Lupo solitario, di Sean Penn (The Indian Runner USA/1991)

di Laura Pozzi

Ogni nuovo bambino che nasce porta il messaggio che Dio non è ancora scoraggiato dall’uomo”. (Tagore)

Quando nel 1991 Sean Penn presenta a Cannes nella sezione Quinzaine des Réalisateur il suo esordio alla regia, Lupo solitario, l’entusiasmo suscitato dalla nuova e “inaspettata” creatura non è propriamente alle stelle. La pellicola circolata prevalentemente nei circuiti indipendenti visto il disappunto creato dalla crudezza e sfrontatezza di alcune immagini (la scena del parto e il nudo frontale di Mortensen) è da annoverare tra le opere prime più interessanti e promettenti di un attore fino a quel momento cannibalizzato da un’immagine pubblica superficiale e a tratti impietosa.  La decisione di passare dietro la macchina da presa avviene quindi in un momento cruciale della sua esistenza, fornendogli l’occasione giusta per recidere definitivamente quel cordone ombelicale con un passato violento ed eccessivamente morboso. Nonostante il fallimentare matrimonio con Madonna sia definitivamente archiviato ci vorrà ancora del tempo per scrollarsi di dosso l’odiosa nomea di Mr. Ciccone. The Indian runner gli offre l’opportunità di tornare in carreggiata e voltare lo sguardo verso territori meno battuti che gli consentiranno di acquisire  una maturità artistica tale da consacrarlo (lo attestano i due Oscar vinti come miglior interprete per The Mystic River e Milk) come attore e successivamente come regista.

Il film nasce da un’ipotesi suggestiva: trasporre in immagini Highway Patrolman, uno dei brani più dolorosi e meno noti di Bruce Springsteen contenuto nell’album Nebraska del 1982. Una sfida ardimentosa, dal sapore  aspro e pronunciato condotta da un uomo anticonvenzionale tornato a credere in se stesso. Lo splendido incipit, dominato dagli ovattati dettagli di una natura selvaggia e incontaminata possiede già quell’ incisivo graffio d’autore destinato a lasciare il segno sedici anni dopo con Into the wild. Il film si apre sull’accecante bagliore di un paesaggio austero, fuori dal tempo. Un silenzio irreale viene interrotto dallo spirare di un vento gelido e da un rocambolesco inseguimento nel quale Joe Roberts (un malinconico David Morse) lo sceriffo della sonnacchiosa cittadina di Plattsmouth si vede  costretto ad uccidere un uomo per legittima difesa. Una decisione sofferta e inevitabile, ma  come lui stesso confessa, imperdonabile e non abbastanza credibile agli occhi della sua coscienza. Il ritorno dal Vietnam di suo fratello Frank, (un ispiratissimo bello e dannato Viggo Mortensen) tenebroso piantagrane, nemico del buonsenso, in perenne lotta con i suoi demoni interiori sembra vivacizzare la rassicurante routine costruita insieme a Maria (una giovane messicana a cui presta il volto un’appassionata Valeria Golino) e al figlioletto Raffael. L’improvvisa morte della madre, seguita dal suicidio del padre, (un crepuscolare e indimenticabile Charles Bronson) decreta di fatto il loro riavvicinamento, facendo riaffiorare limiti e complessità di un rapporto volutamente inibito, ma sul punto di esplodere. Non basteranno un nuovo lavoro, la presenza di una compagna amorevole (Patricia Arquette) l’imminente nascita di un figlio a fargli sotterrare l’ascia di guerra contro il mondo, Frank continuerà a sbattersene della vita, bevendoci sopra con tragiche ed inevitabili conseguenze.

Joe e Frank pur essendo fratelli non potrebbero essere più diversi, ma quel legame di sangue non può essere spezzato o lavato via con un colpo di spugna. Può solo scorrere e defluire tra le fenditure di una strada perduta laddove si consumerà uno struggente e implacabile addio. Penn si affida ad un cinema lontano dal tempo preservando il suo sguardo ribelle dalla frenesia del presente, plasmandolo sul ritmo e sulle cadenze di una ballata ruvida e cavernosa. L’andamento solenne della storia, caratterizzata da lunghe sequenze scarne di dialoghi, ma compensate da un eloquente commento musicale rafforza le amare riflessioni di Joe, un uomo che a differenza degli altri ha smesso di fumare, ma con l’ultima sigaretta ha inconsapevolmente spento anche parte di se stesso. Il ritorno di Frank seppur deleterio riaccende di colpo la scintilla trasformandolo in giudice implacabile, ma anche in uomo più maturo e consapevole. Penn coltiva nel DNA la visione di un’ America resiliente, ostinata e insofferente a qualsiasi spietata incursione da parte di una modernità incombente governata da impulsi smodati. Nel film non ha paura di osare e mettersi a nudo, ma sopratutto di tornare a quel cinema libero e indipendente respirato durante la giovinezza. Non ha caso i titoli di coda si chiudono con il sentito omaggio a Hal Ashby, Frank Bianco e John Cassavetes, mentre nel cast oltre a Charles Bronson troviamo icone quali Sandy Dennis e Dennis Hopper.

Gli indiani sapevano che il cervo si muove in cerchio. Che se il cacciatore calcolava con abilità le sue mosse, poteva farlo correre fino a catturarlo. I suoi zoccoli sanguinavano e l’animale inciampava. L’indiano doveva inginocchiarsi accanto alla sua preda morente, avvicinando la  bocca a quella del cervo per rubare il suo ultimo respiro. Mentre s’impossessava della velocità dell’animale, veniva colpito dalla pace sprigionata dalla sua immobilità. E dalla propria.” Del resto non mancano rimandi ad un cinema più attuale come mostrano i brevi frammenti iniziali incentrati durante una battuta di caccia o il riluttante atteggiamento di Frank di ritorno dal Vietnam. Il disagio mostrato nell’indossare una divisa decorata e nel presentarsi ai genitori sottolinea lo stretto legame con la teoria del “colpo solo” e i traumi vissuti in guerra da Robert De Niro ne Il cacciatore di Michael Cimino. Penn padroneggia con estro e disinvoltura la macchina da presa cesellando immagini dal forte impatto emotivo e da una tensione (alle volte) al limite dell’insostenibilità. Ma non rinuncia al lato poetico e sognante di un’ America disboscata della sua anima. Così al suo film bello e invisibile non resta che seguire le orme del corriere indiano (il misterioso messaggero Sioux da cui prende nome la pellicola): correre a perdifiato per i boschi fino a sublimarsi in quel messaggio, indipendente dal tempo e dallo spazio, al riparo da orsi e bestie feroci.

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