Il grido, di Michelangelo Antonioni (1957)

di Girolamo Di Noto

L’arte non rende il visibile. Ma rende visibile ciò che visibile, non è (Paul Klee)

Diverse ragioni possono concorrere al successo nella carriera di una star: la bellezza, il talento, l’occhio attento e perseverante di un regista, la scommessa di un produttore. Nel caso di Alida Valli, di cui da pochi giorni si è ricordato il centenario della nascita, protagonista de Il grido di Antonioni, questi fattori si sono susseguiti lentamente, senza fretta dando vita, pazientemente, ad una carriera esemplare e irripetibile.

L’ascesa irresistibile della Valli si compie nel decennio cruciale tra il 1936 e il 1946, in anni difficili e tormentati, quando arrivata al cinema in giovane età, la ragazzina di Pola rivela il tesoro della sua bellezza passando senza soluzione di continuità da commedie a lacrimosi melodrammi a raffinati adattamenti di classici della letteratura. I titoli per cui sarà ricordata si riferiscono però al decennio successivo e tra i vari capolavori come Il caso Paradine di Hitchcock, Il terzo uomo di Reed, Senso di Visconti, spicca Il grido di Michelangelo Antonioni: un melodramma dolente, pessimista, in cui un uomo (Steve Cochran) cerca inutilmente scampo dalla solitudine dettata dall’abbandono della sua donna, girovagando lungo la pianura padana insieme alla figlioletta, cercando in un’altra donna un’altra ragione di vivere che possa riempirgli l’esistenza, che possa allontanarlo dal suo passato che lo ossessiona profondamente.

Nel film si ripercorre la parabola di un operaio che, dopo la rottura traumatica di un rapporto, ricerca disperati punti d’appoggio in incontri che rivelano la loro inconsistenza. Così gira con la bambina nella zona del Po, sull’argine del fiume. Visita Elvia (Betsy Blair), la fidanzata di un tempo, incontra Virginia (Dorian Gray, qui doppiata da Monica Vitti), la padrona prosperosa di un distributore di benzina che offre all’uomo più sesso che lavoro e infine conosce Andreina (Lynn Shaw), una giovane donna, tanto bella quanto triste. Ma non si fermerà da nessuna e con nessuna di loro. Offrono amori piccoli che a lui non bastano.

Il film è strutturato secondo il topos narrativo del viaggio, ma non ci troviamo di fronte ad un viaggio di formazione: Aldo accumula esperienze che non lo rassicurano, il suo errare senza meta non produce una svolta ma è scandito da un vuoto sempre più opprimente, dà forma a quello che rimane uno dei temi centrali dell’autore: la perdita. Già in Gente del Po, documentario sulla vita quotidiana di personaggi anonimi, si affrontava la necessità di partire, di viaggiare per non perdere la speranza: “È una vita dura, sempre uguale, ma chi dai campi guarda passare il convoglio pensa forse alla felicità. Partire, viaggiare, cambiar vita: il mare è là, in fondo al viaggio”.

Ne Il grido non c’è nessun mare al di là dello sguardo di Aldo. Nel suo peregrinare niente più lo soddisfa, nessun luogo è visto con occhi diversi, più sereni. Permane uno stato mentale immutabile, rude e distruttivo, incapace di voltar pagina, di cambiare vita. Quando Aldo capisce che quel vagare è privo di senso, prima carica la bambina su un pullman e la rimanda dalla madre e poi inverte la direzione del viaggio, riprende ingenuamente la strada di casa, convinto di riprendersi la propria vita e la propria donna. Scoprirà che Irma ha cominciato una nuova vita senza di lui e andrà incontro al proprio ineluttabile destino.

Storia di un’ossessione amorosa, di una caduta, cronaca di una disperazione, di una lenta agonia: Il grido è stato definito in tanti modi. Il film è soprattutto la storia di un uomo solo, svuotato che cammina in un paesaggio grigio. Antonioni non poteva scegliere un fondale più suggestivo della pianura del Po, che esalta la malinconia del personaggio, il suo grigiore interiore. Il cielo brumoso, la nebbia che rende tutto evanescente, le strade fangose, gli alberi ridotti a scorze senza fogliame fanno tutt’ uno con il volto angosciato del protagonista, traducono la solitudine interiore dell’individuo. Antonioni è straordinario nel sondare l’animo umano accostandolo al paesaggio, è abile nel radiografare le inquietudini dei personaggi senza abbandonare eleganza e seduzione.

Intorno ad Aldo ruota un quartetto formidabile di donne, ognuna con un aspetto preponderante da risaltare: il passato irrecuperabile, la pesante solitudine, l’alternanza di slanci e rimpianti, lo stesso clima di livida sfiducia. È Irma però il personaggio più complesso. Alida Valli è sublime nel dare vita ad un personaggio sofferto, è grandiosa nel dare forma ad una donna che non vuole più tornare indietro nelle sue decisioni, algida e glaciale nella sua coerenza sentimentale. Centrale è la scena in cui Aldo la prende a schiaffi in pubblico: lei reagisce con fierezza e dignità comunicandogli che la sua decisione è irreversibile.

Geniale creatore di immagini, profondo indagatore dei sentimenti, Antonioni ha proposto significative riflessioni sull’amore, su ciò che c’è di più fugace e inesprimibile nel comportamento umano, lasciando un’impronta indelebile su tanti registi contemporanei, “obbligando i critici a prendere sul serio il loro mestiere”, riuscendo infine ad esprimere con il cinema cose che sembravano intraducibili in immagini.

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