Il terzo uomo, di Carol Reed (1949)

di Roberta Lamonica

“Sai cosa disse quel tizio: in Italia, sotto i Borgia, per trent’anni hanno avuto guerre, terrore, assassinii e spargimenti di sangue, ma hanno prodotto Michelangelo, Leonardo da Vinci e il Rinascimento. In Svizzera hanno avuto amore fraterno, cinquecento anni di democrazia e pace – e cosa hanno prodotto? L’orologio a cucù”.

(Harry Lime)
Locandina

PREMESSA

“L’orrore! L’orrore!”, è tutto ciò che Kurtz riesce ad articolare e comunicare della sua esperienza con l’abisso nero della sua anima, nel romanzo di Joseph Conrad, Cuore di tenebra. E Marlow, il narratore della storia, resta lì attonito, incapace di smontare il mito che avvolge quell’uomo alienato e di ricordurlo, accettandolo, alla sua fallace umanità. “Sterminate i nativi!”, la frase che fa bella mostra di sé sui documenti per la Compagnia in possesso di Kurtz e che Marlow pensa bene di cancellare.
E’ innegabile che ci siano alcuni tratti in comune nel rapporto tra Marlow e Kurtz e Holly Martins e Harry Lime, i due protagonisti de Il terzo uomo, capolavoro del 1949 di Carol Reed. Come Kurtz nel romanzo, Lime nel film appare per un tempo relativamente breve, ma la sua ‘presenza’ riempie ogni scena del film, infestandolo come un fantasma.
E Holly Martins, un pò come Marlow, deve fare i conti con l’inaffidabilità della sua visione del mondo da ‘far west’ (come i suoi romanzi) con buoni e cattivi, schierati, sempre riconoscibili. E i nativi da sterminare sono i cittadini di una Europa martoriata dalla guerra, alla ricerca di una matrice culturale comune da cui ripartire, fuori dalla divisione in quadranti che squarcia le proprie città. Il titolo stesso del film, Il terzo uomo, suggerisce un modo di pensare che rifiuta la nozione di contrapposizioni binarie e richiedeva che il pubblico accettasse un mondo moralmente molto più complesso di quanto fosse abituato a vivere. L’esperienza con le sfumature di grigio di cui l’animo umano è fatto è stordente, disorientante e costringe a spostare più in là i confini delle proprie prospettive, accettando il fatto che, se il ‘cattivo’ paga sempre, non è detto che il ‘buono’ vinca.

La scena finale

SINOSSI

Nella Vienna del secondo dopoguerra, lo scrittore americano Holly Martins (Joseph Cotten) viene invitato dall’amico Harry Lime (Orson Welles) dietro la promessa di un lavoro. Inaspettatamente al suo arrivo scopre che l’amico è morto e, convinto che ci sia qualcosa di losco dietro la sua morte, inizia ad indagare nella città martoriata dalla guerra e divisa in quattro zone di controllo affidate a diverse forze di occupazione. Mentre cerca di fare chiarezza sulla sorte di Lime, si innamora di Anna (Alida Valli), la donna dell’amico…

REED e GREENE

Inserito al primo posto tra i migliori film britannici mai realizzati, Il terzo Uomo è una parte tanto fondamentale anche della cultura austriaca che c’è un intero museo a Vienna dedicato esclusivamente al film. Carol Reed, regista tra gli altri di film come “L’ammutinamento del Bounty”, “Il nostro agente all’Avana” e “Accadde a Berlino”, ha diretto “Oliver!”, commedia musicale per la quale ha vinto l’Oscar come per la miglior regia, nello stesso anno in cui erano in lizza per la vittoria “2001: Odissea nello spazio” di Stanley Kubrick e “La battaglia di Algeri” di Gillo Pontecorvo.
Seconda collaborazione tra Carol Reed e lo scrittore Graham Greene, dopo l’emozionante ‘Idolo infranto’ del 1948, Il terzo uomo inscena un mondo post bellico dove valori ed emozioni come la perdita, il tradimento, il senso di colpa, il disincanto e la solitudine sembrano rendere le persone assai simili al paesaggio devastato che abitano. Lo scontro senza fine tra azione e morale alla base dello stile di Greene sono declinati secondo la struttura propria della sceneggiatura che, oltre che da grandi dialoghi, è caratterizzata anche da una fluidità ritmica che oscilla tra momenti di grande emozione, come quello nella stanza tra Holly e Anna e momenti pieni di brivido e azione come le sequenze dell’inseguimento finale.

