I 70 anni di Carlo Verdone, un “modesto uomo colto”

di Marzia Procopio

A dire “Carlo Verdone”, la prima cosa che viene in mente è “Roma”. E in effetti, le persone, nella sua città, lo fermano per strada, lo salutano come si fa con una persona di casa, gli chiedono diagnosi in virtù delle sue diverse lauree honoris causa, di cui una in medicina alla Federico II di Napoli e una in farmacia a La Sapienza di Roma. Musicista ed esperto di musica oltre che di cinema (ama e parla con competenza di David Crosby, dei Pink Floyd, dei Grateful Dead e di tanti altri), erede designato – secondo lui immeritatamente, perché Sordi “può avere solo ‘spettatori incontrati’ grazie alla sua arte” – di “Albertone”, che nel 1982, affidandogli la parte del figlio nel suo In viaggio con papà, sancì una ‘affiliazione’ simbolica, compirà domani 70 anni Carlo Verdone, romano, classe 1950, regista, attore e sceneggiatore fra i più prolifici del nostro cinema. Emerso come maschera comica con il protagonista-tipo del ragazzo dalla faccia rotonda, dalla corporatura morbida, un po’ infantile e imbranato, il regista romano ha saputo, nella sua quarantennale carriera e con risultati pur diseguali, sviluppare una poetica autoriale sensibile e coesa: partito come cantore di una romanità che emergeva dall’osservazione benevola di personaggi e situazioni della realtà quotidiana, negli anni ha saputo ampliare il campo di osservazione passando dal ‘bestiario romano’ di Un sacco bello, Bianco rosso e Verdone, Borotalco ai personaggi universali della seconda fase (la più lunga) della sua carriera, ed è quindi benvoluto e apprezzato anche da chi non si riconosce in quel linguaggio e in quel mondo in quanto autore attento all’umano, e, pur cantore ed espressione della romanità, un romano non certo sbruffone e ‘coatto’ come quelli che imperversano al cinema e in tv. I suoi personaggi, infatti, parlano e si muovono per lo più a Roma, ma risuonano in ognuno di noi in maniera diversa proprio perché col tempo hanno assunto connotazioni valide per tutti.

Con la madre Rossana

Di famiglia borghese romana, figlio dell’insegnante Rossana Schiavina e del critico cinematografico, scrittore e docente universitario Mario che per molti anni diresse il Centro Sperimentale di Cinematografia, ha visto passare nel salotto di casa Fellini, Pasolini (che chiedeva al professore di correggergli gli scritti), Rossellini e De Sica; cresciuto a pane e cinema, fin da giovanissimo mostra spiccate doti di trasformista, sia al liceo con esilaranti imitazioni dei professori, sia negli anni dell’Università, quando frequenta la scuola dei burattini di Maria Signorelli e recita nel Gruppo Teatro d’Arte diretto da suo fratello Luca. Nel 1974, dopo la laurea in Lettere, si diploma alla scuola di regia del Centro Sperimentale con Anjuta, ispirata a una novella di Cechov e interpretata dall’amico Lino Capolicchio e da Christian De Sica, suo futuro cognato e compagno di molti film; ma al cinema si è appassionato già negli anni precedenti, frequentando il Filmstudio di Roma: «Se non fosse stato per una piccola sala da quaranta posti, che proiettava alla fine degli anni Sessanta film sperimentali o underground, insieme a retrospettive di grandi registi, probabilmente la mia passione per il cinema non sarebbe mai nata. La saletta si chiamava Filmstudio e me l’aveva segnalata mio padre come luogo ideale per conoscere l’avanguardia e i grandi classici che avevano qualcosa di ‘rivoluzionario’.»

