Qualcuno volò sul nido del cuculo, di Miloš Forman (1975)

di Andrea Lilli –

Il nido del cuculo (‘manicomio’, in gergo USA) continua a ricevere visite e a schiudere nuove uova, a sessant’anni dalla sua comparsa nella letteratura americana: nello scorso settembre Netflix ha trasmesso la prima stagione della miniserie di successo Ratched, con protagonista la sadica infermiera del celebre romanzo di Ken Kesey, reso ancor più popolare dall’omonimo film di Miloš Forman.

Otto puntate di una Mildred Ratched televisiva con gli occhi scuri di Sarah Paulson non possono raggiungere le vette di odio che abbiamo provato nei confronti dell’algida Louise Fletcher sul grande schermo, ma sono l’ulteriore conferma dell’impatto profondo e di lunga durata che ha avuto questa storia negli Stati Uniti e altrove, fin dal 1962, quando venne pubblicata.

Tratto da uno dei libri più vietati negli USA, Qualcuno volò sul nido del cuculo è tra i capolavori più applauditi della storia del cinema, sia dal pubblico che dalla critica. Sì: applaudito, e sonoramente, perché quando si vedeva il cinema in sala ci contagiavamo di virus anche emozionali, e c’era l’abitudine selvaggia di inveire se indignati o battere le mani verso lo schermo per le scene più entusiasmanti, come quella in cui Randy McMurphy (Jack Nicholson) salta finalmente al collo della perfida caposala. Vinse nel 1976 i cinque Oscar più importanti, i Big Five: miglior film, migliore regia, migliore attore, migliore attrice, migliore sceneggiatura. Solo altri due film (Accadde una notte, F. Capra 1934; Il silenzio degli innocenti, J. Demme 1991) ci sono finora riusciti dal 1929, anno in cui l’Academy of Motion Picture Arts and Sciences istituiva il più antico premio cinematografico. Fu la prima statuetta dorata per John Joseph Nicholson detto Jack, che in carriera ne ha vinte tre, ma mai come qui ha avuto la possibilità di giocare tutte le carte del suo rabbioso talento. E pensare che né lui, né Louise Fletcher – così perfetti sotto la guida di Forman – furono la prima scelta nel casting. E nemmeno la seconda, o la terza. Si ritrovarono insieme sul set per una fortunata serie di rinunce e scarti, primo fra tutti quello di Kirk Douglas, iniziale produttore del film. Aspettò troppo tempo per realizzarlo come avrebbe voluto, ovvero con se stesso nel ruolo protagonista, e quando passò il testimone al figlio Michael questi pensò ad altri nomi, prima di rassegnarsi a convocare i due futuri premi Oscar.

Miloš Forman (a sin.), i produttori Michael Douglas, Saul Zaentz

Il resto del cast comprende altri futuri divi, Danny DeVito e Christopher Lloyd fra tutti, ma anche non professionisti, come lo psichiatra Dean Brooks nel ruolo di se stesso. La maggior parte delle sequenze si svolge infatti tra le mura di un autentico manicomio, quello della città di Salem, Oregon, di cui era effettivamente direttore il Dr. Brooks (Dr. Spivey nel film). Non una figura secondaria: grazie al suo interessamento il film poté essere girato lì, e tutti gli attori ebbero modo di studiare il comportamento di veri malati mentali prima di imitarli. In realtà il dottor Brooks era un medico illuminato, attento ai bisogni e al punto di vista del paziente psichico; contrario alla sua facile criminalizzazione. Negli anni ’60 e primi ’70 il tema dei metodi di trattamento della malattia mentale era molto dibattuto, non essendo stato ancora accantonato l’uso dell’elettroshock e della lobotomia, mentre si allargava il ricorso massiccio agli psicofarmaci. Sotto accusa era tutto il sistema di controllo del paziente, che invece di essere curato e riabilitato veniva mortificato e neutralizzato con metodi da Lager. Forme detentive e di contenimento simili a quelle riservate a feroci criminali prevedevano che il ‘matto’ fosse anzitutto un soggetto pericoloso per sé e soprattutto per gli altri, non potesse quindi partecipare alla vita sociale esterna o essere visitato da amici e parenti, se non per gentile concessione del medico responsabile. Il vento di rinnovamento scientifico, culturale e artistico degli anni Sessanta e Settanta, sostenuto da scrittori della controcultura californiana come Kesey e da registi di punta della New Hollywood, non mancò di portare aria fresca tra le istituzioni manicomiali, scontrandosi con scuole di pensiero fossilizzate e prassi medievali.

Miloš Forman, regista cecoslovacco naturalizzato statunitense, una biografia segnata sia dall’occupazione nazista (genitori scomparsi nei campi di concentramento di Buchenwald e Auschwitz) che da quella sovietica (scappò dopo la Primavera di Praga), mostra nella sua filmografia una particolare allergia ai fenomeni di prepotenza e sopraffazione. La peculiarità di Forman, tra i neohollywoodiani del periodo 1967-1980, e soprattutto in questo film centrale del suo percorso artistico, è quella di saper mettere in scena situazioni forti di ribellione individuale ad un sistema dominante oppressivo con un tocco europeo, sottile, spesso ironico, capace di cogliere anche le forme subdole della violenza.

