I cannibali, di Liliana Cavani (1970)

di Bruno Ciccaglione

Con il coraggio che caratterizzerà sempre le sue opere, con i Cannibali Liliana Cavani – che intende mettere in scena lo spirito di liberazione che la sua generazione sta sperimentando a partire dal 1968 – anziché scegliere il realismo della rappresentazione di un film “politico”, decide di trasporre l’Antigone di Sofocle in un futuro oppressivo e spaventoso. Un ritorno al mito, la cui inattualità lo rende sempre attuale, che racconta uno scenario terribile, una minaccia che potrebbe sempre realizzarsi, che forse già si sta realizzando. Una minaccia contro cui ribellarsi.

Tiresia (Pierre Clémenti) e Antigone (Britt Eklard) per le vie della città

La figura di Antigone, presa come modello della ribellione alle regole della città in nome di valori di una civiltà più avanzata, è la figura centrale del film, ambientato però nella Milano contemporanea, la città più emblematica del mondo neocapitalista europeo, qui zeppa di cadaveri che giacciono sulle strade per il resto pulite e ordinate. I cittadini scavalcano i corpi e proseguono i loro ritmi urbani in modo indifferente, proprio come avvenne per i passanti sul set, mentre si girava.

Cavani racconterà poi che a causa di un problema nell’ottenere i permessi necessari a girare per le strade della città, si dovette girare con continue interruzioni, lasciando spesso alle auto e ai residenti modo di muoversi, attraversando insomma spesso le scene. Abbastanza incredibilmente, i comportamenti dei passanti di fronte ai corpi a terra furono prevalentemente di indifferenza. Ma anche, dall’altro lato, a dirci del clima del tempo, la presenza di un gruppo nutrito di giovani ad assistere quotidianamente alle riprese, aveva dato a molti l’impressione che un qualcosa di rivoluzionario stesse davvero accadendo per le strade di Milano, tanto che fioccarono le “candidature” di giovani rivoluzionari che si presentavano ogni giorno dicendo “Io ci sono!”.

Antigone di fronte ai cadaveri per le strade annuncia la sua ribellione e la volontà di dare sepoltura al fratello morto

Come nell’antica tragedia, Antigone (Britt Eklard) si ribella all’ordine di non dare sepoltura al fratello morto, colpevole secondo le autorità di aver tramato contro la sua stessa città. Ma qui i morti – e quindi i ribelli – sono migliaia e sono ovunque per le strade della città, lasciati volutamente sul selciato, ad ammonire sulla sorte che tocca a chi prova a mettere in discussione il sistema di potere. Ad affiancarla nella sua azione rivoluzionaria, raccogliere dalla strada e dare sepoltura ai giovani morti, sarà Tiresia (uno splendido Pierre Clémenti). L’indovino, cieco nella tragedia di Sofocle, è qui rappresentato più come una Cassandra: egli infatti parla una lingua che nessuno comprende, ma questo non impedisce che lui e Antigone si intendano e inizino un percorso rivoluzionario che scatena le isteriche reazione del potere.

Tiresia e Antigone celebrano un rito funebre e per il fratello di Antigone, mangiando insieme

In un film in cui i dialoghi sono quasi assenti, a parlare sono i luoghi, i corpi e le azioni dei personaggi, sempre filmati con una grana delle immagini che volutamente sfugge alla precisione di una messa a fuoco freddamente perfetta (effetto ottenuto con l’uso quasi esclusivo del teleobiettivo). Per questo Cavani, fedele ad una idea del mito mai compiutamente spiegabile in termini razionali, sceglie di rappresentare anche i rituali della società oppressiva che rappresenta in modo a volte misteriosamente ridicolo o osceno (si pensi alla scena della sauna, in cui gli agenti delle forze della repressione, sono costretti a un gesto di sottomissione verso un bambino in uniforme che dà loro ordini capricciosi e incomprensibili).

La surreale scena della sauna

I giovani, prima di Antigone un fratello, caduto evidentemente nella lotta rivoluzionaria, dopo di lei il futuro sposo Emone (Thomas Milian), si ribellano e finiscono in prigioni in cui regrediscono o vogliono regredire ad una condizione animalesca, forse proprio come estrema ribellione verso l’ordine che tenta di violarne lo spirito e i corpi.

Emone (Thomas Milian), dopo aver scoperto che Antigone è stata arrestata, matura gradualmente propositi di ribellione

Il film riscosse un grande successo di critica e coinvolse il pubblico in un modo che per la sua intensità fu forse imprevisto. Come scriverà Rondolino, il film riesce a “coinvolgere lo spettatore, a livello emotivo e razionale, in fatti e situazioni che non possono non riguardarlo, dato che il fascismo è alle porte. Ed è proprio questo realismo di rappresentazione, che continuamente si infrange contro l’evidente finzione della storia. La forza di certe immagini è tale da imporre un’attenzione assoluta che consente di cogliere dal film quel messaggio di autentica libertà che era nelle intenzioni degli autori”.

Tiresia e Antigone in un momento di intimità

Acclamato al Festival di New York, il film fece emergere una concreta possibilità per una distribuzione significativa negli USA. La proposta dei produttori americani, economicamente molto vantaggiosa (oltre alla distribuzione si offriva un compenso di 150 mila dollari) era però vincolata al cambiamento del finale e fu per questo rifiutata da Cavani.

Il film si chiudeva sì con una nota di speranza – l’esempio di Antigone e Tiresia è fonte di ispirazione per i giovani, tra cui anche Emone (Thomas Milian) e li induce a proseguire insieme la disobbedienza alle regole del regime, in nome di valori più alti – ma questo può avvenire solo dopo che il martirio di Antigone e Tiresia si è pubblicamente compiuto, in una scena che prefigura le immagini che solo qualche anno dopo arriveranno dal Cile, preso con le armi da Pinochet. Un film la cui carica libertaria ed il cui ammonimento a vigliare per il futuro lo rendono ancora pieno di emozionante verità.

“L’ordine è ristabilito!”, dice un militare dopo la pubblica esecuzione di Antigone e Toresia

Il film è visibile su Youtube.

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