Elvira Notari: la prima regista italiana

di Greta Boschetto

“Uno di questi giorni gli uomini supereranno l’idea folle che le donne non hanno il cervello e smetteranno di essere insultate al pensiero che un indossatore di gonna possa fare il proprio lavoro nel modo migliore possibile. E non credo nemmeno che quel giorno sia molto lontano. “

(Cleo Madison, 1883-1964, attrice, regista e produttrice)

Elvira Notari (nata Maria Elvira Giuseppa Coda; Salerno, 10 febbraio 1875 – Cava de’ Tirreni, 17 dicembre 1946) è venuta al mondo col cinema ma dal cinema è stata dimenticata, come è avvenuto per moltissime donne registe, sempre troppo poche, sempre troppo poco ricordate, purtroppo ancora adesso, a 145 anni dalla sua nascita.

Regista, attrice, sceneggiatrice, produttrice e distributrice, Elvira Notari fu la prima e più prolifica regista italiana: in 25 anni di attività ha realizzato 60 lungometraggi e centinaia di cortometraggi e documentari, ha portato la sua Dora Film a diventare una delle principali case di produzione italiane, aprendo negli anni ’20 anche un ufficio a New York.

Dopo aver terminato gli studi alla scuola Normale (come venivano chiamate all’epoca le magistrali), Maria Elvira arriva a Napoli agli inizi del Novecento con la sua famiglia natia e incontra Nicola, che sposerà nel 1902, una storia d’amore e di passione per la fotografia e per il cinema: il marito in quegli anni possedeva un laboratorio fotografico specializzato nella colorazione delle pellicole dei brevissimi film muti che cominciano a circolare a Napoli, le “filmine”, e lei decise di affiancarlo. Donna forte e precisa, severa ed esigente (veniva chiamata “La Marescialla”), ci mise poco a tramutare un piccolo laboratorio in una casa di produzione.

In quegli anni i film erano spesso già a colori, ovviamente non come lo intendiamo noi ora: i fotogrammi venivano colorati a mano, singolarmente, altre volte a macchina, con tinte uniformi, variabili da scena a scena in funzione dei sentimenti espressi, blu per la melanconia, rosso per la rabbia, verde o viola per la gelosia, e le immagini erano sincronizzate con musica e canto, interpretati dal vivo.

Un anno dopo il loro matrimonio, nel 1903, Nicola acquista una cinepresa in legno con un’autonomia di 10 metri di pellicola e inizia l’avventura. Il marito si occupava della parte tecnica, lei della sceneggiatura e della regia e indossò anche i panni di manager, organizzatrice e contabile.

Mentre Torino in quegli anni emergeva come capitale italiana del cinema grazie ai kolossal, Elvira Notari fece il contrario: si affidò alla sua città, ai vicoli, alla musica napoletana, al vociare per le strade, alle urla, al melodramma, a suo figlio Edoardo detto “Gennariello”, agli amici e alla gente di strada, attinse dal realismo e dal verismo letterario per diventare una pioniera del neorealismo italiano del cinema muto, tanto da pretendere lacrime vere sul set, spesso provocandole attingendo dai drammi personali degli attori.

Voleva raccontare attraverso il cinema le storie degli ultimi, le loro disgrazie, i contrasti del Meridione, gli scugnizzi, il sogno di una vita diversa che si tramutava in malavita, il dramma quotidiano di chi non ha niente e che sa che sarà sempre così, per la strada, in piccole case di pescatori, in vicoli poveri e affamati, di cibo e di vita.

Le storie erano intrise di passioni, di uomini assassini per onore, di tribunali, di madri disperate e dei loro figli lasciati crescere per le strade, di donne folli e ribelli che volevano opporsi al ruolo confezionato per loro dalla società maschilista e patriarcale, racconti di pancia, dal ventre di Napoli e di un’Italia da sempre fondata sulle diseguaglianze.

La gente comune comprendeva quel che vedeva e Elvira collezionava un successo dietro l’altro, fino alla comunità italoamericana d’oltreoceano.

Con l’avvento del fascismo e la morsa della censura che diventava sempre più stretta in ogni campo, il cinema di Elvira Notari divenne subito un bersaglio facile, tacciato di anti-nazionalismo. La povertà, la disperazione, la follia e il suicidio davano un’immagine del nostro paese che si doveva eliminare a favore di un’Italia forte e temibile.

Il regime fascista decise di eliminare la realtà, il dialetto, l’erotismo e la miseria e con essi, nel 1930, anche il sogno di Elvira Notari: ma il passato esiste e deve essere recuperato, la memoria di un cinema vero, con una valenza sociale e storica a cui molti dei nostri capolavori ancora devono.

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