Il Petroliere (There will be blood), di Paul Thomas Anderson (USA/2007)

di Roberta Lamonica

“Allora il Signore Iddio disse al serpente: Poiché hai fatto ciò, sarai maledetto fra tutti gli animali e tutte le bestie selvatiche che sono sulla terra. Sul tuo petto e sul tuo ventre dovrai strisciare e polvere dovrai mangiare tutti i giorni della tua vita”.

(Gen 2, 25 – 3, 24).

Il Petroliere (There will be blood) è un film di Paul Thomas Anderson del 2007. Basato sul romanzo Oil di Upton Sinclair, la pellicola è considerata uno dei film più importanti degli ultimi decenni, anche grazie all’interpretazione inarrivabile di Daniel Day-Lewis, sulla quale si regge quasi tutto il film e per la quale l’attore britannico naturalizzato irlandese ha vinto il premio Oscar. Strepitosa e meritatamente premiata anche la fotografia di Robert Elswit.

Sinossi de Il Petroliere

Daniel Plainview è un solitario minatore che costruisce la propria fortuna e diventa un ricco petroliere. Spinto da un’ambizione e da una voglia di riuscire straordinarie, Daniel cresce come suo HW, figlio di un dipendente morto in un incidente, apparentemente allo scopo di sembrare più credibile quando cerca di acquisire i terreni dei contadini delle zone che vuole trivellare. Grazie alle informazioni ottenute dal giovane Paul Sunday, Daniel trivella un giacimento ricchissimo presso la cittadina di Little Boston. Ed è qui che si svolge la parte più estesa del film. Qui nasce il contrasto con Eli, fratello di Paul Sunday e pastore della Chiesa locale. Qui in seguito ad un’esplosione HW perderà l’udito e sarà allontanato da Daniel; qui un impostore si presenterà come suo fratello, e qui sarà costretto a subire umiliazioni dai grandi magnati dell’industria petrolifera. Alla fine Daniel dovrà fare i conti con i propri mostri e affrontare le conseguenze della propria sterile esistenza.

Il Petroliere: film di apparenti contrasti

Il film si apre con un suono di archi insistente, sonoramente disturbante ed incredibilmente moderno, creato dal genio di Jonny Greenwood che aiuta a definire il terreno su cui si svilupperà la storia e che ricorrerà in tutti i momenti più tesi del film.

Un uomo solitario, Daniel Plainview, minatore, vampiro che succhia alla Terra il sangue, ossia le sue risorse naturali. Daniel vive sottoterra nella fredda luce blu dell’isolamento e della solitudine, in opposizione al nitore abbacinante del cocente sole californiano in superficie. In realtà, è proprio su questo apparentemente scontato contrasto che si definisce la prima grande ambiguità del film. Sopra/sotto, luce/ombra, bene/male sono categorizzazioni a cui sfuggono le infinite sfumature dell’animo umano. Quando Daniel cade nel pozzo e si risveglia richiamato a una futura non-vita, verso la quale si trascina come un verme, non si ha più l’impressione che egli sia una creatura solo del mondo di sotto, freddo e inospitale, ma che sia anche una creatura del mondo di sopra che, se non freddo, è di certo altrettanto inospitale.

Il Petroliere inizia così, quindi, stabilendo ciò che davvero interessa della storia: il chi (Daniel), il cosa (il petrolio), il perché (l’ambizione) senza dedicare spazio al passato del protagonista, alla sua storia e alla Storia. Non sappiamo come, ma sappiamo che Daniel Plainview ce la farà ad arrivare al villaggio oltre le montagne con la gamba rotta strisciando sui suoi gomiti, perché Daniel Plainview non è un uomo comune, egli è la forza dirompente di un nuovo modello economico globale.

Il Petroliere e il Capitalismo

Perché il film vuole dire la sua su come è nato il capitalismo, sul sangue versato per farlo proliferare, sulla falsa opposizione tra fede e profitto e su come tutti coloro che hanno venduto l’anima sull’altare mefistofelico del progresso economico siano faustianamente destinati a fallire. Tutto ciò trova un espediente narrativo, appunto, nella storia di un minatore che diventa petroliere, la cui storia personale acquista senso solo quando alla fine riesce a rivelarsi per ciò che egli è davvero: simbolo di un Paese che ha sacrificato la propria umanità, i propri affetti, la propria integrità morale in cambio di una pista da bowling.

Daniel Plainview rinnova così la figura dell’eroe tragico. Nel nuovo mondo che si affaccia alla modernità, il precorso tragico è determinato dall’incapacità dell’uomo anche non comune, ormai solo e senza Dio, di decifrare la realtà che lo circonda. Daniel è una sorta di eroe shakespeariano che cade perché non riesce a leggere il mondo nella sua armonia e bellezza e per questo motivo non riesce davvero a conoscerlo. Tutto il mondo è per lui un enigma e la parola è mistero, inganno, simulazione, apparenza.

Il Petroliere e il linguaggio

E se Il Petroliere è un film sul capitalismo, esso è anche un film sul potere della comunicazione come mezzo per manipolare, sedurre e persuadere, per piegare la volontà degli altri al proprio scopo. C’è un evidente contrasto tra il silenzio assoluto dei primi minuti del film e l’incalzante, circostanziata e persuasiva arringa di Daniel per convincere i proprietari della terre che vuole comprare. Questo momento di assoluto protagonismo viene seguito dall’incontro determinante per i successivi eventi della storia. L’incontro con Paul Sunday (e in seguito con Eli, entrambi interpretati da Paul Dano) è un confronto, soprattutto dialettico, tra due temi fondanti della futura America: fede e profitto.

