My name is Joe, di Ken Loach (1998)

di Marzia Procopio

Joe Kavanagh è un alcolizzato in riabilitazione a Glasgow, in Scozia; frequenta regolarmente gli incontri degli Alcolisti Anonimi, dove pronuncia il suo mantra, che è anche il titolo del film: “Mi chiamo Joe e sono un alcolizzato”. Temperamento irascibile, disposizione fondamentalmente dolce, è diventato sobrio dopo anni di alcolismo, tirandosi indietro a un passo dal baratro dopo aver esperito il suo potenziale di violenza da ubriaco. Joe è l’allenatore di una scombinata squadra di calcio e, sebbene sia e agisca come una figura paterna per tutti i giovani, ha un legame speciale con Liam (David McKay), un ex spacciatore che sta cercando di rigare dritto. Liam ha una moglie dipendente dall’eroina, Sabine (Anne-Marie Kennedy), e un figlio di 4 anni, e la sua situazione finanziaria è disperata. La dipendenza di Sabine ha fatto indebitare Liam con un boss locale, McGowan (David Hayman), che li minaccia e li ricatta. Quando Joe incontra Sarah, operatrice sanitaria che si occupa di famiglie in difficoltà, nasce una relazione, di cui il regista e gli attori – grazie alla recitazione e sintonia perfette e a un montaggio insolitamente efficace – sanno rappresentare il miscuglio di iniziale incertezza e affetto crescente nella suggestiva scena del bowling, che mostra Joe e Sarah che abbattono birilli mentre Spirit in the Sky suona nella colonna sonora. Il rapporto fra i due, però, sembra fin dall’inizio destinato a naufragare, a causa delle differenze sociali e culturali; e anche se inizialmente la coppia trova una causa comune nei problemi di Liam e di Sabine, gli errori e le ricadute di Joe rendono difficile a Sarah la comprensione e l’accettazione di un modo di pensare e di vivere di cui la donna ha paura e che non a caso cerca di correggere e riparare quotidianamente nel suo lavoro.

Come in molti dei film di Ken Loach, anche in My Name is Joe al centro del racconto c’è l’osservazione delle classi sociali subalterne; qui, nello specifico, la messa in discussione della possibilità che chi appartiene alla classe media comprenda sempre appieno le scelte di chi invece appartiene alla classe operaia. La chiave della struttura narrativa sta in questo conflitto. La lealtà di Joe a Liam, dovuta in gran parte al loro comune background e alla stessa appartenenza sociale, fa sì che Joe si lasci coinvolgere, per aiutare il giovane a uscire dai debiti, in attività di spaccio illegale di droga. Sarah, che conosce l’effetto delle droghe sulla vita dei bambini proprio grazie al suo lavoro, non può accettarlo. In un discorso fondamentale che è il cuore del film, Joe dice a Sarah: “Non viviamo tutti in questo tuo bel mondo ordinato… Alcuni di noi non possono semplicemente andare in banca per un prestito. Alcuni di noi non possono semplicemente andarsene di qui… Alcuni di noi non hanno scelta.” Si tratta di una scena di grande intensità in cui, di nuovo, è la recitazione, combinata con questo dialogo, che le conferisce una centralità assoluta. Le parole di Joe, che riassumono il divario tra lui e Sarah, riflettono naturalmente le opinioni politiche del regista; ma grazie alla performance coinvolgente e articolata di Peter Mullan e alla sapiente, graduale costruzione delle caratteristiche sociali ed economiche del mondo di Joe, che Loach descrive fin dai primissimi fotogrammi e che emerge bene soprattutto nelle scene corali, il discorso è del tutto credibile. Il finale aperto, drammaturgicamente consentito dal forte sentimento che unisce i due, suggerisce un’accettazione provvisoria delle loro differenze, ma le possibilità di un futuro insieme sono incerte.

My Name is Joe è un altro dei racconti di Ken Loach sulla vita della classe operaia una delle rare incursioni di Ken Loach al di fuori del classico mondo operaio. In questo ambiente sub-proletario, il regista scopre le ‘vecchie’ virtù dell’amore, del sacrificio e della solidarietà come mezzi per combattere le miserie della vita in povertà. La storia d’amore fra Joe e Sarah è molto coinvolgente, perché riguarda due persone adulte che ormai non si fanno illusioni. Sarah è interpretata da Louise Goodall con un viso consumato dalle cure ma un sorriso sempre pronto ad aprirsi, come il suo cuore; ha dovuto indurirsi contro i casi tristi che incontra come operatrice sanitaria di comunità, ma si lascia facilmente conquistare dallo spirito e dalla sincerità di Joe. Lo sceneggiatore Paul Laverty, che con Loach aveva già scritto La canzone di Carla, trascorse mesi a fare ricerche a Ruchill, allora uno dei quartieri più difficili di Glasgow. Il risultato è una sceneggiatura geniale nel mettere insieme il romanticismo, gli elementi criminali e la sfida di essere sobri in una comunità in cui alcol e droghe forniscono il passatempo (e lavoro) principale, popolata di figure realistiche che gli attori, tutti non professionisti tranne quello che impersona Liam, come vuole la fedeltà di Loach al genere documentaristico, trasformano in personaggi onesti e umani (che parlano con un accento regionale britannico così forte che è stato sottotitolato); su tutti spicca Peter Mullan nel ruolo del protagonista, per il quale ha vinto il premio come miglior attore a Cannes nel 1998. Il Joe di Mullan è una presenza imponente, che mostra forza e dignità anche quando viene risucchiato nel pantano criminale di Liam, ma che risulta spaventoso nella scena in cui lo si vede, da ubriaco, aggredire gli scagnozzi di McGowan, o in quella in cui litiga animosamente con la donna con cui aveva una relazione quando poi decise di iniziare la riabilitazione.