Con il padre Mario

Avvicinatosi alla regia documentaristica grazie al fratello Luca (che Carlo considera il più signore dei tre figli di casa Verdone), grazie all’ambiente stimolante del cineclub romano e traendo ispirazione dai grandi del cinema indipendente americano – Kenneth Anger o Ultra Violet o Gregory Markopoulos – girò i primi corti e medio-metraggi, pellicole senza né dialoghi né una trama precisa: Poesia solare (1969), Allegoria di primavera (1971) e Elegia notturna (1973); con quest’ultimo vinse un prestigioso premio a Tokyo dopo il quale il padre iniziò a prenderlo sul serio; il giovane Carlo lo fece vedere anche a Rossellini, che commentò con un convinto “si vede che ti piace Antonioni”: a raccontarlo, Verdone ancora sorride, perché all’epoca era giovanissimo e non aveva mai visto niente di Antonioni. Poesia solare, poi incredibilmente smarrito negli archivi Rai, è un poemetto visivo ispirato dall’ascolto dell’album Ummagumma dei Pink Floyd in cui gli oggetti dell’osservazione furono deformati sotto la luce del sole tramite una lente aggiunta, un macro zoom applicato a una cinepresa Super8 vendutagli da Isabella Rossellini per 80.000 lire. Oltre a Ummagumma, ad accompagnare il cortometraggio c’era la musica di Iannis Xenakis, musicista sperimentatore greco.

Da giovanissimo

Gli inizi, quindi, sono nel segno della sperimentazione e del cinema underground, significativi di un autore colto; subito dopo il diploma, con lo spettacolo di cabaret Tali e quali prima e con il programma televisivo Non stop di Enzo Trapani nel 1979, svilupperà i personaggi che finiranno nel suo film d’esordio: nel 1980 Sergio Leone gli produce la commedia a episodi Un sacco bello, che gli vale diversi riconoscimenti fra cui il David di Donatello come miglior attore esordiente. Il pomeriggio dell’anteprima per la stampa, con Verdone nervosissimo perché la sua allora fidanzata aveva accolto con parecchie perplessità la visione, Leone lo rassicurò con un gesto della mano che l’attore imita perfettamente: la mano stretta, “io il film ce l’ho in pugno”, ed effettivamente nel primo fine settimana di programmazione Un sacco bello sbancò nei cinema romani, regalando alla storia del cinema Mario Brega e una sequela di battute indimenticabili. L’anno successivo, di nuovo un film a episodi divenuto di culto, Bianco, rosso e Verdone, tre storie parallele di altrettanti personaggi chiamati ad andare a votare: l’ossessivo, snervante padre di famiglia Furio, che tormenta la povera moglie Magda; uno sfortunato emigrato lucano, Pasquale Ametrano, che rientra nel suo paese, e Mimmo, ragazzone romano infantile e ingenuo in viaggio con la nonna malata, la strepitosa, indimenticabile ‘sora’ Lella Fabrizi: dal “Magda io ti adoro, tu mi adori?” di Furio a “E allungaje ‘e gambe, aristendije ‘e gambe, aritiraje ‘e gambe, aricoprije ‘e gambe… io jee tajerei quee gambe!” di Mimmo, tutti una volta nella vita le abbiamo citate e recitate.

Con Mario Brega e Sergio Leone sul set di Un sacco bello

Inizia la stagione d’oro: le opere degli anni ’80, forse le più riuscite in quanto più riconoscibili e tipiche, in cui il regista inizia a costruire un repertorio – un bestiario, appunto – di tipizzazioni legate a Roma e al sottobosco romano: Borotalco (1982), Acqua e sapone (1983) e Troppo forte (1986). A Borotalco, il cui protagonista è il tipo del ‘perdente’ che non riesce a imporre la propria volontà, si possono ascrivere diversi meriti: la nascita dell’icona Manuel Fantoni, sedicente architetto tombeur de femmes interpretato dal compianto Angelo Infanti; la storia, che non è riducibile a una semplice somma di gags ispirate ma è il racconto, con un cuore e un senso attuali per quanto nel segno della leggerezza, della precarietà occupazionale e sentimentale dei trentenni; infine la bellissima colonna sonora, tra Dalla e Stadio, che suggella un finale romantico ma aperto. Nel romantico Acqua e sapone (1983) c’è l’unica scena della filmografia verdoniana di comicità ‘surreale’ alla Fantozzi, ossia quella di “Gino mio”, in cui Rolando, disperato perché non trova i suoi pantaloni, escogita un modo macabro per risolvere il problema. Simile a una fiaba, senza la comicità strabordante degli inizi e più in linea con il precedente Borotalco, di cui ricalca lo schema narrativo, Acqua e sapone racconta l’amore proibito del protagonista Rolando Ferrazza per la giovanissima Sandy, una Natasha Hovey divenuta una star negli anni 80 e poi scomparsa nel nulla. Aiutato dalla sempre mitica Elena ‘Sora Lella’ Fabrizi, Verdone confeziona una commedia in stile Vacanze romane, con i giri turistici per la Città eterna peraltro anch’essi già visti in Un sacco bello, a cui aggiunge i toni divenuti poi sua cifra stilistica di amarezza e malinconia.

