Sotto la sabbia (Sous le sable), di François Ozon (Francia 2000)

di Girolamo Di Noto

Charlotte Rampling

Una giornata di mare, come tante altre, in una spiaggia libera, senza gente.

Sposati da venticinque anni, come ogni estate Jean e Marie vanno in vacanza nella loro casa nelle Landes. Improvvisamente, mentre Marie dorme sulla spiaggia, il marito da lei tanto amato scompare in mare e il suo corpo non viene ritrovato. L’avvenimento inaccettabile e inspiegabile crea una scia di ipotesi: forse inghiottito dal mare, forse svanito in cerca di anonimato, forse suicida. Le ricerche si protraggono per giorni senza esito. Dopo la prima reazione di angoscia, la donna si ritrova imprigionata in una contraddizione: è sola, ma non è forse vedova, poiché il corpo del marito non è stato ancora trovato. Come fare i conti con la possibile morte del compagno ed elaborare il lutto quando il cadavere è fisicamente assente? Come si supera la perdita quando non c’è un corpo?

Scritto insieme a Emmanuèle Bernheim, il film di Ozon è una lucida analisi del dolore profondo e di un modo di reagire ad una perdita inconcepibile. Il regista francese costruisce un personaggio straordinario attorno alla protagonista, l’attrice Charlotte Rampling: una donna non più giovane, perfetta nella sua bellezza al tramonto, nella sua femminilità ancora viva, nella sua spietata negazione del reale. Sospesa tra la riscoperta di sé e lo scivolamento in una dimensione di allucinazione, Marie non capisce e non accetta. Nonostante la presenza degli innumerevoli indizi del decesso, la donna continua a vedere il marito e a parlargli: permane in lei forse il desiderio di non sapere, di nascondere lo sguardo per evitare il contatto con la realtà, perdura con caparbietà in lei la volontà di sotterrare la testa ‘sotto la sabbia ‘, comportandosi come se il coniuge fosse lì con lei, arrivando a confondere la frontiera tra realtà e illusione e creando una mescolanza indistinta di fatti reali e fantasmi illusori.

Marie e le sue allucinazioni

L’illusione porta Marie a respingere senza mezzi termini le amare riflessioni degli amici che considerano Jean morto, la conduce a non farsene una ragione e si comporta come se nulla fosse accaduto. Esemplare la scena che vede la protagonista partecipare, alcuni mesi dopo l’incidente, a una cena parigina tra amici. Marie è sorridente, splendida in abito da sera e chignon e gli amici cercano di darle conforto e farla stare a proprio agio. Subito dopo, la scena ha un effetto un po’ sconcertante: le reazioni imbarazzate degli invitati ai suoi insistiti e continui riferimenti al marito rivelano lo stato di alterazione nel quale la donna è immersa. Nell’affrontare quotidianamente l’impegno di vivere, Marie utilizza il dolore come strumento di sopravvivenza: arriva a vederlo, a parlargli a colazione, acquista vestiti che il marito non indosserà mai, lo evoca davanti agli amici, si fa toccare in impossibili sogni erotici.

Come Almodóvar, anche Ozon è uno dei cineasti più attenti e sensibili nel descrivere l’universo femminile. Attraverso il volto sibillino e meraviglioso della Rampling ha costruito il commovente ritratto di una donna caparbia, dalla straordinaria forza magnetica, fragile e insicura, incapace di accettare un distacco immotivato che le ha sconvolto l’equilibrio personale. Il fantasma di Jean le dà forza per continuare la vita tutti i giorni, ma nello stesso tempo non la porta ad elaborare il lutto come forse dovrebbe fare.

L’elaborazione non riesce ad avvenire neppure con l’aiuto di un uomo con il quale intesse una relazione: tenta di replicare il passato, induce il nuovo compagno a ripetere i gesti del marito; l’amante è visto come compromesso per soddisfare la necessità del corpo ed è curiosa la relazione che è vissuta dapprima come se fosse extraconiugale, poi con il consenso allucinatorio del marito. Il dolore della perdita è raccontato in modo quasi surreale e si riflette in particolare sul volto della protagonista: ogni increspatura del sorriso, ogni sfumatura nei suoi pensieri viene resa da Ozon in modo magistrale e senza troppe parole e la scena della masturbazione, in cui Marie, distesa e avvolta in un vestito rosso, è accarezzata da mani senza volto e si procura il piacere ad occhi chiusi, ne è un chiaro esempio.

Con uno sguardo nitido e sfuggente e uno stile discreto, Ozon scava nel profondo, descrive la solitudine di questa donna con momenti di tenerezza che mettono i brividi, senza lasciare nessuna certezza, ma disseminando qua e là indizi che possono alludere ad una catastrofe imminente: si pensi all’andatura stanca di Jean prima di partire in vacanza, al suo sguardo che indugia su un formicaio rigurgitante di vita che incontra mentre va nel bosco, o quando Marie versa l’intera scatola di sonniferi nella mano, li guarda per un attimo, poi li rimette dentro, tenendone uno solo, o soprattutto al libro Le onde di Virginia Woolf che Marie legge durante i corsi che tiene all’università: romanzo che parla di mare e di vita che altro non è che lo stato liquido e mutevole dell’esistenza, di stati d’animo posati in balìa della corrente che sembrano avvicinarsi a quelli del marito. L’acqua, elemento ambiguo, fonte di vita e di morte, scorre in ogni sequenza: dal mare alla Senna, all’acquario nel ristorante, all’acqua che bolle in pentola, ritma l’avanzare del film. L’immagine più bella è quella di Charlotte Rampling che guarda il mare, senza sapere che cosa pensare. La distesa piatta non fornisce risposte, ma può solo riflettere il suo spaesamento e la fragilità dei suoi sentimenti.

I sentimenti nella vita vengono prima di ogni cosa, ci sono legami da cui è impossibile separarsi, che siano di pochi giorni o di tanti anni non è poi così importante. Lo sa bene Özpetek, regista affine a Ozon per certe tematiche: in Napoli velata (2017), altro enigma su pellicola, film pieno di misteri e inganni, ricorre anche lui alla sparizione e ‘riapparizione’ dell’oggetto d’amore, mostrando nello stesso modo la difficoltà di dimenticare e la possibilità di rifarsi una vita. Cosa c’è sotto la sabbia di una sparizione incomprensibile? Ozon riflette l’esperienza di chi ha deciso di non accettare la fine di una vita, la fine di un amore. Forse è meglio credere, per non impazzire, che si è eclissato, come il sole di notte. Lo sguardo di Marie rivolto verso un orizzonte lontano, verso ombre irreali, inafferrabili, non può far altro che tradurre tutto il dolore per tutti gli abbandoni che la vita immancabilmente impone.


 

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