Siamo dunque in un nido di cuculo, e non in uno dei più brutali, anzi: è rappresentato come un manicomio modello, per quei tempi. C’è l’idromassaggio, il campo da basket, la sala comune, la seduta di psicoterapia di gruppo, la tv, il giradischi che manda musica leggera in sottofondo. Il tutto regolato da norme rigide e insindacabili decise dal tiranno: l’infermiera capo, Mildred Ratched. È qui che arriva Randle Patrick McMurphy, detenuto che vorrebbe finire di scontare la sua pena tra i matti, anziché in galera. E quindi si finge matto.

Ma se la prima condizione dell’alienato è l’indifferenza all’altrui dolore, o già alla presenza degli altri, ecco che McMurphy parte male. Li vede, e non li teme. E non ce la fa, malgrado un apparente cinismo, ad evitare di stringere amicizia con quelli che chiama i ‘picchiatelli’. Anche perché più li frequenta e più capisce che del tutto fuori di testa non sono, e sono pure interessanti, talvolta perfino divertenti. Il che stride terribilmente con l’atteggiamento freddo, distaccato, disumano della direttrice di quell’orchestra, che usa il suo potere per imporre una disciplina uniforme, invece di stimolare un confronto; reprimere, invece di incoraggiare; inibire, invece di sviluppare le capacità.

Per esempio. Alla richiesta di Randle di abbassare il volume della musica di sottofondo nella sala comune, in modo da poter dialogare meglio con i compagni, l’infermiera risponde: “Abbiamo tante persone anziane, per le quali questa musica è tutto”. Viene il dubbio che la diabolica signora faccia la dura con le migliori intenzioni: più pericoloso di chi fa del male, è chi lo fa convinto di fare del bene. Ma questo è solo un dubbio passeggero, Mildred Ratched dimostrerà definitivamente di essere una mera stronza, senza nemmeno l’attenuante della stupidità. Non l’ingenua incompetente, non l’inconsapevole esaltata, bensì una delle più odiose figure di villain della storia del cinema.

Bravissimi tutti gli attori: non si coglie la differenza con i veri sofferenti psichici, ma ancor più bravo Nicholson a trattarli come tali nei panni di un piccolo delinquente, miserabile forse, ma umano. Colpito dalla loro arrendevolezza, ne diventa il leader: rivela che potrebbero chiedere di vedere alla tv a loro disposizione ciò che preferiscono, tipo una partita di baseball; gli insegna a giocare a carte, a basket, li porta fuori a pescare, e infine organizza la festa d’addio prima dell’evasione. Il regalo da fare loro per non sentirsi in colpa, da una parte, e per far capire loro, canarini in gabbia terrorizzati dall’eventualità che la porta si apra, che potrebbero chiedere e avere di più dalla vita. Anzi, che ne hanno diritto.

Tra quelli che più scuotono il malcapitato McMurphy: ‘Capo’ Bromden (Will Sampson), il gigantesco indiano sordomuto; e Billy (Brad Dourif), il ragazzo timidissimo e balbuziente. Il primo dimostrerà di essere ben altro da ciò che vuol far vedere. Il secondo smetterà di balbettare e tremare, sarà per una notte libero dalle sue zavorre, sereno, decollato verso l’età adulta, dopo la festa e il primo rapporto sessuale. Salvo ripiombare nel buco nero della soggezione psicologica per la madre, ovviamente a causa della maledetta infermiera, inviperita per gli inauditi divertimenti clandestini e per l’autorità lesa. Entrambi, Bromden e Billy, saranno liberi in qualche modo, per merito di Randy, lo straniero capitato nel nido, e lì rimasto intrappolato.

Il film ebbe un’enorme risonanza, con diverse ricadute politiche. Del resto i tempi erano maturi per un riordinamento delle istituzioni psichiatriche. Nel 1977, il Congresso degli Stati Uniti creò una Commissione Nazionale con il compito di indagare sui rapporti tra la psicochirurgia, incluse le tecniche della lobotomia, e la possibilità che fosse utilizzata per controllare le minoranze e restringere i diritti individuali, così come il fatto che potesse avere degli effetti eticamente non corretti. Un anno dopo, in Italia viene approvata la legge 13 maggio 1978, n. 180, in tema di “Accertamenti e trattamenti sanitari volontari e obbligatori”, detta Legge Basaglia, che con la chiusura dei manicomi ha prefigurato la restituzione della dignità ai malati reclusi.

Qualcuno volò sul nido del cuculo non parla solo di malati mentali, quello è solo un pretesto. Parla della necessità vitale del rispetto per l’altro. Parla del confronto, del non fidarsi mai delle etichette che danno/diamo agli altri. Tanto meno di quelle che ci diamo da soli. Andrebbe proiettato e commentato in ogni scuola, in presenza o a distanza che sia. A cominciare da quelle per infermieri.


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