Lost in Translation – L’amore tradotto, di Sofia Coppola (2003)

di Marzia Procopio

Quando, nel 2003, Sofia Coppola girò Lost in Translation, aveva già portato a Cannes, nel 1999, Il Giardino delle Vergini Suicide, che, raccontando il suicidio collettivo di cinque sorelle nel fiore degli anni, sviluppava due temi cari all’autrice presenti anche in questo secondo lungometraggio: il passaggio dall’infanzia all’età adulta e il tema delle difficoltà comunicative tra mondo interiore ed esterno, legate lì però al dramma adolescenziale. Anche il successivo Marie Antoinette (2006) tratta la vicenda interiore della regina di Francia come quella di un’adolescente austriaca perduta in un mondo adulto, sconosciuto e ostile; analogo percorso di formazione troviamo anche in Somewhere (2010), il cui protagonista è una famosa star del cinema americano che vive in un leggendario hotel e si trova a dover prendersi cura della figlia undicenne.

Nel bar di un hotel di lusso o nel Giappone rischiarato al neon, sul bordo di un letto in vestaglia e ciabatte, o nello sguardo dei suoi personaggi sempre separati dal mondo – che sia una famiglia, una corte, una cultura altra – Sofia Coppola filma uomini e donne che cercano con aria smarrita qualcosa per cui valga la pena di uscire dalla loro solitudine immobile.

E Lost in Translation è proprio l’incontro fra due solitudini: quella di Charlotte, una giovane donna che ha appena finito i suoi studi di filosofia a Yale e accompagna il marito fotografo in un viaggio di lavoro, e quella di Bob, un tempo attore di successo, impegnato ora solo in spot televisivi. Nella noia di giorni trascorsi in solitudine a causa degli impegni pressanti del compagno, la giovane si chiede cosa fare della sua vita – “sto davvero perseguendo la mia auto-realizzazione?”; l’uomo, invece, vive l’incertezza di un delicato momento di passaggio, la temibile ‘crisi di mezza età’, e si interroga sul proprio futuro professionale e affettivo; entrambi si trovano alle prese, in definitiva, con la ricerca di un nuovo spazio nel mondo e di un linguaggio autentico e personale.

I due si muovono, di giorno, nell’hotel a sessanta piani e più che sovrasta la città, tra tv, bar, corridoi e ascensori; di notte (entrambi soffrono di insonnia) le scene si spostano all’esterno, in una città fatta di feste, karaoke e bar. Il loro “breve incontro” avviene in una cultura altra, un Giappone sospeso fra i riti della tradizione e l’iper-modernità di una Tokyo colta nel suo aspetto turistico e modaiolo (ripresa da una troupe ridotta all’osso che rubò fra le sue strade scene di vita giapponese perché, per stessa ammissione della regista, non avevano i permessi per girare gli esterni), resa ancora più alienante e frenetica dalla splendida fotografia ‘alla MTV’: sarà proprio percorrendo le sue strade di notte che Charlotte e Bob, uscendo fisicamente dal loro albergo, usciranno mentalmente dal loro senso di essere inadatti ed estranei al mondo, ritrovando fiducia e speranze per il futuro. Un “biglietto d’amore” per Tokyo, che è nel film la terza protagonista, l’ospite perfetta di un’incomunicabilità che si manifesta non solo fra esseri umani, ma anche fra due culture, con uno scarto talmente ampio da condurre ad una sorta di limbo in cui pensieri ed azioni restano sospesi. In questo stato di straniamento, i due si trovano e si riconoscono, creando subito, con la naturalezza degli incontri predestinati, un microcosmo espresso da un codice tutto loro, di natura non solo intellettuale ma fatto anche di suoni – suggestiva in questo senso la scena del karaoke –, silenzi e sguardi complici.

Il titolo Lost in Translation, d’altro canto – che non vale ‘L’amore tradotto’ come recita, nel sottotitolo, l’incomprensibile scelta dei traduttori italiani, ma ‘Perduto nella traduzione’ – compendia proprio il senso di smarrimento provato dai protagonisti: tradurre è tradire, è perdere qualcosa, perché nel passaggio delle parole da un essere umano all’altro, nel significato attribuito da ciascuno ai medesimi termini, le significazioni emotive cambiano molto.

Il film è quindi anche un piccolo trattato sulla solitudine radicale di ogni essere umano: persi per le strade di una Tokyo asettica e contemporaneamente ‘levatrice’, Charlotte e Bob si rispecchiano ciascuno nella solitudine dell’altro, incontrando lui la propria malinconia (per la carriera in parte perduta, per la complicità con la moglie del tutto assorbita dai figli), lei il suo desiderio di fuga da una vita che non riconosce più. Due, in tal senso, le scene fondamentali. All’inizio del film, Charlotte parla al telefono confessando di avere la sensazione di aver sposato uno sconosciuto: Coppola riprende da dietro, come a non volerla disturbare in un momento di sincerità con se stessa, Scarlett Johansson, che accenna solo al discorso lasciandolo poi cadere, perché non è ancora pronta a dirselo.

