Il Silenzio degli Innocenti (1991) di Jonathan Demme

di Fabrizio Spurio

“Uno che faceva un censimento una volta tentò di interrogarmi. Mi mangiai il suo fegato con un bel piatto di fave ed un buon Chianti.”

Nel 1991 sugli schermi dei cinema appare per la prima volta il volto inquietante del dottor Hannibal Lecter (Anthony Hopkins). La sceneggiatura del film, che riceverà un meritato premio Oscar come miglior pellicola (oltre agli oscar per la regia a Demme, miglior attore ad Anthony Hopkins, miglior attrice a Jodie Foster, più altri Oscar per la miglior sceneggiatura non originale, miglior montaggio e miglior sonoro) è tratta dallo splendido omonimo romanzo di Thomas Harris. In realtà il dottor Lecter era già apparso sugli schermi nel 1986, nel bel film “Manhunter – frammenti di un amicidio” diretto da Michael Mann: in quel film il ruolo di Lecter era interpretato da Brian Cox. Demme decide che il “suo” Lecter deve essere un personaggio centrale nella pellicola, il fulcro intorno al quale si muovono i personaggi. Anzi, è proprio Lecter, dalla sua cella di vetro, a muovere i destini delle persone. Anthony Hopkins decide di recitare in maniera lineare, pulita, dando al suo Hannibal una personalità fredda, quasi distaccata. Ma è un distaccarsi solo apparente. Lecter è una spugna che si impregna profondamente delle vite, dei racconti, dell’animo di tutte le persone che incontra. E’ uno psichiatra formidabile, ed ogni informazione che riceve diventa per lui un punto di forza. Vuole conoscere profondamente le sue vittime, per poter sfruttare i loro punti deboli, fare breccia nel loro animo e da lì spingerli nella direzione in cui lui ha deciso che devono andare.

La parola è l’arma più potente di Lecter. Lo dimostra perfettamente quando, parlando con Miggs (Stuart Rudin), un internato nella cella accanto alla sua, lo convince a suicidarsi. Per Lecter la maleducazione, la scortesia, è un crimine inaccettabile e Miggs si è reso reo di aver offeso profondamente Clarice Starling (Jodie Foster), recluta dell’ F.B.I., durante la sua visita al manicomio per parlare con il dottore. I dialoghi tra Clarice e il dottor Lecter sono le scene centrali della pellicola. Il regista è consapevole di questo particolare, sa che lo spettatore attende questi incontri. Costruisce queste scene in un crescendo d’attesa formidabile e millimetricamente studiato. Il primo incontro tra Clarice e Lecter è anticipato da preparazione, indicazioni, regole. Clarice deve incontrare questo personaggio, parlare con lui del serial killer soprannominato Bufalo Bill (Ted Levine) che colpisce nel territorio rapendo giovani ragazze, facendone poi ritrovare il corpo scuoiato. Hannibal e Clarice hanno dei dialoghi perfetti, studiati al dettaglio. E visto che proprio la parola è l’arma del dottor Lecter, Demme decide di inquadrare i due, con campi e controcampi, frontalmente, in primo piano. I volti dei due sono a tutto schermo, guardano dritto in camera, si direbbe negli occhi del pubblico. Il regista sa che il pubblico deve rimanere concentrato sulle parole, per questo durante i dialoghi esclude tutto il resto. Non ci devono essere dettagli esterni durante questi scambi di battute che possano distrarre l’ascoltatore. Tutto deve essere colto, perché tutto può essere un indizio utile. Hannibal Lecter conosce l’identità dell’assassino.

Bufalo Bill, il cui vero nome nella pellicola è Jame Gumb, è il folle serial killer che vuole mutare il proprio essere. Oltre a uccidere giovani donne, Gumb alleva falene del genere Acherontia atropos, la falena Testa di Morto, che porta sul dorso una macchia bianca simile ad un teschio (nella locandina questa farfalla è posizionata sulla bocca di Clarice; ad un esame più attento si noterà che il disegno del teschio del lepidottero, in realtà, è la combinazione dei corpi di sette donne nude, immagine che rimanda ad un simile dipinto di Salvador Dalì). Nella pellicola un bozzolo di questo lepidottero viene rinvenuto nella bocca di una vittima. Per Lecter è il chiaro simbolo del cambiamento. Gumb vuole cambiare la sua identità sessuale. Vede il suo corpo come una crisalide, che un giorno si trasformerà in una splendida farfalla. Per questo taglia la pelle dai corpi delle ragazze, per poter confezionare un vestito di pelle che sia l’esteriorizzazione del suo vero “IO” interiore. Perchè quella di Gumb non è solo una trasformazione fisica, ma anche mentale. Ecco quindi il doppio significato della farfalla. Sia come trasformazione dell’esteriore, attraverso il processo della mutazione e del cambiamento della pelle, sia la trasformazione dell’animo. La farfalla in greco è psyché, quindi l’animo umano. La trasformazione che Gumb desidera deve essere totale.

