I diabolici, di Henri-Georges Clouzot (Les Diaboliques FR/1955)

di Laura Pozzi

Cent’anni da Signoret. Nella settimana degli omaggi “secolari”, non poteva di certo mancare quello dedicato a Simone Signoret (pseudonimo di Simone-Henriette-Charlotte Kaminker), carismatica e diabolica “signora” del cinema mondiale. Nata a Wiesbaden, (“città del matrimonio”, in quel periodo sotto l’occupazione francesei) il 25 marzo 1921, il suo animo indomito e anticonformista trova compimento  nel mondo intellettuale della Rive Gauche, dove stringe una sintomatica amicizia con Jacques Prévert che la condurrà dritta all’altare in compagnia di Yves Montand, formando una delle coppie più iconiche della settima arte. Attrice eclettica, versatile, cosmopolita avvolta da un magnetismo oscuro e inafferrabile è stata indimenticabile interprete  (fra i tanti) per Marcel Carnè, Jacques Becker, Luis Buñel, Sidney Lumet e il nostro Antonio Pietrangeli che in pieno boom economico le riserva lo scomodo ruolo della sanguigna e decisa Adua, sbattuta fuori di “casa” insieme alle compagne dalla discussa e controversa legge Merlin. Nello stesso anno l’intrepida Simone vincerà l’Oscar e il premio a Cannes come migliore attrice protagonista per La strada dei quartieri alti del mai troppo celebrato Jack Clayton (autore del notevolissimo e abbacinante Suspense). Una carriera decisamente d’altri tempi che la sua camaleontica personalità ha saputo padroneggiare con estro e autorità. Un’autorevolezza che il poliedrico Henri-Georges Clouzot tinteggia di oscura ambiguità, confinandola e successivamente esasperandola negli abbaini di una surreale storia di vendetta che si diverte a sbeffeggiare e sorprendere  lo spettatore con un’opera che se ne sbatte altamente di bluffare dall’inizio alla fine.

Ci riferiamo ovviamente a I diabolici, inquietante e sinistro noir (ma non solo) capace ancora oggi di provocare con i suoi machiavellici depistaggi un brivido lungo la schiena. Clouzot dopo essere stato fortemente osteggiato dalla chiesa cattolica e accusato dal suo governo di propaganda nazista con Il corvo (1943) non si limita a realizzare e trasporre in immagini incoerenze e contrasti di un’opera dark, ma si spinge oltre componendo un superbo saggio visivo sulla suspense da rendere obbligatorio in tutte le scuole di cinema. La storia tratta dal romanzo Celle qui n’était plus di Pierre Boileau e Thomas Narcejac (gli stessi de La donna che visse due volte) si è crogiolata a lungo in veritiere leggende metropolitane, che ne hanno comprensibilmente esaltato il fascino originale. Si narra infatti che Clouzot, su insistenza di sua moglie Véra si appassionò in modo tale al romanzo da acquistarne immediatamente i diritti, battendo sul tempo nientemeno che Alfred Hitchcock seriamente intenzionato a ricavarne un film. Il regista francese arriva prima, il grande Hitch ingoia il rospo, ma la guerra non è ancora vinta perché qualche anno dopo sir Alfred si riprenderà la meritata rivincita con il monumentale Vertigo. Come segno di gratitudine nei confronti dell’amata Véra, Clouzot opera (come nel precedente Vite vendute dove inventa per lei un personaggio inesistente nel testo letterario) delle significative trasformazioni nei confronti del libro, apportando modifiche che trasformeranno il poco incisivo ruolo della consorte, nel motore della storia.

Christina Delasalle (Véra Clouzot) è la facoltosa e cagionevole direttrice di un collegio alla periferia di Parigi. Gravemente malata di cuore, continuamente schernita e umiliata da un marito sadico e spregevole, che la definisce senza mezzi termini “un piccolo rudere”architetta insieme all’ex amante dell’uomo, la macchinosa e spregiudicata Nicole (Simone Signoret) un piano per far fuori l’ingrato coniuge. Le due donne, seppur profondamente diverse per principi e convinzioni (Christina è sorretta e timorata da una profonda fede religiosa, mentre Nicole non ha scrupoli “nel forzare la mano alla provvidenza”) sono attratte e legate da un intento comune, irrobustito da una morbosa quanto inesplicabile complicità che le porta ad elaborare il delitto perfetto. Che naturalmente perfetto non è soprattutto se il cadavere di un uomo ucciso e annegato nella vasca da bagno, se la spassa, disseminando la scena di indizi e inscenando una volta gettato nella piscina dell’istituto un macabro nascondino capace di sgretolare certezze e mandare all’aria lo schizofrenico piano di “quelle due”. Tuttavia l’enigma una volta svelato rivelerà una natura ancora più contorta e diabolica dei suoi protagonisti, sprigionando un bagliore soprannaturale dai contorni squisitamente ironici. Clouzot si diverte a puntellare questa folle storia di esaltati con un mix di fake e generi tenuti miracolosamente in equilibrio da una suspence nutrita e sedotta da un tessuto narrativo impreziosito da dettagli che nella loro immobilità sprizzano autentici lampi di terrore. Si comincia con un’impalcatura noir innalzata da due improbabili dark lady, si percorre la strada del thriller, funestata da sfumature gotico horror, per approdare infine ad una ghost story che assomiglia vagamente ai visionari sensi di M.Night Shyamalan. Ma il giochino dei rimandi non finisce qui, ma diviene via via più stuzzicante:  l’appartamento di Nicole, la vasca da bagno, il delitto, la mostruosità del cadavere, rappresentano il proscenio ideale per le turbolenze in alta quota consumate all’interno del Norman Bates motel. Non a caso Clouzot con questo film si guadagna la nomea di “Hitchcock francese” creando un vero “precedente” sulle perversioni di Anthony Perkins.

Ma a differenza del capolavoro hitchcockiano, il regista francese elimina qualsiasi commento sonoro, riservandolo in apertura e chiusura di film. Del resto come declama la spietata Nicole “per il nostro numero non servono ne riflettori, ne musica”, ma solo una velata e spettrale ironia che consente al regista di prendere le distanze da una storia imprevedibile, da una scheggia impazzita resa ancor più terrificante dall’anarchico susseguirsi degli eventi. Ed è lo stesso Clouzot dopo l’ultimo titolo di coda a pregare affettuosamente pubblico e critica di non essere diabolici, evitando di raccontare ad amici e conoscenti quanto visto. In effetti I diabolici rientra a pieno titolo nella categoria di film inenarrabili, quasi inconfessabili se non per la loro natura prettamente cinematografica. La descrizione degli ambienti, la cupa e asfittica atmosfera che fomenta una tensione costante, la cura e l’attenzione riservata a personaggi tutt’altro che secondari (vedi i vicini di casa di Nicole, il crepuscolare ispettore di polizia, ma sopratutto il piccolo ma “decisivo” Moinet) e la direzione di due formidabili attrici. Due insospettabili Thelma e Louise (vedi la scena in cui Christina all’interno dell’auto e in attesa di Nicole si intrattiene con un soldato ubriaco, anticipando il primo incontro tra Geena Davis e Brad Pitt) molto più feroci e motivate. Un film perfido e suggestivo che una volta terminato continuerà a replicare nel tempo la sua vocazione ultraterrena. Impossibile non pensare alla prematura e tragica scomparsa di Véra Clouzot avvenuta appena cinque anni dopo. Così come resta indelebile la diabolica sfrontatezza di madame Signoret che dietro un paio di occhiali scuri incanta e celebra un secolo di fascino e mistero.

Il film è disponibile in versione restaurata su Youtube

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