Mimmo, Ruggero, Enzo di Un sacco bello

Aperto a esperienze in vari campi, anche quello della scrittura, Verdone è anche attore al servizio di altri registi, in interpretazioni e pellicole più o meno riuscite: Grand Hotel Excelsior di Castellano e Pipolo, Cuori nella tormenta di Enrico Oldoini; in coppia con Renato Pozzetto, nel debutto alla regia del fratello Luca, Sette chili in sette giorni (1986), la mini-serie televisiva Sogni e bisogni diretta da Sergio Citti, il commissario Damiani di Zora la vampira (2000) dei Manetti Bros., film che ha anche prodotto, i 3 Manuale d’amore di Veronesi. Sempre con l’amico Veronesi nel 2008 interpreterà un piccolo ruolo in Italians (2009), che colpisce i vizi e le virtù del nostro popolo con toni sarcastici che ben si attagliano alla sua recitazione. Ma l’interpretazione più intensa è quella di un altro ‘perdente’, lo scrittore fallito e dipendente affettivo Romano de La grande bellezza di Paolo Sorrentino, che gli è valso un meritatissimo Nastro d’argento come miglior attore non protagonista nel 2013.

Con Toni Servillo ne La grande bellezza di Paolo Sorrentino (2013)

I toni si fanno sempre più amari nelle sue commedie successive, soprattutto Compagni di scuola (1988), Al lupo, al lupo (1992), Maledetto il giorno che t’ho incontrato (1992) e Perdiamoci di vista (1994). Compagni di scuola (1988) è un film in cui si rivela il carattere malinconico dell’umorismo verdoniano, un ‘sentimento del contrario’ che aggiunge alle sue commedie sfumature amare. Verdone racconta che Vittorio Cecchi Gori, che gli produceva il film, gli tirò letteralmente in faccia il copione dicendogli che non avrebbe mai avuto successo; invece poi gli piacque moltissimo, così come al pubblico. La nuova strada è segnata: seguirà Perdiamoci di vista (1994) con Asia Argento, poi un’altra commedia a episodi, Viaggi di nozze (1995), con personaggi-caricatura da lui creati fra cui spiccano Ivano e Jessica e il loro “O famo strano?”, che rivela e contemporaneamente preconizza la volgare esibizione narcisistica degli anni dei social network. Dopo il tipo dell’indeciso al limite del patologico di Stasera a casa di Alice (1990), arriva il quasi autobiografico Al lupo al lupo (1992), che racconta la ricerca, assieme ai fratelli Francesca Neri e Sergio Rubini, di un padre scomparso: molto intimo e poetico, il film tratteggia con delicatezza i rapporti tra fratelli, la famiglia disgregata, la figura di un padre imponente con cui solo un figlio ha saputo competere. Del 1992 è Maledetto il giorno che t’ho incontrato (1992) con Margherita Buy, in cui Verdone inserisce anche il suo tributo a Jimi Hendrix. Il film vince 5 David di Donatello e lo consacra come regista capace di misurarsi anche con toni drammatici. Nello stesso anno avviene l’esordio alla regia nel teatro lirico con Il barbiere di Siviglia: l’autore romano si conferma così appassionato e poliedrico conoscitore di musica, elemento sempre protagonista anche nelle sue sceneggiature. In Sono pazzo di Iris Blond (1996), per esempio, il protagonista Romeo, ex produttore musicale fallito che vive nel retrobottega di un negozio di musica vintage a Bruxelles (prosegue l’esplorazione fuori dai confini geografici e psicologici di Roma), si innamora delle doti canore e della bellezza di una vitale cantante rock interpretata da Claudia Gerini, da lui considerata la sua ‘anima gemella’.