Ma la trasformazione riguarda anche Clarice. I suoi colloqui con Lecter divengono di fatto delle sedute di analisi. L’incubo di Clarice sono le urla degli innocenti, gli agnelli allevati nella fattoria in cui, per un periodo, aveva vissuto da bambina. Quegli indifesi destinati al macello. Riuscire a salvare le vittime di Gumb equivale a mettere a tacere le grida degli agnelli. In realtà Clarice è l’unica che riesce ad instaurare con Lecter un rapporto, basato solamente sulla sincerità. Lecter sviluppa per Clarice una sorta di ‘affetto’, proprio in seguito a questa lealtà che la ragazza gli dimostra. Per questo Lecter la spinge a parlare, a confidare i suoi più profondi sentimenti. Alla fine la trasformazione prende corpo anche in lei: la “terapia” a cui la sottopone Lecter la libera dalle urla degli agnelli, e le permette di salvare la vittima designata. Il film ha un’eleganza formale impeccabile, non eccede nella violenza gratuita. Ci sono momenti forti, come la sequenza della fuga di Lecter, nella quale il dottore mostra tutta la sua mostruosa freddezza e precisione, uccidendo i due poliziotti che lo avevano in custodia. Una ferocia meticolosa, spietata e calcolata al millimetro che gli consente di veicolare le situazioni a suo vantaggio.

La cosa che spaventa in questo film è un paradosso che scatta nello spettatore. Chi guarda il film è profondamente affascinato dalla figura di Hannibal Lecter. Ed è proprio questa fascinazione che inquieta il pubblico. Demme ha creato, con la figura di Lecter, il “super-criminale”: non un folle qualunque, come può esserlo invece Gumb, sporco, folle, caotico e anche volgare. Lecter è un raffinato conoscitore di vini e gustose ricette. Ama l’arte, i suoi disegni, creati a memoria, sono splendidi. Adora ascoltare la musica classica. E per lui si è creata una cella particolare. Non semplici sbarre di ferro, quelle sono per i criminali comuni. Per una superstar come Lecter è stata studiata una parete di vetro antiproiettile, che non permetta contatti di nessun tipo dall’esterno. Una sorta di acquario, ma si sbaglia chi potrebbe pensare che sia lui il pesce da osservare. In realtà è Lecter che osserva l’esterno, i piccoli pesci che hanno la sfortuna di scivolare nella sua rete, rimanendo intrappolati tra le maglie del suo cervello. Vittime pronte ad essere sezionate dalla sua lingua, metaforicamente, o sbranate dai suoi denti, fisicamente.

C’è un momento nel film in cui l’anima di Lecter sembra svelarsi, anche se per un brevissimo lasso di tempo. Un momento in cui i suoi sentimenti per Clarice si rivelano, un barlume di debolezza e umanità. Alla fine di un loro dialogo, mentre Clarice viene allontana a forza dalla cella di Lecter, una cella di semplici sbarre questa volta, lui allunga una mano verso di lei per restituirle i rapporti della polizia. Mentre Clarice tende la sua mano per prendere il fascicolo, l’indice della mano del dottore sfiora, carezzandolo con delicatezza, il dito della ragazza. L’unico momento, in tutto il film, in cui i due si toccano. In quel momento Clarice sembra sentire l’affetto che probabilmente Lecter prova per lei, come se in realtà Clarice fosse, addirittura, sotto la sua ala protettrice. Ma in quel momento c’è anche instillata, nella mente dello spettatore, l’idea che Lecter abbia in qualche modo contaminato Clarice, quasi che si fosse instaurato tra i due un rapporto mentale tanto forte, tramite il quale il dottore può controllare la ragazza. Naturalmente non è così. Ma questo aumenta il disagio del pubblico. Ma la realtà è un’altra: “Il Silenzio degli Innocenti” ci turba perché ci dimostra che il Male ci affascina. Lecter ci piace, vorremmo ascoltare le sue parole per ore. E sempre rimarremmo a pendere dalle sue labbra, anche mentre ci narra i suoi crimini più efferati. Il Male che ci attira e ci fa suo. E Hannibal Lecter diventa il burattinaio della nostra mente.

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