Il film ha anche i suoi momenti comici, perché Loach sa guardare alla complessità e alla ricchezza dei rapporti umani: nonostante la privazione dei giovani, molti dei quali disoccupati, c’è spazio per momenti di cameratismo e battute, molte delle quali ruotano attorno alla squadra di calcio che Joe allena. La squadra di calcio senza successo rispecchia le lotte dei suoi giocatori fuori dal campo. Anche qui, infatti, i personaggi di Loach non hanno altra scelta se non quella di lottare contro i vincoli imposti dalla sorte, caratteristica centrale di gran parte del lavoro del regista. La mancanza di fondi della squadra condanna i giocatori a non avere un’unica divisa, se non quando rubano da un camion la divisa della squadra brasiliana e scendono in campo, improbabili Pelè, coronando per pochi attimi i loro sogni. Questi brevi momenti di felicità strappati a circostanze difficili sono generalmente il massimo in cui i personaggi di Loach possono sperare, perché il cineasta e attivista politico non smette mai di porre sotto la propria osservazione personaggi credibili in situazioni realistiche. Ne consegue che il suo cinema è fatto di immagini e personaggi spesso cupi, talvolta addirittura deprimenti, e che i suoi film riguardano le prove e le tribolazioni di coloro che si impegnano quotidianamente in un lavoro massacrante cercando di racimolare abbastanza per mettere il pane in tavola. Parlano di uomini e donne intrappolati dalla povertà e da un sistema sociale a cui non importa se vivono o muoiono. E riguardano le conseguenze a volte tragiche delle azioni che alcune persone intraprendono nel vano tentativo di liberarsi dalle circostanze. Lo avevamo visto nei precedenti Riff-Raff, Piovono pietre, Ladybird Ladybird e Terra e Libertà. Comunque, My Name Is Joe non è il più pessimista dei film del cineasta britannico: la prima metà è caratterizzata da un tranquillo ottimismo e da una buona dose di umorismo legato al personaggio. C’è un po’ di romanticismo, alcune battute tra amici e la sensazione che l’assenza di denaro non sia sinonimo di assenza di speranza. Ma è un equilibrio fragile e, prima che inizino i titoli di coda del film, ci saranno violenza, tragedia e una spiacevole dose di realtà per questo personaggio così profondamente umano.

Peter Mullan offre un’interpretazione perfetta: il suo Joe è un tipo chiassoso e simpatico, il tipo di ragazzo che tutti vorremmo fosse il nostro vicino di casa, uno a cui è impossibile non affezionarsi, e questa forte identificazione con il personaggio approfondisce l’intensità dell’ultimo terzo del film, in particolare lo scambio straziante tra Joe e Liam che, sebbene forse inevitabile date le circostanze, è difficile da guardare. Sebbene la dipendenza sia un elemento chiave di My Name Is Joe, il film non riguarda tanto l’abuso di sostanze, quanto l’accettazione delle conseguenze delle proprie azioni. Nel tentativo di espiare i suoi errori passati, Joe cerca di salvare un altro uomo, ma finisce per affrontare la realtà in modo tale che, invece di riparare la situazione, causa ulteriori danni. Più di chiunque altro, l’alcolista dovrebbe riconoscere l’importanza della responsabilità individuale nel processo di guarigione, ma Joe è così preso dal suo ruolo di salvatore che perde le tracce di questa dura verità. Il dilemma che alla fine deve affrontare, un conflitto interiore in cui ogni alternativa è peggiore dell’altra, è insostenibile per lui finché crede di poter prendere su di sé i fardelli di un altro. Il film ha il merito dell’onestà, perché non offre risposte facili a domande difficili e le cose non devono necessariamente funzionare per il meglio, come invece sarebbe a Hollywood. La più grande forza del film è il senso della cruda realtà e contemporaneamente la capacità di raccontare una storia tipica ma declinata sempre nel rispetto del singolo: ci si aspetta che Joe, come alcolista, lotti virilmente per la maggior parte del tempo contro la sua dipendenza, poi abbia una drammatica ricaduta e sia infine e definitivamente scaraventato nella sobrietà da una tragedia. Così è, in effetti; ma il regista si premura di calare all’interno di questo schema drammaturgico una storia singola e unica, forte della consapevolezza che il cuore è nei dettagli: questa coppia, questo bevitore, questa squadra, questa città.

Si badi bene: My name is Joe è un altro canto degli sconfitti, ma non è un film deprimente. Racconta eventi deprimenti, ma lo fa con spirito vivace, molto umorismo pennellato qua e là, inclusa la comparsa di uno zampognaro che conosce tre canzoni, le suona e poi vende frollini ai turisti. Spesso un film come questo si è certi di sapere come deve finire, invece la conclusione, così inaspettata, eppure, a suo modo, così logica e così inevitabile, lascia il senso della vita vera, che sembra chiudere all’improvviso e poi riaprire naturalmente, ma senza mai dare certezze: con l’amarezza di chi ha occhi per guardare la realtà e la speranza della volontà: My name is Joe, his name is Ken Loach.

Disponibile su Amazon Prime Video

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