I giorni del vino e delle rose, di Blake Edwards (1962)

Di A.C.

“Non durano a lungo il pianto e il riso,
l’amore, il desiderio e l’odio:
e questi sentimenti non hanno spazio in noi
quando varchiamo l’estremo cancello.
Non durano a lungo i giorni del vino e delle rose:
dalla nebbia del sogno
emerge per un attimo il nostro sentiero
che poi dentro il sogno si chiude.”

Da questi versi di Ernest Christopher Dawson ha origine il titolo del film di Blake Edwards, con un incipit malinconico da cui prende il via la parabola disperata dei due protagonisti.
Joe (Jack Lemmon) e Kirsten (Lee Remick) lavorano nella stessa azienda: lui impiegato che cerca di ottenere riconoscimento professionale dai suoi superiori rimediando loro compagnia femminile per festini alcolici, lei segretaria del capo. Entrambi accomunati da un senso di rassegnazione e di compromesso, si conoscono, si innamorano e in breve tempo si sposano.
Ma il vizio della bottiglia da parte di lui non tarda a risucchiare la compagna in quello che poi diventerà un vortice di autodistruzione che fagociterà le proprie vite, compromettendone stabilità lavorativa e serenità familiare, sul cui carico grava anche la nascita della loro piccola figlia.

Tra i primi confronti col drammatico puro di Blake Edwards, ricordato principalmente come un maestro della commedia ma il quale dimostrò perfetta sintonia anche con altri generi.
In presenza, per di più, di un illustre predecessore quale Giorni perduti di Billy Wilder, che per primo aveva affrontato il tema dell’alcolismo sotto una luce più tetra e lontana da una rappresentazione bonaria e comica dell’ubriacone, e che poteva certamente rappresentare un ostacolo ingombrante.
L’operazione di Edwards riprende il discorso del suo predecessore, attingendone i toni cupi e l’intensissimo elemento drammatico, ma applicandovi una maggiore componente introspettiva, andando a scavare nell’intimità del rapporto coniugale dei due protagonisti, entrambi anime in pena ed esponenti di una middle-class statunitense schiacciata dalla necessità di compromessi della propria professione (non dissimili dal duo di protagonisti de L’appartamento di Wilder, anch’esso con Lemmon protagonista), per cui la bottiglia diventa uno svago quasi necessario e un’evasione dalle proprie vite, per poi degenerare in una dipendenza ossessiva e distruttiva.

Performance superlativa di Lemmon, che di fatto consacrò anche le sue doti di interprete drammatico, affiancato degnamente dall’allora emergente Lee Remick alla sua seconda collaborazione con il regista dopo l’appena precedente Operazione Terrore. Diverse sequenze memorabili e di forte impatto come la crisi alcolica nella serra botanica o la terapia d’urto di disintossicazione del protagonista.
I giorni del vino e delle rose è un lungo tunnel di angosciante e straziante autodistruzione, che viaggia tra un continuo alternarsi di cadute e risalite e in cui la possibilità di vederne la proverbiale luce resta quanto mai incerta.


Una rappresentazione dell’etilismo quanto mai vera con un finale scevro da ogni rifugio consolatorio e in cui l’incognita del futuro è terribilmente marcata.
Tra le opere meno ricordate di Edwards, eppure tra i suoi migliori risultati in un decennio di produzione che annovererà tra le sue fila i capolavori comici de La pantera rosa e Hollywood Party.

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