Frantic, di Roman Polanski (USA/FR 1988)

di Laura Pozzi

Un ottimo thriller dal sapore squisitamente hitchcockiano, un riuscito e sofisticato omaggio al maestro del brivido, un gioiello morboso ed avvincente. Frantic dodicesimo lungometraggio di Roman Polanski si è crogiolato per anni in reminiscenze di questo tipo, diventando in breve tempo uno dei più noti e acclamati film del regista franco polacco. Tutto vero e plausibile se non fosse che dietro la macchina da presa c’è, parafrando il suo mentore, un uomo dall’esistenza travagliatissima vissuto ben più di due volte e che ha sempre saputo troppo fin dalla nascita. Certo le similitudini con le opere di sir Alfred sono evidenti, (il MacGuffin, il cameo nei panni del tassista, la doccia, le vertigini, la scena mozzafiato sui tetti), ma sempre finalizzate a tinteggiare un affresco interiore che rimanda a qualcos’altro. In Frantic è interessante notare come spesso ciò che viene mostrato non è mai quel che sembra, a partire da un titolo ansiogeno, ma narrativamene fuorviante che lo stesso Harrison Ford avrebbe preferito coniare nel meno esagitato Moderately Disturbed.

Nonostante Polanski per tutta la durata della storia rallenti l’azione a favore di una tensione sottile e impalpabile, la sequenza iniziale contiene elementi visivamente poco rassicuranti. Strade perdute di vaga ispirazione lynchana cavalcano senza sosta le raffinate ed eleganti note del nostro Ennio Morricone (senza dimenticare nel corso della storia la suadente Libertango di Astor Piazzolla e l’avvolgente Strange di Grace Jones), mentre i titoli di testa deragliano abilmente su binari di coda. Qualcosa non torna e ce lo conferma la prima apparizione di Richard Walker (Harrison Ford) con sua moglie Sondra (Betty Buckley, l’iconica Abby della famiglia Bradford), una coppia in viaggio di lavoro, emersa da una dissolvenza incrociata più idonea a concludere una sequenza finale. Un tenero abbraccio all’interno di un taxi e la sensazione di assistere ad un sospirato happy end. Tuttavia siamo alle battute iniziali e questo inaspettato capovolgimento spazio temporale non fa che accrescere un disagio, affastellare un turbamento e un’inquietudine simile a quella provata dalla coppia di colpo totalmente estranea a una Parigi scialba, ostile, spogliata del suo fascino e privata del suo celeberrimo profilo. In seguito a un guasto occorso al taxi i coniugi giungono finalmente in albergo in attesa di un importante conferenza medica tenuta da Richard e in aggiunta all’allettante prospettiva di rivivere i fasti di una romantica luna di miele/fiele. Ma al momento di disfare le valigie i due scoprono di essere in possesso del bagaglio sbagliato e dopo aver avviato le procedure di recupero con l’aereoporto, Richard va a farsi una doccia.

 E qui ci troviamo di fronte a una scena da manuale sia a livello tecnico che narrativo: improvvisamente squilla il telefono, Sondra risponde, gesticola, comunica qualcosa al marito, ma le sue parole vengono soffocate dal rumore dell’acqua. Per mantenere alta la suspence ed evitare qualsiasi stacco mortifero che anestetizzi l’azione Polanski si serve di una sovrapposizione in cui Richard appare in primo piano rispetto alla moglie. L’attenzione viene immediatamente catturata da quella donna in secondo piano, dalle sue parole incomprensibili, dall’insofferenza e il fastidio di non essere ascoltata. Il regista indugia parecchio su questo prodigio tecnico, per poi risolverlo repentinamente tirandola  fuori dall’inquadratura, rimuovendola dalla nostra visuale e facendola misteriosamente scomparire. Richard dapprima sorpreso, poi sempre più allarmato capisce con il passare delle ore di essere vittima di un macchinoso complotto. L’uomo brancola nel buio, le autorità non sembrano intenzionate a prenderlo sul serio e quei pochi indizi a favore si rivelano fallaci. Inoltre non parla una parola di francese e questo fa di lui il perfetto uomo hitchcockiano che da un giorno all’altro si trova  scaraventato in un probabile intrigo internazionale dagli esiti devastanti. La verità come facilmente intuibile si cela dietro quello scambio di valigie che conduce Richard nella disordinata esistenza di Michelle (Emmanuelle Seigner) una giovane e seducente sbandata coinvolta nel losco affare. I due si trovano improvvisamente complici e se l’uomo alla fine riuscirà a riabbracciare l’amata Sondra, per la ragazza le cose volgeranno in altra direzione.

Appare chiaro come l’intreccio noir sia l’ultima preoccupazione del regista. Frantic è sostanzialmente l’odissea di un uomo disperato che perde “momentaneamente” la moglie. Una perdita che Polanski conosce bene e vuol provare ad esorcizzare una volta per tutte. Il film viene realizzato dopo il clamoroso insuccesso di Pirati e segna una svolta decisiva nella sua carriera artistica e nella sua tormentata vita sentimentale. Sulla scena ritrova la bellissima ed esuberante Emmanuelle Seigner, una giovanissima modella non ancora ventenne conosciuta anni prima sul set di Detective di Jean-Luc Godard. La sua non è certo una presenza casuale dal momento che i due convoleranno a nozze l’anno seguente, alimentando accuse e pregiudizi dovute alla considerevole differenza d’età. Eppure quel matrimonio suggellato dalla nascita di due figli su cui pochi avrebbero scommesso conserva ancora oggi, dopo trent’anni, un suggestivo potere catartico. Polanski sa che la prima cosa da fare per provare a liberarsi dal profondo senso di colpa che attanaglia la sua esistenza da quel raccapricciante 9 agosto 1969 è lasciare andare per sempre l’amata Sharon, tentando di colmare il vuoto e il senso d’impotenza dovuto alla sua scomparsa. Per farlo si affida ancora una volta al cinema, operando una sorta di transfert sui protagonisti. Il fantasma della sfortunata Tate aleggia silente per tutta la storia trovando voce ed espressione nelle fattezze dell’ audace Michelle che più volte implora Richard di tenerla con sé e supplicando nel drammatico finale di non lasciarla andare.

Ma stavolta Polanski fa sul serio non temendo di riservare alla futura sposa un destino cinematografico simile a quello dell’indimenticabile prima moglie. Stavolta Roman vuole esserci, vuole filtrare e trasfigurare con il mezzo cinematografico l’orrore di quella tragedia a cui è riuscito miracolosamente a scampare attraverso un passaggio di consegne superbamente esplicitato nel breve incontro finale tra Sondra e Michelle. Il loro sfiorarsi e dirigersi in direzioni opposte ha il sapore di una resa necessaria nel voltare pagina. Dopo innumerevoli disavventure Richard Walker ha di nuovo una moglie al suo fianco e Polanski può finalmente tornare alla vita grazie a quella morte cinematografica che gli consente il definitivo distacco da Sharon e l’avvicinamento ad Emmanuelle. Dopo due ore di claustrofobica angoscia cala il sipario sulla triste vicenda. Tutto finisce laddove era iniziato: un nuovo giorno è alle porte, l’alba riecheggia e illumina una Parigi finalmente riconoscibile nel suo maestoso fascino, le strade mostrano un volto familiare, mentre i titoli di coda scorrono sullo schermo lenti e perfettamente allineati.

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