Ombre, di John Cassavetes (1959)

Di A.C.

Nella New York anni ’50 hanno luogo le vicende personali di tre fratelli afroamericani. Il maggiore, cantante in cerca di una svolta positiva di carriera lontano da poco redditizi spettacolini da nightclub, la sorella secondogenita, habituè di circoli di intellettuali e in difficoltà nel relazionarsi emotivamente con qualcuno, e il minore che trascorre le sue giornate allo sbando tra risse e flirt occasionali.
Opera d’esordio alla regia di John Cassavetes, che fin dai primi guizzi di carriera mostrò una radicale lontananza dagli schemi hollywoodiani per tracciare un percorso cinematografico sempre personalissimo e incontaminato, che ricercava la semplicità e l’efficacia del realismo nella sua espressione.

In un periodo artistico ancora sotto i tentacoli del Codice Hays, tra tabù, limitazioni e censure, “Ombre” si colloca in una posizione decisamente avanguardista per la corrente della sua epoca, poiché oltre ad essere pietra miliare del cinema indipendente fu precursore con ben dieci anni di anticipo di quelle tematiche sociali ed esistenziali che sarebbero state il cuore pulsante della “New Hollywood” degli anni ’70. Non a caso autori del calibro di Scorsese e Jarmusch sono debitori alla poetica del cineasta newyorchese.

A dispetto della tendenza del periodo l’opera prima di Cassavetes, infatti, non guarda alla società statunitense di copertina, ma al sottosuolo culturale rappresentativo di quella “Beat Generation” che stava prendendo sempre più piede nell’immaginario collettivo. Non a personaggi comuni ma a quelli più celati dallo sguardo di superficie. Per l’appunto quelle “ombre” come i suoi tre protagonisti, di cui analizza il malessere, le nevrosi, il disagio esistenziale, le difficoltà di integrazione sociale dovute anche al colore della loro pelle, che li porta ad una condizione di stallo che ne soffoca le aspirazioni e le possibilità di realizzarsi. Tematiche tutt’altro che di routine, anzi anche considerabili incomode per la società statunitense del periodo.

Il realismo espressivo di Cassavetes si evince in una messa in scena di estrema ricerca del vero: l’utilizzo costante della camera a mano, primi piani spesso soffocanti, dialoghi improvvisati e un cast composto perlopiù da volontari non professionisti (per buonissima parte elementi destinati a divenire cifra stilistica dell’autore). Una apparente “povertà di mezzi” che però non fu affatto elemento limitante, bensì valore aggiunto in un lucidissimo spaccato di un microcosmo sociale all’epoca poco raccontato dalla produzione cinematografica statunitense.

Al di là delle apparenze non fu un film iniziatore di un cinema socio-politico, non almeno negli intenti del regista che da qui per il resto della sua carriera si occupò sempre di trattare la dimensione umana e intima della società.
Primo importante tassello di quello che a tutti gli effetti è considerato il padre del cinema indipendente americano. Un film che deviò da ogni canone, non per forma di protesta ma per sincera ricerca del reale tramite lo sguardo cinematografico.

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