Waiting for Barbarians (2019), di Ciro Guerra

di Maurizio Ceccarani

Una fortezza sonnacchiosa e quasi dimenticata ai confini dell’Impero, di fronte ad essa un deserto sconfinato, infida terra di nessuno dove si presuppone la presenza di un nemico. È inevitabile non pensare al Deserto dei tartari, ma in realtà queste sono le uniche cose che l’opera di Coetzee condivide con quella di Buzzati. Il sottotenente Drogo dagli spalti della Ridotta della Fortezza Bastiani, con un binocolo fuori ordinanza,scruta quello che sarà il suo personale tormento, quella che alla fine del libro si trasformerà nella prova culminate della sua esistenza. Coetzee va oltre i problemi esistenziali dell’individuo e sulla figura deisuoi barbari proietta l’ombra junghiana dell’uomo occidentale; essi diventano vittime e testimoni del terrificante dark side di una civiltà cresciuta sullo sfruttamento e sulla prevaricazione. Non è un caso che l’autore di Aspettando i barbari (premio Nobel per la Letteratura 2003), sia nato a Città del Capo e che sia stato in prima fila nel movimento antiapartheid.

Coetzee è uno che i danni del colonialismo li conosce bene, e conosce bene i metodi messi in atto dagli europei per sottomettere le popolazioni. Nel ridurre il suo libro a film (ne cura infatti la sceneggiatura), l’autore è costretto a concentrare l’attenzione su pochi fulminanti nuclei narrativi, rinunciando ai lunghi seppur bellissimi monologhi con cui il protagonista del libro sviluppa tutto il racconto, in un mood di pietoso sentimento nei confronti della sua piccola comunità, mentre cerca di arginare gli accadimenti che lo travolgono, e che ribaltano la sua visione dell’esistenza. Ma dal momento che la sintesi è stata curata dall’autore stesso del libro,ne risulta un’opera armonica in cui lo scrittore ha rielaborato alcuni passaggi del romanzo, adattandoli perfettamente alla macchina da presa.

In un villaggio sperduto ai confini di un impero, che non facciamo fatica a identificare con uno dei tanti della storia del colonialismo europeo, un Magistrato, delegato dal potere centrale della Capitale, amministra unapiccola comunità e la piccola fortezza, ultimo baluardo armato della nazione. È un uomo buono, che ha un buon rapporto con la popolazione e ha istaurato una forma di tolleranza con alcuni nomadi che a volte hanno contatti commerciali con i cittadini del villaggio. È alle soglie della pensione, cura una raccolta di legni scritti in una lingua antica e indecifrabile che trova tra alcune rovine nel deserto, e ogni tanto si concede qualche concubina.Così, in una dimensione quasi astorica, passa il tempo in questa dimenticata frazione di mondo. 

La Storia, a portarla, a farla irrompere come un cataclisma, sarà un ufficiale della Terza Divisione. Il colonnello Joll, interpretato da un Johnny Depp che riesce a indossare una maschera di cattiveria impenetrabile, resa ancora più dura da un paio di strani occhiali dalle lenti scure e tonde che ne mascherano lo sguardo. Secondo una spiegazione frivola dello stesso colonnello, che contrasta con la figura del personaggio o forse semplicemente la completa, i suoi occhiali «preservano gli occhi dal sole e non fanno venire le rughe». A questa maschera di cattivo un po’ snob si contrappone la magistrale interpretazione di Mark Rylance (noto a tutti per il suo ruolo ne Il ponte delle spie) che non interpreta solo la parte del buono, ma va oltre, diventa coscienza, memoria, vittima sacrificale nel corso di una dolorosa caduta agli inferi, nonché espressione di rivolta, dignità, coraggio.

Joll ha una missione, indagare se i barbari stanno predisponendo un piano per invadere l’Impero, o meglio riprendersi quei territori che l’Impero ha sottratto loro.Per fare questo applica procedure precise. «Domanda – falsa risposta – pressione; domanda – altra falsa risposta – altra pressione» e così via finché alla domanda segue la verità. Inutile starsi a chiedere cosa intenda il colonnello con “pressione”. Avendo letto il libro ho temuto che tutto orbitasse su questo aspetto, invece devo dire che le immagini forti sono state amministrate con grande cura, facendo vedere il necessario, senza morbosamente indugiare sull’argomento che però, ricordiamolo, è alla base della denuncia civile del libro e del film.

La storia si complica quando, partito Joll, il Magistrato accoglie in casa e cura una ragazza barbara torturata, la quale ha visto a sua volta morire il padre a causa degli stessi trattamenti. La ragazza è interpretata dalla bellissima attrice mongola Gana Bayarsaikhan che, tra gli stracci con cui è vestita e le ferite riportatenell’interrogatorio, è quasi irriconoscibile. Si apre a questo punto una relazione complessa tra Magistrato e ragazza che, nello spazio angusto delle due ore di proiezione, è stato molto semplificato rispetto a quanto espresso nel libro. Dopo aver curato la ragazza, dilaniato da molti dubbi, il Magistrato decide di organizzare una spedizione per riportare la ragazza dalla sua gente. Al suo ritorno, troverà ad accoglierlo il sottufficiale Mandel, (interpretato da Robert Pattinson) braccio destro di Joll, che lo accuserà di tradimento e comunanza col nemico. A questo punto inizia la parte più bella e drammatica del film ed è giusto fermarsi con la trama.

Il film ha un andamento lento, in armonia con l’atmosfera di inquietante attesa e con i grandi spazi di un deserto, magistralmente ripreso e fotografato, che entra a far parte della storia come un vero personaggio.Ai silenzi, al ronzio delle mosche, al sibilo del vento, fanno da contrappeso dialoghi essenziali e profondissimi nel contenuto. Presentato a Venezia 76, è questo il primo film girato in inglese dal regista colombiano Ciro Guerrae può essere senza dubbio interpretato come un grido di dolore levato contro i razzismi e i sovranismi che oscurano i nostri giorni.

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