Graham Greene e Carol Reed

“Ho visto un uomo che camminava lungo lo Strand, al cui funerale avevo partecipato solo di recente”. Pare che da questa idea scritta su un pezzo di carta da Greene sia stata tratta la sceneggiatura del film.
Il tono usato da Greene è tagliente, realistico, ironico.
Il contesto di miseria umana in cui ambienta il film investe tutti gli aspetti della natura umana. E trova una corrispondenza nella Vienna del dopoguerra, attaccata dalla mancanza di scrupoli morali non diversamente dalla morte, dalle malattie e dalla carestia.
Tuttavia, un’altra caratteristica del tocco di Graham Greene nel film è l’elemento conflittuale. Il conflitto non è puramente correlato alla trama, ma è correlato al conflitto dell’individuo: bene e male, decadenza morale e purezza morale, salvezza e dannazione e così via.
Nelle parole di Roger Ebert, che ha tracciato un parallelismo tra Il terzo uomo e Casablanca, il film “riflette l’ottimismo degli americani e la stanchezza dell’Europa dopo la guerra. È una storia di adulti e bambini: adulti come Calloway, che ha visto in prima persona i risultati dei crimini di Lime, e bambini come il fiducioso Holly, che crede nel bene e nel male semplificati dei suoi romanzi western”.

IL GENERE CINEMATOGRAFICO

Opera ambigua e inquietante, Il terzo uomo è stato realizzato da uomini che hanno conosciuto in prima persona la devastazione dell’Europa e riassume in sé i generi cinematografici maggiormente legati agli aspetti più sgradevoli dell’essere umano che la guerra ha drammaticamente evidenziato. E’ una spy story in quanto le intelligence delle diverse nazioni che controllano Vienna cercano di smascherare i traffici di Lime; E’ un noir in quanto ci si confronta con un paesaggio urbano devastato, palcoscenico per improbabili protagonisti – uomini antieroici, spesso legati al mondo della criminalità, femmes fatales e femmes fragiles.
E’ un “Trümmerfilm” o “film di macerie”, termine adottato dai tedeschi per descrivere i film ambientati nella devastazione del dopoguerra, come le influenze dirette de il Terzo Uomo: ‘Gli assassini sono tra noi’ (Wolfgang Staudte, 1946) e ‘Germania anno zero’ (Roberto Rossellini, 1948).
E’ un film che riprende l’analisi del concetto di doppelgänger (nella cultura popolare già affrontato da Robert Stevenson in “Dr. Jekyll and Mr. Hyde” del 1886) e anche un film che, come nella tragedia greca, riflette sul ruolo che il destino ha nella vita di un uomo e quanto sia minimo il potere dell’uomo di contrastare ciò che il destino gli ha destinato.
Lungi dall’essere un semplice ritratto di buoni contro cattivi, come tanti film dell’epoca, Il terzo uomo resta quindi ambiguo e complesso nella individuazione di un senso etico che guidi le azioni dei protagonisti.