Con la Sora Lella sul set di Bianco, rosso e Verdone

Anche se la filmografia dal 2000 in poi si perde – forse troppi film, forse lo sfumare del comico in una malinconia prigioniera di se stessa, l’artista sicuramente prigioniero degli obblighi contrattuali o solo di un ‘doverismo’ interiore – vanno riconosciute a Verdone la generosità e l’inesausta curiosità con cui guarda alla società contemporanea e ai suoi problemi: C’era un cinese in coma (2000); Ma che colpa abbiamo noi (2003); L’amore è eterno finché dura (2004); Il mio miglior nemico (2006); Grande, grosso e Verdone (2008); Io, loro e Lara (2010), che tentano ancora la commistione di dramma e comicità, antico ingrediente di successo e soprattutto cifra stilistica; con Grande, grosso e Verdone (2008), in cui i protagonisti del film del 1982 sono cresciuti e invecchiati con le stesse caratteristiche della giovinezza, il regista romano dà l’addio, poiché consapevole di rischiare il patetismo, al lavoro esclusivo con i personaggi. Del 2012 Posti in piedi in paradiso, con Pierfrancesco Favino, Marco Giallini e Micaela Ramazzotti, la storia di tre mariti divorziati e separati che, pur avendo lavori dignitosi, per mantenere la famiglia vivono con pochi soldi: un tema molto sentito e attuale (affrontato purtroppo dal cinema italiano quasi solo in ambienti borghesi, fatta eccezione per Gli equilibristi di Ivano De Matteo e pochi altri), mentre del 2018 è Benedetta follia, suo ventiseiesimo lungometraggio, in cui dirige Ilenia Pastorelli alla sua seconda interpretazione dopo il David di Donatello per l’acclamato Lo chiamavano Jeeg Robot di Gabriele Mainetti. Nel febbraio del 2020 era atteso, e non si sa ancora quando uscirà stante la chiusura dei cinema, Si vive una volta sola, scritto con Giovanni Veronesi e interpretato da Verdone stesso, Rocco Papaleo, Max Tortora e Anna Foglietta, storia di un’equipe di medici raccontata con la consueta leggerezza e il sorriso che il regista romano regala agli italiani da oltre quarant’anni: ancora una volta un film corale, che vuole raccontare le fragilità attuali con un occhio a Germi e a Pietrangeli, dice Verdone, “nella cialtroneria e nella solitudine dei personaggi”. Perché a muovere l’agire cinematografico del generoso regista  è la volontà di individuare, nella realtà oggi fondata  sull’individualismo – scomparsi da un pezzo i soggetti collettivi, famiglia, lavoro, società – dei dettagli che consentano di fare ironia e contemporaneamente portare ad una riflessione raccontando difetti, fobie, pregi dell’italiano medio; facendo sorridere, ridere e riflettere, ma sempre con l’occhio benevolo di chi perdona tutto, in questo così simile all’ammiratissimo e amato Alberto Sordi (a cui nel 2013 con il fratello Luca ha dedicato il documentario Alberto il Grande).

Pur avendo sfornato, nel corso della sua lunghissima carriera, un successo dopo l’altro aggiudicandosi il consenso di pubblico e critica – che culminano nel Nastro d’Argento alla carriera tributatogli nel 2003 a Taormina – Verdone ha sempre l’aria timida del ragazzo col viso rotondo e mobile degli inizi: umiltà, malinconia, una propensione a rievocare i tanti ricordi dovuti alla sua origine fortunata e all’epoca in cui ha vissuto la giovinezza. Degli anni ‘60 parla con nostalgia trasognata come di anni di entusiasmo, ideali condivisi, aggregazione tra i giovani; di Fellini dice che era poesia, che a casa loro si sentiva in famiglia e raccontava le mille storie che conosceva: un grande uomo, superiore per la sua sensibilità, che nell’ultima parte della sua vita lo chiamava di mattina presto interpellandolo sui piccoli accadimenti e sulle questioni più grandi che rivelavano l’anima di una società che stava cambiando e che lui non capiva più. Collezionista di foto con i grandi del cinema e della musica, amico di Jimmy Page, nel corso della sua vita ha incontrato Robert Plant, David Bowie, Jeff Beck, Joe Bonamassa, Roger Waters: a tutti chiedeva foto, con lo spirito dell’eterno fan.

