Gli 80 anni di Bob Dylan e il “suo” cinema

di Bruno Ciccaglione

Anche il mondo del cinema ha molto da celebrare, al cospetto degli 80 anni di Robert Allen Zimmerman, meglio noto come Bob Dylan. Del resto se la settima arte è stata l’arte del ventesimo secolo per eccellenza, era inevitabile che uno dei più importanti e influenti artisti della cultura popolare dello stesso secolo incrociasse spesso la propria strada con quella di tante pellicole.

Difficile racchiudere in un’unica definizione chi sia stato e chi sia ancora Bob Dylan, visto che la sua opera ha avuto proprio la capacità di rompere gli steccati tra ambiti culturali normalmente separati, fino al culmine di un musicista che ha iniziato da bambino volendo essere come Little Richard e che è arrivato poi a vincere il premio Nobel per la letteratura.

Per capire quanto grande sia stata la sua figura nel Novecento, basti pensare che uno dei più importanti registi del mondo, Martin Scorsese, gli ha dedicato ben due documentari (No direction home del 2005 e Rolling Thunder Review: a Bob Dylan story del 2019). Ma Dylan è anche uno dei protagonisti della esibizione dal vivo della Band, filmata da Scorsese in The last Waltz (1978), una delle più belle apparizioni live impresse su pellicola della sua lunghissima carriera.

Nel cinema le sue canzoni sono comparse in così tanti film, che non è possibile citarle tutte. Ne ricordiamo solo alcune tra le più memorabili: It’s Alright, Ma I’m Only Bleeding in Easy Rider (1969);

The Man in Me in The Big Lebowski (1998);

Blowing in the wind in Forrest Gump (1994).

Il mito della personalità sfuggente di Dylan, che rifugge da sempre da ogni tentativo di inquadrarlo, porterà addirittura alla realizzazione di un film, I’m not here (2007), in cui il regista Todd Haynes lo mette in scena con 6 diversi attori, in altrettante fasi della carriera e della vita dell’artista.

Ma forse la vicenda più curiosa del lungo e articolato rapporto tra Dylan e il cinema resta quella dell’incontro con Sam Peckinpah per Pat Garrett e Billy the kid (1973). Il regista che aveva reinventato il western e che apriva la strada alla New Hollywood, incredibilmente non conosceva Dylan, benché all’epoca già famoso. Convinto pare dall’attore e amico fidato James Coburn a incontrare il cantautore con la sua chitarra, Peckinpah ne rimase folgorato e gli chiese di scrivere la colonna sonora del film, oltre che di interpretare una piccola parte come attore. Il risultato fu straordinario. L’album di Dylan con i brani della colonna sonora, che prende il titolo dal film, ne segnerà un successo clamoroso a livello mondiale, anche e soprattutto per la presenza di una delle più famose canzoni di tutta la sua carriera: Knocking on heaven’s door.

Bob Dylan sul set di Pat Garret e Billy the kid, come attore

Ma non tutti sanno che Peckinpah, pur molto soddisfatto delle musiche e anche della interpretazione come attore di Dylan, nel suo montaggio aveva escluso Knocking on heaven’s door dal film. Incredibilmente Peckinpah non si rese conto che quella canzone aveva una magia ipnotica particolare, basata com’era su un giro armonico che si ripete sempre uguale, eppure del quale non ci si stanca mai, proprio come avviene con alcune delle più belle canzoni scritte da Dylan (si pensi a Like a rolling stone). Provvidenziali per le sorti della canzone, a questo punto, furono i dissidi crescenti tra Peckinpah e la produzione, che impose tagli consistenti e rimaneggiamenti del montaggio, tanto che il regista pensò addirittura di togliere la firma dal film. Ne risultò una versione del film di 106 minuti (contro i 122 minuti della versione di Peckinpah, ripubblicata solo in anni recenti), che però recuperava e lanciava nell’etere il piccolo gioiello di Dylan.

La scena che, alterando il montaggio originariamente voluto da Peckinpah, recupera Knocking on heaven’s door e la regala al mondo

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