Orecchie, di Alessandro Aronadio (2016)

di Girolamo Di Noto

Locandina

Se c’è una qualità che non si può negare a Orecchie è la sua originalità. Di fronte al proliferare di commedie più o meno tutte uguali, il film diretto dal regista Alessandro Aronadio si distingue perché ha di peculiare il pregio di toccare con leggerezza temi importanti come l’incomunicabilità, lo straniamento della società che ci circonda, il senso di disagio e lo scollamento dalla realtà, il senso di inadeguatezza.

Orecchie è una commedia inusuale per il cinema italiano, a cui conferisce una straordinaria vitalità non solo perché sceglie la strada del surreale, tanto poco battuta dai nostri registi, ma anche perché concentra l’attenzione sull’esigenza di guardare in faccia i problemi del presente senza per questo lasciarsi travolgere da essi, ma affrontandoli in una chiave di lettura diversa, meno convenzionale del solito.

Il mondo, lo sappiamo bene ed è inutile nasconderlo, non è incantevole e armonico, la società non è del tutto rassicurante, il lieto fine non è sempre garantito e l’arte- il cinema in particolare- non può non tenerne conto. Il film di Aronadio affronta la tragicomica giornata di un uomo qualunque con intelligenza e sensibilità, coraggio e determinazione, senza ignorare e nascondere nulla e lo fa con un inatteso miracolo di stile e con una libertà e poesia proprie di quei film caratterizzati da un bassissimo budget. La povertà dei mezzi dà maggiore spazio alla creatività, in certi casi è linfa vitale per il regista.

Girato in bianco e nero e con lo schermo che si allarga man mano che la narrazione si evolve, Orecchie è la storia di un uomo senza nome, supplente di storia e filosofia, che un giorno si sveglia con un fastidioso fischio alle orecchie. In aggiunta a questo inconveniente, la fidanzata gli ha lasciato un post-it sul frigo per avvisarlo del funerale di un certo Luigi. L’uomo però non ricorda proprio chi sia questo Luigi e trascorre l’intera giornata tra incontri surreali e disavventure tentando di risolvere il problema uditivo e di scoprire chi sia questo amico misterioso di cui non ricorda nulla. “Il tuo amico Luigi è morto. P.S. Ho preso la macchina”. La nota sul frigo lasciata dalla ragazza dà vita alla bizzarra giornata dell’uomo che vaga per Roma alla ricerca di risposte, ma che si trova di fronte a personaggi stravaganti, nevrotici, folli che vivono in un mondo che, dal punto di vista del protagonista, sembra andare allo scatafascio, dal quale prova molta difficoltà a relazionarsi e a cui non sente di appartenere.

Svariati sono gli incontri, variegata è la galleria di “mostri” e di situazioni bizzarre in cui il protagonista si imbatte: due suore invadenti picchiate da un’anziana signora, un rapper che legge Camus, l’otorino che per il fischio alle orecchie gli consiglia un’ecografia all’addome, il gastroenterologo burlone, la direttrice senza scrupoli di un giornale che vuole divulgare la cultura a colpi di foto osè.

Lo sguardo pungente del regista non risparmia nessuno: clero, ospedali, artisti, editori, genitori. Come non dimenticare, a tal proposito, la figura della mamma, ossessionata dai selfie, vedova più che allegra, innamorata persa di un artista performer molto più giovane di lei, artista che assembla emozioni con i mobili Ikea, o il professore che aveva ammirato all’università, che ritrova incollato ai videogiochi, o il prete disilluso e dedito all’alcol. Personaggi fuori luogo, strambi, incomprensibili che popolano luoghi alienanti caratterizzati da bancomat impazziti, fast food con menù che non si possono modificare, in cui niente è definito, è certo se non questo fischio all’orecchio che continua a sentire solo lui, se non questo funerale fissato alle sette di sera di questo Luigi di cui ignora l’identità.

Orecchie è una commedia che fa riflettere e fa sorridere, un film stralunato che ha con sé la solitudine delle opere di Kaurismaki e il minimalismo poetico di Jarmusch. È un on the road a piedi lungo un giorno, una tragicomica via crucis attraverso una Roma in bianco e nero, la storia di un uomo che, attraverso gli incontri surreali, “raccoglie pezzi di un puzzle che alla fine compongono l’immagine di se stesso”. L’utilizzo dell’immagine ristretta dello schermo che si allarga di pari passo con il procedere della storia è un espediente tecnico del regista che serve per farci capire come anche il livello di consapevolezza del protagonista, deluso dalla vita e dalle persone che sono molto lontane da quello a cui aspirerebbe, tende pian piano a dilatarsi e, se inizialmente non vuole scendere a compromessi ed è incapace di difendersi dalla follia che lo circonda, nel corso della giornata comprende che solo accettando e guardando con occhi diversi le diversità può trovare posto in questo mondo.

Da questo punto di vista Orecchie è fino ad un certo punto una storia kafkiana perché se è vero che richiama aspetti surreali, incomprensibili, è altrettanto vero che la via crucis del personaggio non si trasforma in un incubo. È frustrato, non ha il controllo di quello che accade, è imbozzolato in una solitaria chiusura al mondo, però alla fine, anche se tardivamente, si apre alla vita e sarà proprio quel funerale misterioso a sancire il cambiamento, a mettere in atto l’uscita definitiva da quella visione egocentrica che lo teneva distanziato dagli altri. Con quel mondo che riteniamo folle e stupido bisogna convivere altrimenti si rischia l’anonimato e l’invisibilità.

Il fischio all’orecchio non è altro che metafora di questo distacco dal mondo, di questo fastidio dato dalla superficiale normalità che ci circonda, non è che rumore della vita, con cui convivere e che non si può ignorare e nascondere come polvere sotto il tappeto.

Orecchie è un gioiellino del cinema italiano, che trasmette quella surreale leggerezza grazie non solo ad attori conosciuti che si sono prestati a camei (Degli Esposti, Papaleo, Wertmuller, Vukotic e tanti altri) , ma anche grazie alla straordinaria interpretazione dell’attore principale, l’ottimo Daniele Parisi, attore teatrale, al suo debutto sul grande schermo, abile, con la sua buffa mimica facciale, simile a Buster Keaton, a testimoniare il disagio proveniente dal sentirsi inadatti e capace altresì di prendere coscienza, di uscire dal guscio per sapersi muovere nel frastuono del mondo.

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