Le ombre e le strade notturne di Vienna

Per quanto possa ricordare a tratti Casablanca, la narrazione riflette piuttosto un senso cupo e paranoico della psicologia del secondo dopoguerra. Proprio come i personaggi principali stessi sono moralmente complessi o imperfetti, la narrazione, inclusa l’ambientazione a Vienna, dipinge un’immagine di un universo in cui i punti focali del bene e del male sono difficili da trovare e la realtà è sfocata e conflittuale. Il terzo uomo è una finestra sul futuro della Guerra Fredda, in cui i conflitti globali tra bene e male dovevano essere giocati da ‘giocatori’ che avessero poca dimestichezza con le nozioni di bene e male. L’illuminazione, ombre nette e una pletora di angoli di ripresa strani e obliqui sono uno degli espedienti tecnici usati da Reed per enfatizzare il senso in agguato di paranoia e tradimento che potrebbe aspettarsi dietro ogni angolo. I tratti espressionisti attribuiti fin da subito ai ‘cattivi’, con il grandangolo a deformarne i lineamenti in un ghigno, gradualmente soffondono dello stesso ghigno anche il volto dei ‘buoni’ facendo risaltare ancor più la mancanza di confini netti e di definizioni manichee della natura dell’animo umano.

La stupefacente fotografia di Krasker

SCENE MEMORABILI

Uno degli ingressi più famosi nella storia del cinema è la prima apparizione di Orson Welles nei panni di Harry Lime che avviene nel film a due terzi della storia. Lime si nasconde nell’ombra dall’altra parte della strada rispetto all’appartamento di Anna in cui si trova Martins. Tutto ciò che è inizialmente visibile sono le scarpe di Lime e il gatto di Anna, che di sfuggita ha detto essere affezionato a Lime. Una vicina dall’altra parte della strada sente del trambusto e accende la luce della sua camera da letto. In un lampo, illumina perfettamente il viso di Lime e Welles fa un sorrisetto/sorriso rivelatore prima di scomparire di nuovo nella notte.

La scena sulla ruota del Prater


Altra scena indimenticabile è quella in cui Holly e Harry finalmente si incontrano faccia a faccia sulla ruota panoramica. Alla tensione per le possibili azioni di un Lime che ci si aspetta orrendo mostro criminale si sostituisce lo sgomento per lo scambio rilassato e gioviale che avviene tra i due. “Intendi dirmi che se qualcuno venisse da te e ti dicesse che potresti guadagnare un sacco di soldi, ma l’unico problema è che ogni tanto, uno di quei punti potrebbe smettere di muoversi, diresti davvero di no?” “Ma tu credevi in Dio…” – “Oh, io credo ancora in Dio, vecchio. Credo in Dio, nella Misericordia e tutto il resto. Ma i morti sono più felici. non manca molto qui, poveri diavoli.” Il contributo di Welles è enorme, ovviamente. Egli abita il personaggio, la banalità del male che rappresenta, la capacità di essere a proprio agio in una doppia morale e il distacco rispetto alla gravità dei crimini commessi.
E infine la celeberrima scena dell’inseguimento nelle fogne di Vienna (che Welles si rifiutò di girare) in cui Lime abituato a vivere come un topo sottoterra cerca disperatamente di trovare la via verso la superficie che, sebbene tecnicamente mirabile per l’uso delle luci e per la capacità di disorientare lo spettatore nel sottrargli le coordinate, non oscura la suggestione prodotta dalla scena finale. In un’inquadratura statica, Anna passa silenziosamente davanti all’uomo che ha cercato di averla con l’inganno, scegliendo deliberatamente di chiudere un capitolo della sua vita. Con orgoglio, come l’Europa ferita che incarna.

La scena nelle fogne di Vienna

Il CONTRIBUTO DELLA FOTOGRAFIA e del TEMA MUSICALE

Non si può parlare di Il terzo uomo senza riconoscere l’incredibile contributo del direttore della fotografia Robert Krasker, che per il suo lavoro in questo film vinse l’Oscar. In quelle scene notturne, nelle strade sempre bagnate, con la superficie riflettente che creano, c’è uno straordinario senso di un mondo che è andato in pezzi, accentuato dalle telecamere decentrate, dagli angoli inclinati. Raffigura l’emergere dalla psicosi di massa, 60 milioni di persone uccise in guerra, una civiltà che si autodistrugge: lo stile della macchina da presa lo esprime perfettamente.
La musica inquietante e affascinante, ritmica, appassionata e triste, di Anton Karas, ascoltato in un locale e subito ‘scritturato’, diventa il commentatore – il genius loci – della scena viennese. Pulsante di speranza e desiderio, di “minaccia”, commozione e amore, completa le illusioni di una storia d’amore inaspettata. La musica della cetra è un personaggio de Il terzo uomo, che riflette la follia e la disperazione di quel mondo in frantumi, la sensazione che tutto possa accadere in qualsiasi momento. Dietro l’apparente ottimismo del tema musicale c’è tutta la macabra ironia di un’umanità devastata che nel personaggio di Holly Martins vuole confrontare il pubblico americano (all’epoca) galvanizzato dall’epopea dei suoi racconti western con la realtà raccapricciante, ipocrita, ironica e cruda di un continente devastato, la cui distruzione non conosceva barriere tra fisicità, nazionalità e moralità.