È un film sul linguaggio e il suo uso ingannevole, dunque, sul lavoro e il sacrificio come unico modo per redimersi dal peccato. Sulla nascita di una nuova religione che oppone a un dio nell’alto dei cieli un dio nelle viscere della terra, identificabili nelle due posizioni di Daniel e Eli, facce opposte di un’unica realtà. Quando entrambi sono messi di fronte alla propria incoerenza e fallibilità, l’uno tenta di piegare l’altro secondo la prospettiva del Dio in cui crede. In definitiva, entrambi sono pastori di anime e cercano di fare proseliti: Eli per la sua Chiesa; Daniel per lasciare l’unica traccia possibile di sé, il suo pionierismo.

Daniel è spinto da questo unico obiettivo che lo divora come un cancro, gli annebbia i sensi e gli ottunde la ragione. Non c’è luce né calore nel mondo che Daniel vuole fondare. Non c’è reale genesi o procreazione.

Il mondo de Il Petroliere

È un mondo di maschi. Di stivali sporchi, di mostri che trivellano e di fronti sudate. Di un’umanità vecchia, che si rinnova solo nelle innovazioni che velocizzano i trasporti e accorciano le distanze tra i luoghi ma non tra i cuori. La ferrovia e l’automobile quasi stridono con il deserto circostante che è metafora del deserto dei sentimenti che a vario titolo abitano i protagonisti del film. Il rapporto tra Daniel e HW non sfugge a questa logica. Per tutto il film si fa la sensazione che si HW sia un ammennicolo, un’appendice. Ma HW è stato amato e di lui vediamo la prima infanzia, la valigia nella quale il vero padre lo teneva e i baci e gli abbracci che gli riservava al tramonto, pur nella brulla cornice del deserto californiano. HW ha un passato. Daniel no. E su di lui vuole costruire il suo futuro, sottraendogli il passato, privandolo di un’identità precedente alla loro storia comune. Ed Eli, alter ego ed antagonista, lo mette continuamente di fronte all’oscurità del suo mondo e Daniel non riesce a sopportare la cosa. “Io ti metterò sottoterra”, gli dice in un accesso d’ira, anticipando profeticamente il finale. Egli sta in realtà parlando a se stesso. Il suo posto è sottoterra al riparo dall’umanità che pur c’è, ma che collide con la sua spinta interiore. “Io sento la competizione in me. Non voglio che gli altri riescano. Alcune volte guardo le persone e non ci trovo niente di attraente. Voglio guadagnare così tanto da poter stare lontano da tutti”.

Daniel resta un outsider, dunque, modello di imprenditore ormai superato. L’incontro con i magnati del petrolio al ristorante, da questo punto di vista, è uno dei momenti più importanti del film. Dopo esser stato battezzato e aver ripreso con sé HW, Daniel pensa di meritare luce e rispetto, considerazione e ammirazione: ha il potere del denaro e l’intima – seppur scettica –  speranza di aver ottenuto il perdono divino. Ma il bisogno di normare i comportamenti all’interno della società fa sembrare più doloroso il fatto di non esserne parte. Daniel Plianview viene snobbato dai nuovi industriali e viene servito dopo di loro. Questo incontro determinerà l’allontanamento di HW dalla visione imprenditoriali di suo padre.

E infatti nell’ultima parte del film, Daniel Plainview è devastato, rappresentazione fisica delle conseguenze rovinose della sua vita. Ha una grande Villa ma è completamente solo con qualcuno che gli è fedele perché è pagato a firmare lettere di cambio come Lady Lyndon alla fine del film di Kubrick. Un film finora dal respiro epico con echi del grande cinema western di John Houston, diventa qui particolarmente frettoloso. Arriva HW, ormai un uomo. Lo scambio tra i due si gioca su due registri linguistici quanto più lontani possibile. Plainview usa parole taglienti, ripetute, arrotate, mentre HW continua ad usare la lingua dei segni anche dopo aver dimostrato di poter ancora parlare, se vuole. “Non c’è nulla di me in te. Io ti ho preso perché mi serviva il tuo bel facciano per ottenere la terra. Sei meno di un bastardo. Sei un bastardo trovato in un cesto. Un bambolotto di pezza”. Inutile, crudele ma soprattutto autodistruttiva invettiva. HW è un adulto sano con le cicatrici di quell’America costruita sul sangue. Daniel, nonostante la ricchezza, il bocchino, la scrivania da uomo d’affari, ha le unghie sporche e l’animo arido di un vecchio, obsoleto cercatore.

Eppure è nel confronto con Eli che Daniel trova la sua fine e in qualche modo la propria pace.

Come lui lo aveva costretto a battezzarsi, Daniel vuole che Eli sconfessi il suo ruolo come profeta. E lui lo fa. Perché sono uguali. Ma mentre Eli non è un assassino, Daniel lo è. Lo inganna per l’ennesima volta. “Io bevo la tua acqua, il sangue dell’agnello prendendolo da quella terra”. Il Signore si dimentica di noi, ogni tanto. Il fratello Paul era l’eletto. Ha una sua impresa, era lui il fratello buono. Tu sei la placenta scivolata sui sudici umori di tua madre. Il gemello sfortunato. Io bevo il tuo frullato con la mia cannuccia lunghissima. Io sono la terza rivelazione perché sono più abile di te…Ti ho detto che ti avrei divorato!”.

“Ho finito”, dice Daniel dopo aver ucciso Eli con un birillo di Bowling. Una frase conclusiva, dopo il lungo sermone. “Sono finito”, vorrebbe dire, in realtà. È finito. Lui, l’umanità, il Sogno Americano che voleva costruire, e ‘le magnifiche sorti e progressive’.

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