La Coppa, di Khyentse Norbu (The Cup, 1999)

di Andrea Lilli –

Attenzione, SPOILER. Dialogo finale:

– Come finisce la storia?
– Che importanza vuoi che abbia, la fine?

Coppa del Mondo 1998. La seguono con passione non troppo nascosta i giovani monaci – sono ragazzi anche loro – di uno dei tanti ‘monasteri in esilio’ nati in India settentrionale a causa dell’occupazione cinese del Tibet, che da quando è stato annesso di forza alla Cina (1950) soffre la persecuzione dei buddisti praticanti. Di giorno, ogni occasione è buona per giocare a palla, e in mancanza di questa può bastare una lattina vuota. Di notte, quando in Francia si giocano le partite del Mondiale, Orgyen e compagni attendono il momento propizio per sfuggire alla sorveglianza e scappare a vederle in diretta tv, lontano dal monastero. Sanno che se il Lama li scopre sono dolori, il che aumenta l’adrenalina della visione. Il calcio è per Orgyen una religione parallela, Ronaldo è il suo profeta, del resto ha i capelli rasati come lui. La cella in cui dorme il quattordicenne è tappezzata di ritagli di riviste rimediate chissà dove, sono attaccate al muro decine di icone del football mondiale, ma quella dell’attaccante brasiliano è la più adorata.

Giungono al monastero due nuovi aspiranti monaci, o meglio due rifugiati: sono il figlio e il fratello minore di una donna tibetana disperata per la sistematica repressione cinese, che continua tuttora da almeno settant’anni. I due non sanno nulla di calcio, ma la notte dei quarti di finale Orgyen decide che le magie di Roberto Baggio e Zinédine Zidane, in una partita imperdibile come Italia-Francia, devono essere assolutamente condivise. Li trascina con sé, ma stavolta al ritorno vengono scoperti dal Maestro (Lama). Dovranno scontare la pena in cucina, e salteranno le semifinali. Arriva il giorno della finale: è Francia-Brasile. I ragazzi chiedono al Lama di poter noleggiare un televisore con antenna parabolica per godersi la partitissima in monastero, visto che in fondo il divieto è solo quello di uscire, non di assistere al gioco. Permesso accordato. I ragazzi fanno una colletta, con fatica ottengono in extremis la somma non trattabile fissata da un freddo commerciante indiano, allestiscono l’apparecchio e l’antenna. Il collegamento funziona, l’intera comunità monastica riempie la sala, maestri compresi. Traguardo raggiunto all’ultimo momento.

Questa la trama di un film lineare, privo di colpi di scena, che sorprendentemente riesce a non essere mai noioso, sebbene sia chiaro il suo intento divulgativo, didattico nei frangenti in cui vengono formulate massime e parabole esemplari della filosofia buddista tibetana.

Se hai un problema che sai di poter risolvere, non devi angosciarti. E se sai che il tuo problema non può essere risolto, non devi angosciarti.

Dunque non importa sapere come finisce una storia, si diceva all’inizio; non resta che seguirne la narrazione. In questo caso ci interessa quel che avviene intorno alla palla di cuoio in questa singolare pellicola bhutanese di novanta minuti. In qualche modo misterioso ma semplice, ci intriga il confronto tra le parti che sotto il segno del Pallone si scontrano/incontrano in quell’angolo remoto dell’Asia, la successione delle azioni e delle reazioni, i messaggi che i giocatori si scambiano, e quelli che rivolgono a noi in dialoghi elementari, talvolta profondi. Il film è stato girato in un vero monastero. Ci sono monaci veri che interpretano se stessi con una recitazione naturale che meraviglia: concentrati e sinceri, al contempo ironici, sottili, improvvisano perfino, in scioltezza. I titoli di coda informano poi che si tratta di una vicenda realmente accaduta. Tra l’altro, il giovane Kunzang Nyima, rifugiato effettivamente nel monastero scelto come location, era arrivato là due settimane prima dell’inizio delle riprese, dopo aver perso il fratello e la sorella, caduti in un crepaccio ghiacciato dell’Himalaya nel tentativo di fuggire dal Tibet.

Khyentse Norbu, bhutanese, scrittore e leader spirituale, è un Lama importante, ben noto nel composito movimento buddista tibetano, articolato in diverse dottrine. Il suo nome all’anagrafe è Dzongsar Jamyang Khyentse Rinpoche, viene ritenuto dalla sua scuola religiosa la terza reincarnazione di un santo, e The Cup è la prima delle quattro fiction che ha girato finora. Ha inoltre supervisionato ogni rituale e gesto eseguiti dai monaci tibetani nel Piccolo Buddha (1993) come consulente, e appare nel film di Bernardo Bertolucci. In The Cup, coerentemente con le responsabilità di Lama, Khyentse Norbu da una parte illustra con abbondanza di dettagli la vita e i rituali monastici, il paternalismo dei maestri e la soggezione dei discepoli, disegnando un quadro quasi idilliaco, dall’altra accenna sommessamente alla prepotenza cinese, lancia frecciatine all’indifferenza USA, punzecchia l’India, elogia la Francia: accenna cioè a questioni geopolitiche antiche e dolorose sfiorandole solamente, con un sorriso più rassegnato che amaro. Si direbbe che non voglia ammorbare troppo lo spettatore. Troppo diplomatico, forse. Sceglie di suggerire l’indignazione, non di gridarla. Comunque è intelligente il ricorso al richiamo esercitato dallo sport più diffuso nel mondo. Il calcio è di tutti, anche i monaci lo giocano e lo guardano: hanno le loro passioni e aggressioni come chiunque altro, e si addormentano durante le preghiere e fanno scherzi nelle lezioni. E questo ce li rende simpatici.

The Cup mostra poi, una volta di più, quanto sia (stato) potente il mezzo televisivo. Anche il Lama più anziano e saggio s’incanta nel seguire in diretta la prima partita della sua vita. Poco prima era molto perplesso sul motivo per cui “i rappresentanti di due Paesi civili combattono tra loro per il possesso di una palla”. Solo per avere una coppa? Possibile? La risposta se la darà lui stesso, involontariamente, nel proporre in seguito l’apologo dei sandali di cuoio.

Rivestire di cuoio tutta la terra, in modo da non ferirsi i piedi nudi camminando e correndo, è impossibile. Puoi ottenere lo stesso risultato limitandoti a calzare sandali di cuoio.

Sconfiggere tutti i nemici intorno a sé non si può, sono troppi; l’unica strada è cambiare il nostro approccio con loro, smettere di odiarli, spiega il Lama. Se poi, visto che ci siamo (aggiungerebbe un mio amico italiano), ci mettessimo tutti d’accordo per calzare gli scarpini, al posto dei sandali o degli anfibi militari, le contese internazionali potremmo giocarcele sui campi di calcio. Ai Mondiali, ma qualcosa già pure agli Europei.

Quando il televisore si spegne per un breve black-out, i monaci ricorrono ad un antico intermezzo spettacolare alternativo: lo stesso espediente per intrattenere il pubblico in sala trovato dai due protagonisti de Nel corso del tempo di Wenders: il gioco delle luci e delle ombre (cinesi, già) proiettate su uno schermo. Il cinema, insomma. Il divulgatore Khyentse Norbu ha capito come usarlo: La Coppa è stato il primo film bhutanese candidato agli Oscar, per il miglior film straniero.


  • Film disponibile nella versione italiana in Archive.org

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