Un ettaro di cielo, di Aglauco Casadio (1958)

di Andrea Lilli –

Dai vecchi spesso ci arrivano dei doni favolosi. Ci sono dei continenti di memorie sommerse, un ammasso enorme di visioni.
Spesso da questi mondi bui ci arrivano bagliori improvvisi. Bisogna raccoglierli. Mi viene da pensare ai cercatori d’oro che setacciano quintali e quintali di fanghiglia poi, un bel giorno, compare una pepita.

Tonino Guerra, Dizionario fantastico (voce Bagliore)

Nella lunga storia del rapporto tra il cinema e l’Emilia-Romagna, Un ettaro di cielo è un episodio particolarissimo. Anzitutto perché è l’unico lungometraggio di Aglauco Casadio, poeta, giornalista, critico d’arte, regista di documentari. Nato a Faenza, artista poliedrico della parola e dell’immagine, Casadio è un personaggio misterioso, schivo: difficile trovare sue fotografie o notizie biografiche, malgrado abbia frequentato i più noti cineasti, letterati e artisti della sua terra negli anni Cinquanta e Sessanta: Federico Fellini, Cesare Zavattini, Michelangelo Antonioni, Tonino Guerra, per fare solo alcuni nomi. Aglauco, poi, è un nome singolarissimo, e perciò tipicamente romagnolo: probabilmente derivato da Glauco, è talmente originale che, se cercate in Google, lo trovate associato solamente al signor Casadio, classe 1917, e a questa sua pepita: Un ettaro di cielo.

È una favola garbata e sognante, ispirata “da un fatto di cronaca” non meglio dettagliato, che ci fa collocare la meteora Casadio tra le stelle Zavattini e Fellini, un racconto sceneggiato insieme all’esordiente Tonino Guerra (apprezzato dal regista per le sue poesie in dialetto romagnolo), Elio Petri ed Ennio Flaiano. Le musiche sono di Nino Rota. Girata con questo calibro di nomi, un occhio al neorealismo e l’altro alla nascente commedia all’italiana (I soliti ignoti è dello stesso anno), è la storia di un venditore ambulante, Severino (Marcello Mastroianni), che si barcamena tra fantasiose truffe perpetrate ai danni degli ingenui paesani e le grazie assolute di Marina (Rosanna Schiaffino), procace cameriera dell’osteria di Migliarino, e ci restituisce visioni e sapori di quell’area emiliana del delta del Po, tra gli acquitrini di Volano e Codigoro e le fiere del ferrarese, che è sempre stata zona di rifugio per chi scappa dalle vicine folle e follie cittadine, o rivierasche.

L’allegro Severino Balestra “Grandi Rappresentanze” corre dunque col suo furgoncino lungo le strade bianche tra una palude e un canale. Lo conoscono tutti per il carattere esuberante, la sfacciataggine, la parlantina sciolta con cui spaccia sale da cucina come rimedio miracoloso contro le radiazioni nucleari e racconta fandonie sulla vita moderna a Milano o in America. Descrive con dovizia di particolari le ultime mirabolanti scoperte scientifiche (aggettivo che ricorda il Gassman ladro e seduttore de I soliti ignoti), come il rasoio elettrico, invenzione rivoluzionaria alla portata di tutti e a causa della quale “tutti i barbieri delle città si stanno suicidando”. Il barbiere ruspante Cleto (Carlo Pisacane, ovvero Capannelle) ci crede e si preoccupa, così come presta orecchio, insieme ai vecchi amici con cui divide la capanna e le giornate, all’affare del secolo che Severino improvvisa là per là, e propone senza alcuna esitazione: il cielo, in vendita a lotti.

Come Totò per la fontana di Trevi, Severino approfitta della propria eloquenza; senza sforzo convince i pensionati, che per godersi subito l’ettaro di paradiso appena acquistato non esitano a pianificare l’addio al mondo e ai dolori articolari mediante affogamento. Del resto, Severino non ha tempo per curarsi degli effetti delle sue chiacchiere, è tutto preso da un argomento che lo assorbe completamente: Marina, la bella figlia degli osti di Migliarino, che non solo gli resiste ancora ma è financo insidiata da un bulletto, motociclista di passaggio. Tra un tango e una gita in barca il fatuo Severino vince anche questa sfida, ma subito dopo capisce che guaio ha combinato prendendo in giro i quattro vecchietti. Marina è più lucida, lancia l’allarme, li cerca disperata con le guardie fluviali e rimprovera Severino, sconvolto e pentito. L’angoscia rompe l’idillio tra i due (qui stride parecchio lo scambio tra un Severino aggressivo e l’incolpevole Marina, con un Mastroianni per una volta poco credibile, dovendo recitare un attacco di nervi fuori contesto). L’unico personaggio che resta tranquillo e sereno è il cinico Germinal, l’anarchico contro tutto e tutti, che aveva spinto i vecchietti a realizzare il loro piano di ascensione alla nuova proprietà.

Ma poi ogni cosa si risistema: gli aspiranti suicidi non fanno i conti con la scarsa profondità dell’acqua, Germinal si rassegna a vederli sopravvivere, la ragazza e il ciarlatano si riconciliano: qui il broncio e l’incomprensione durano poco, siamo nel ferrarese ma lontani da Antonioni. Marina perdona e parte per una vita nuova con Severino, conta su di lui per fuggire dal paesino, non importa che siano poveri, sa che avrà nuovi vestiti, dei figli… Il boom economico è iniziato, si proceda a quello demografico.

Un film riuscito a metà, tanto apprezzato dalla critica quanto dimenticato dal grosso pubblico, nonostante il richiamo dei nomi di Marcello Mastroianni e Rosanna Schiaffino. Peccato, perché malgrado qualche incongruenza narrativa il film è ben fatto, interpretato in scioltezza da tutti gli attori, arricchito da una colonna sonora adeguata e gradevole, insomma pur mancando talvolta di tensione è una storia che si guarda con gusto. Lo scarso successo di botteghino comunque dissuase il regista dal proseguire con il genere della fiction: “A me piaceva fare i documentari, avevo a che fare con due o tre persone al massimo, un operatore, un elettricista e un assistente, e allora la cosa mi piaceva. Mi piaceva raccontare la realtà”, spiegò in un’intervista. Dopo una serie di cortometraggi, girati su commissione o per puro piacere poetico, alla fine degli anni Sessanta Aglauco Casadio depose la macchina da presa. Da allora si è dedicato all’arte figurativa e alla poesia, ritirandosi dal mondo del cinema se ne è ritagliato uno a sua misura. In compagnia di amici pittori ha pubblicato versi e racconti con piccole case editrici in edizioni da collezione. Senza fretta di altri paradisi, nella sua capanna su un argine lontano avrà pescato, pesca ogni tanto qualcosa fra i ricordi – sarebbe bello sapere quali – di un’epoca straordinaria e irripetibile, quella dei numerosi cineasti e poeti emiliani-romagnoli del secondo Novecento.


da sinistra: Marcello Mastroianni, Tonino Guerra, Aglauco Casadio sul set

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.

Blog su WordPress.com.

Su ↑

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: