dannoso, che significare presto, precocemente, qualche cosa”. Questo scriveva Robert Walser in Jakob von Gunten, irrinunciabile romanzo di formazione per tutti coloro che si apprestano a costruire e sostenere quella strada che un tempo è stata anche la nostra. Il film, prodotto da Ladoc con il sostegno di Mibact e Siae nell’ambito del programma “Per chi crea” e con il contributo della Sicilia Film Commission nell’ambito del progetto Sensi Contemporanei, sarà presentato in concorso a Palermo nella prossima edizione del Sole Luna Doc Festival (6/12 luglio) e sarà film d’apertura al SalinaDocFest (24/26 settembre).

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