Maledetto il giorno che t’ho incontrato, di Carlo Verdone (1992)

di Bruno Ciccaglione

Con Maledetto il giorno che t’ho incontrato, Carlo Verdone inizia una nuova fase del proprio cinema, uscendo dall’ambientazione romana che aveva caratterizzato gli esordi e la prima parte della sua carriera. Dietro questo cambio di contesto, che lo porta ad ambientare il film a Milano e poi a Londra e su fino alla Cornovaglia, c’è la collaborazione alla sceneggiatura con Francesca Marciano, che interrompe momentaneamente il lavoro con il gruppo di sceneggiatori – tutti uomini – che Verdone aveva utilizzato fino ad allora. La collaborazione con Marciano – che porterà i set di Verdone ancora lontano da Roma, a Praga per Perdiamoci di vista e poi a Napoli ed a Bruxelles per Sono pazzo di Iris Blond – inizia all’insegna di una commedia forse più tradizionale, ma anche narrativamente meglio articolata.

I due personaggi principali della storia, interpretati da Carlo Verdone e da Margherita Buy, risultano ben costruiti ed interpretati così bene, da segnare in fondo per sempre anche le carriere dei due attori. Verdone mette in scena tutte le sue ipocondrie, sviluppando e creando un tipo che tornerà spesso nel suo cinema, ma stavolta con uno spessore che va al di là della macchietta. Non è difficile immaginare che Francesca Marciano abbia maggiormente lavorato al personaggio di Camilla, riservato a Margherita Buy, in modo certamente speculare a quello del Bernardo interpretato da Verdone, eppure dandole una caratterizzazione propria ben precisa. L’equilibrio e la vivacità del rapporto di incontro-scontro su cui è costruito tutto il film, viene innanzitutto da questo buon lavoro degli sceneggiatori, che vinceranno il David di Donatello per la migliore sceneggiatura.

Uscito al crepuscolo della cosiddetta “prima repubblica”, poco prima che la “Milano da bere” degli anni ’80 si trasformasse in Tangentopoli, Maledetto il giorno che t’ho incontrato ci racconta due personaggi che emblematicamente si imbottiscono di psicofarmaci nel tentativo di contenere e sedare un malessere profondo. Bernardo è un musicologo “di insuccesso”, se così si può dire, che prova a risollevare la sua carriera attraverso una inchiesta e un libro complottista sulla morte del suo mito, Jimi Hendrix (non Hendrix il “famoso pittore fiammingo”, come crede il compagno intellettuale di Camilla della seconda parte del film, ma Hendrix “il chitarrista eroinomane”, come lo presenta sinteticamente Bernardo). Camilla è una attrice di successo, invece, in balia del più tipico transfert per il suo psicanalista, il quale senza speranza le annuncia di non essere in grado di risolvere tutte le sue innumerevoli nevrosi.

Bernardo e Camilla, che si incontrano per caso perché vanno dallo stesso psicanalista, cominceranno una relazione di amicizia fatta di scontri e complicità, immedesimazione e paura, generosità e insicurezze. La loro amicizia, rompendo lo schema dei finali amari che aveva spesso caratterizzato le commedie di Verdone, dopo peripezie comiche esilaranti, situazioni grottesche, liti e delusioni, approderà nel finale in un lieto fine che resterà un unicum nel cinema di Verdone, addirittura con un lunghissimo bacio nella scena finale. L’unione delle debolezze e delle fragilità dei due personaggi dunque, in questa commedia che come Verdone stesso ha detto è una specie di Harry ti presento Sally all’italiana, può forse dar luogo ad un amore. Sul suo futuro è difficile scommettere, ma certamente Bernardo e Camilla trovano finalmente la forza di un piccolo abbandono dalle fatiche del mondo e concedersi una bella cena fuori in un ristorante elegante.

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