Con Jimmy Page e Robert Plant dei Led Zeppelin

Curioso di tutto, capace di cogliere le piccole occasioni della vita e di trasformarle in personaggi, nelle tante interviste rilasciate Verdone è narratore godibilissimo di aneddoti e retroscena: per il casting della nonna di Bianco, rosso e Verdone non trovava nessuno, e fu il barista del bar sotto casa, Saverio, a indicargli la sorella di Aldo Fabrizi, che faceva un programma alla radio e faceva ridere tanto. Sergio Leone era preoccupato – “quella ce more, cià 300 de colesterolo” – e la Sora Lella fu invece la spina dorsale del film grazie a un’interpretazione poetica con la quale divenne più nota del fratello Aldo. Stima molto le donne, più intelligenti degli uomini, mai noiose; con l’avvento del femminismo, racconta, lui e Troisi, che Verdone adorava, capirono che il tempo di certe commedie era finito, perciò decisero di rappresentare l’uomo per quello che era diventato, “un pugile all’angolo che le prendeva dalle donne”.

Con Massimo Troisi

Modesto uomo colto, ha scritto due libri: costruito sui ricordi è quello autobiografico del 2012 La casa sopra i portici, seguito nel 2016 da Lettera d’amore per Roma, nel quale intreccia ricordi privati a storie di varia eziologia sui luoghi amati di Roma. Dell’esperienza della scrittura Verdone parla con passione e nostalgia come di un’esperienza di libertà che non sente invece di avere nella scrittura cinematografica; in occasione della promozione del primo libro, l’autore spiegò che il cinema lo fa sentire legato a ciò che ci si aspetta da lui, aggiungendo che nulla è più vero di un libro, nulla più falso di un film. Artista poliedrico (recentemente ha esposto in una mostra fotografica, Nuvole e colori), è ancora, forse, il ragazzo insonne e agitato a cui uno psichiatra disse: “Ringrazia Dio di essere un ansioso, perché altrimenti saresti una testa di cazzo qualunque”. Per fortuna invece sa, da uomo colto che è cresciuto con accanto i suoi fantasmi e li ha trattati con rispetto, che la vita, se la si vuole raccontare nella sua verità, è fatta di tutto il Pantone emozionale, e che il cinema coraggioso non la deve mistificare. Generoso fino all’esagerazione, in quarant’anni di attività ha avuto il coraggio di raccontare se stesso e gli altri in modo autentico contribuendo a ridurre, anche con interviste e dichiarazioni rilasciate col linguaggio giusto, la distanza fra il pubblico e il tema del disagio psichico, con ciò combattendo col sorriso lo stigma nei confronti dei disturbi dell’umore e del comportamento e la diffidenza nei confronti della psicanalisi e degli psicofarmaci.

Il risultato è un’opera ricca, forse ridondante, capace di raccontare i personaggi “nella loro umanità, con le loro fragilità e debolezze”; per questo motivo i suoi film si prestano a mille ri-visioni, perché quei personaggi non smettono di parlarci di noi, di dire quello che hanno da dire, di metterci anche a disagio, raccontando non solo i singoli ma il Paese tutto nei suoi aspetti più alti e più bassi (ecco l’eredità di Sordi); per questo motivo non esiste nessun “peggior film di Verdone”, e tutto quello che non convince lo si accoglie come con una mamma o un papà cui, anche quando ripetono le stesse cose, si accorda fiducia senza giudicarli, amandoli e basta.

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