Harry Lime

HOLLY MARTINS e HARRY LIME

Di tutte le caricature americane nei romanzi e nelle sceneggiature di Greene, Holly potrebbe essere la più crudele, ma Cotten (nella vita reale un figlio dell’aristocrazia del sud) lo fa sembrare umano e persino simpatico con una interpretazione sobria e controllata. Holly manca di intelletto, manca di qualsiasi istinto della strada, di delicatezza o diplomazia. È assolutamente incapace di parlare, capire o persino pronunciare il tedesco, e il film ha una notevole quantità di dialoghi non tradotti. (Reed e Greene hanno insistito sul fatto che usare i sottotitoli avrebbe fatto perdere forza al film). Gli manca quasi tutto, tranne la decenza di base e le buone intenzioni, che sono qualifiche dubbie quando si tratta di esercitare il dominio politico e commerciale sul pianeta.
In tutta onestà, Holly manca anche di qualsiasi pretesa: l’unico momento in cui si può sentire l’affetto di Greene per il personaggio arriva all’incontro di una società culturale viennese, dove è chiaro che Holly (che scrive western nello stampo di Zane Grey) non ha mai sentito parlare di James Joyce e non ha idea di cosa si intenda per “flusso di coscienza”. Holly è stata invitata dagli amanti della cultura incaricati della denazificazione per parlare della “crisi della fede”. “Che cos’è?”, chiede in tutta innocenza.

Holly Martins

L’unico personaggio che sembra davvero a suo agio in questo ambiente corrotto sembra essere Harry Lime, il ricettatore, il delinquente, che usa le fogne della città per girare indisturbato a Vienna. Orson Welles ha rappresentato Harry Lime come un cattivo carismatico, cinico e senza rimorsi. Domina il film, anche se a malapena ha tempo sullo schermo prima che il film arrivi a oltre metà. È un tipico cattivo da noir, che è stato inghiottito dalla corruzione materialistica.
In un certo senso, Harry Lime incarna la fede idealistica che gli esseri umani ripongono nelle istituzioni, nei propri cari, nelle amicizie, in semplici paradigmi morali in bianco e nero. Il dipanarsi della sua mistica e la rivelazione straziante del suo nucleo spirituale amorale riflettevano le dure verità della Guerra Mondiale che era appena finita, e la Guerra Fredda che doveva venire, entrambe grandi lotte tra ideologie in competizione che promettevano molto in cambio di alleanze.

Anna Schmidt

ALIDA VALLI

Film di antieroi, Il terzo uomo vede la presenza femminile quasi unica della meravigliosa Alida Valli, ai tempi sotto contratto con il grande Selznick, nei panni di Anna Schmidt. Fascino altero e irragiungibile, nella scena finale, quando lentamente passa accanto a un pusillanime Holly Martins senza degnarlo di uno sguardo, sembra di ritrovare tutta la forza della sua storia personale di profuga istriana. «La più grande interpretazione della Valli è la fuga…» avrebbe scritto un critico negli ultimi anni di vita della diva. Schiva, riservata, Alida Valli avrebbe fatto suo quel finale memorabile de Il terzo uomo e sarebbe fuggita sempre, in qualche modo. Non dalla paura di non essere all’altezza del suo grande passato, quanto dal peso di quel passato, costellato da grandissimi film … fra cui Il terzo uomo è sicuramente il più memorabile.

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