L’uomo che ingannò se stesso, di Felix E. Feist (Usa/1950)

di Girolamo Di Noto

Quasi sempre in una storia noir c’è una coppia di amanti in fuga che, al naufragare del sogno, si disgrega. Di fronte al baratro lui vacilla, talvolta gli è concesso di pentirsi, ma il più delle volte paga con la vita o resta solo per sempre, affondando nei sensi di colpa. Lei, la dark lady, colei che incarna i lati oscuri dell’esistenza, va fino in fondo all’ineludibile destino, è ambiziosa e cinica sino alla fine e usa l’arma della seduzione fino a quando non viene scoperta, fino a quando è ormai tardi per smascherarla. L’uomo che ingannò se stesso, del regista Feist, rientra perfettamente in questo genere complesso, ambiguo e inquietante e può senz’altro definirsi come una combinazione tra un noir che tratta di polizia corrotta sulla scia di film come Sui marciapiedi di Preminger, Sciacalli nell’ombra di Losey, Il colpevole è tra noi di Edmund O’Brien e una storia in stile La fiamma del peccato di Wilder.

Una ricca adultera (Jane Wyatt) uccide il marito e convince l’amante, detective della omicidi Ed Cullen (Lee J. Cobb) a coprire il delitto. Ma il fratello del detective, un poliziotto alle prime armi desideroso di mettersi in luce, non intende abbandonare il caso. Il film ricalca dunque le caratteristiche del genere noir, soprattutto nella figura del poliziotto corrotto, ma a differenza dei film sopra citati che trattano questo tema, il film di Feist si discosta per un aspetto importante. Ed Cullen non deve sopportare nessun peso inesorabile del passato come il Mark Dixon di Preminger, non è divorato dall’invidia sociale come il Webb Garwood di Losey, non è schiacciato dalla propria mediocrità piccolo-borghese come il Barney Nolan di O’Brien. Ed Cullen è semplicemente un cittadino rispettabile che entra in un giro di perdizione per amore. Sa bene quanto sia pericoloso ciò che fa, sa anche in cuor suo che la donna lo usa per i suoi scopi, eppure non riesce a districarsi, a salvare se stesso dall’inevitabile caduta come se la vertigine lo avesse imprigionato in modo irreversibile.

Feist è abile nel saper descrivere la psicologia di un uomo che si lascia trascinare dagli eventi, un uomo disilluso, un loser, un solitario ed è altrettanto attento nel soffermarsi sulla passione che ossessiona, sul baratro nel quale la fragilità e la debolezza possono far cadere chiunque.

È una storia di torbide passioni e il rapporto triangolare tra i due poliziotti e la femme fatale ricalca da vicino, come si è detto, un nume tutelare come La fiamma del peccato. Come Walter Neff non aveva fatto i conti, quando era diventato complice nell’assassinio del marito della sua amante, con il collega meticoloso Barton Keyes, così Ed Cullen aveva sottovalutato il fratello Andy Cullen (John Dall) che pian piano porterà a galla la verità. Il richiamo al film di Wilder è legato inoltre alla figura della dark lady: Phyllis Dietrichson (Barbara Stainwych) incarna perfettamente allo stesso modo di Lois Frazer i tratti fondamentali della femme fatale: charme fisico, ambiguità, perversità morale, cupidigia, meschineria.

La bellezza del film di Feist sta anche nel modo magistrale in cui il regista tratta il tema dello sdoppiamento. Uno sdoppiamento che non riguarda solo il protagonista, intento ad allontanare da un lato i sospetti che il fratello comincia sempre più a nutrire nei suoi confronti, dall’altro con se stesso, coinvolto suo malgrado a fare i conti con un inganno sempre più evidente ma dal quale non riesce a slegarsi, ma uno sdoppiamento che riguarda anche le donne del film: la ricca omicida e la fidanzata del poliziotto onesto. Feist descrive due modi diversi di interpretare la femminilità: uno seducente e pericoloso, apparentemente inoffensivo ma alla fine infido e feroce, l’altro che offre amore e comprensione senza chiedere troppo in cambio.

Tutto in questo film appare inusuale, soprattutto nella scelta del cast. È l’unica volta che Lee J. Cobb ha un ruolo da protagonista romantico. Aveva appena concluso le repliche di uno degli spettacoli più celebri della storia di Broadway, Morte di un commesso viaggiatore di Arthur Miller e qui ebbe modo di interpretare un ruolo altrettanto drammatico rimuginando sul proprio miserabile destino. Altrettanto inattesa la scelta di far interpretare a Jane Wiatt la parte della femme fatale poiché l’attrice aveva sempre impresso l’immagine della brava ragazza ad Hollywood. Convincente è anche la fidanzata del poliziotto onesto, un’attrice di nome Lisa Howard. Lei si sposerà per ben due volte con il regista Feist e diventerà una delle prime giornaliste televisive in America, la prima ad ottenere in esclusiva un’intervista con Fidel Castro.

Quello di Feist non è un nome altisonante nel cinema statunitense, eppure il regista ha saputo ritagliarsi degli spazi importanti. Rimase quasi esclusivamente un regista di serie B, ma aveva un’intraprendenza straordinaria a sapere come ottenere il massimo da un budget limitato. Il regista sfrutta abilmente San Francisco, altra grande protagonista del film: la città non si presenta quasi mai come un luogo favorevole ai rapporti umani, ma come una “giungla d’asfalto ” in cui è più facile morire che sopravvivere conducendo una vita onesta.

Splendida e ricca di suspense la scena della fuga dei due amanti nella caserma abbandonata a Fort Point, dove pochi anni dopo Kim Novak farà un salto memorabile nelle acque della baia nel film di Hitchcock, La donna che visse due volte. Una scena di grande tensione, tra vento e silenzio, foulard che volano, passi concitati, piccoli dettagli che rendono memorabile il film, esempio straordinario e sconcertante di cinema nella sua forma più rabbiosa e selvaggia.

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