Quasi alla fine, invece, in una delle scene più belle del film, Charlotte e Bob sono sdraiati su un letto: lui le racconta del suo matrimonio, dell’amore fra lui e la moglie, delle difficoltà di tenere vivo il rapporto quando si hanno dei figli. Non è più appagato come un tempo, in quella relazione si è creato lo spazio perché entri qualcun altro, ma Bob lo sa, e lo sa proprio grazie all’incontro con Charlotte: “Più conosci te stesso e sai quello che vuoi, meno ti lasci travolgere dagli eventi”. Coppola li riprende da sopra (ricordandoci il Jarmusch di Paterson e di Only lovers left alive), perché lei sa – è anche la sceneggiatrice – che quell’amore lì non può compiersi. La giovane Charlotte cerca il suo maturo Bob con i piedi, lui rimane girato dall’altra parte: le nega il contatto oculare perché sa che, se la guardasse, cederebbe all’attrazione per lei, e ciò rischierebbe di smarrirlo davvero. Non si tratta del tradimento fisico: lui ha da poco avuto un rapporto sessuale con una donna incontrata al bar dell’hotel, si direbbe proprio per scacciare il pensiero del vero tradimento, quello affettivo. L’amore per Charlotte lo perderebbe se fosse agito, perché metterebbe a rischio quanto lui ha costruito con la moglie, mentre conserva invece una valenza euristica molto forte proprio perché resta sospeso. Durante le loro conversazioni ora frivole, a tratti profonde e molto spesso ricche di sottintesi, Bob e Charlotte salgono un fondamentale gradino nella conoscenza di sé, dei propri limiti e delle proprie insoddisfazioni.

Bob, dopo aver partecipato a un talk show, comunica a Charlotte che è giunto per lui il momento di ripartire. In virtù della sua maturità, l’uomo comprende con maggior facilità, nonostante il tormento, la necessità del distacco; Charlotte, invece, fa più fatica a metabolizzarlo, ma si lascia guidare con addolorata e al tempo stesso serena fiducia verso un addio che ha il sapore della crescita, perché quella rinuncia significa lasciarsi alle spalle le illusioni per procedere con coraggio verso la piena assunzione di responsabilità sulla propria vita.

C’è un saluto molto trattenuto, poi accade quello che tutti noi una volta abbiamo sognato nella vita: che qualcuno ci cercasse in mezzo alla folla per un ultimo addio o una promessa d’amore rinnovata. Bob trova Charlotte in mezzo alla folla frastornante, la abbraccia, e mentre lei piange lui le sussurra all’orecchio una frase che lo spettatore non recepisce, anche se i fan più convinti e sentimentali affermano di averla decifrata grazie a un impegnativo lavoro di manipolazione dell’audio: “Devo andarmene, ma non lascerò che ciò si frapponga tra noi. Ok?”. Non sappiamo se sia vero, né è importante: il senso dell’ultima scena è nella gratitudine reciproca e nell’esortazione di Bob a Charlotte di cercare di essere felice per ciò che è stato – un incontro di anime che non tocca a tutti – e che niente potrà mai cancellare, nemmeno la vita di fuori.

Un finale commovente per un film che, girato con quattro milioni di dollari di budget, ne incassò alla sua uscita centoventi e vinse molti premi prestigiosi, fra cui quattro nominations agli Oscar (Miglior Film, Migliore Attore Protagonista, Miglior Regia e Miglior Sceneggiatura), vincendo quello per il migliore script, della stessa regista. Coppola girò in sequenza – scelta piuttosto insolita – per facilitare sul set ai due attori protagonisti, che come i personaggi da loro interpretati non si conoscevano, un percorso di reciproca conoscenza analogo a quello della finzione. Impreziosito dagli omaggi a grandi classici come La dolce vita e dall’affascinante fotografia (specie quella notturna) di Lance Acord, il film segue la storia e i personaggi senza invadenza.

Il Bob Harris di Bill Murray (Golden Globe come miglior attore in una commedia) è “una maschera straordinaria, che assume stoicamente il peso degli anni, della stupidità umana e del fallimento personale e se ne libera con leggerezza appena stralunata” (Paolo Mereghetti); Scarlett Johansson, allora diciassettenne, appare a proprio agio nonostante le iniziali difficoltà a confrontarsi con il monumentale collega. La colonna sonora è eccezionale, con i contributi di My Bloody Valentine, Phoenix, Death in Vegas, Kevin Shields e Air, mentre il gran finale è tutto intessuto sulle note di Just Like Honey dei Jesus and Mary Chain: una scelta all’epoca non scontata che si spiega con l’importanza della musica nei film della regista, i cui protagonisti sono spesso lontani dagli affetti o dal proprio paese, e a sottrarli alla loro bolla di melanconia arrivano qualche incontro significativo e sempre, appunto, la musica.

Un film prezioso, che parla di un nulla ma è pieno di tutto, soprattutto della speranza della possibilità – nella nostra società che, pur moltiplicando le occasioni di scambio, sembra amplificare le difficoltà di reale comunicazione – di instaurare un dialogo vero e profondo tra esseri affini.


Disponibile su Netflix.

 

 

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