Mamma Roma, di Pier Paolo Pasolini (Italia,1962)

di Girolamo Di Noto

Il 5 marzo 1922, cent’anni fa, nasceva a Bologna Pasolini, poeta, narratore, prima che regista, uomo sensibile, osservatore implacabile dell’Italia. Bisogna essere sempre cauti e attenti nel ricordare i grandi intellettuali del nostro tempo sia perché si corre il rischio di far parte di quella schiera di persone che scrivono parole inutili e insulse considerazioni, sia perché l’omaggio a Pasolini, seppur sentito e vissuto come emozionante, potrebbe dar vita ad una forma di narcisismo indiscriminato e senza pudore che spesso investe chi scrive e di cui bisogna tenersi alla larga.

Memorabili rimangono i versi scritti dal poeta Giorgio Caproni dedicati a Pasolini, esempio di ritegno e di rispetto per l’amico:

“Caro Pier Paolo.
Il bene che ci volevamo

– lo sai – era puro.

E puro il mio dolore.

Non voglio pubblicizzarlo.

Non voglio, per farmi bello,

fregiarmi della tua morte

come d’un fiore all’occhiello”.

Avvicinarsi alla poetica di un regista come Pasolini, lambire il suo pensiero, ha sempre sedotto, anche se quest’incanto si è accompagnato ad una struggente inquietudine; poiché la bellezza delle immagini dei suoi film, la compostezza figurativa delle inquadrature, trascinano un profluvio di emozioni che non possono essere comprese completamente, spiegate del tutto, risolte nel grigiore di una definizione ma sono semplicemente viste, ammirate, con stupore, meraviglia, indignazione anche, ma non con pregiudizio.

Buñuel diceva che il cinema era un’arma meravigliosa e pericolosa se “è uno spirito libero a maneggiarla”. Pasolini, da spirito libero, fece proprio, senza volerlo, questo comandamento e, coniugando “passione e ideologia”, mise in atto costantemente una riflessione su una società menzognera e bigotta, che non lascia scampo e non offre riscatto agli emarginati, sospesi tra l’aspirazione ad una vita migliore e una squallida realtà di miseria.

Mamma Roma, secondo film del regista dopo Accattone, rappresenta più di tutto lo scacco drammatico di un’integrazione, l’impossibilità di un riscatto sociale, di diventare ‘signori’. Racconta la storia di una prostituta di mezza età, Mamma Roma (Anna Magnani) che, approfittando del matrimonio del suo giovane protettore, Carmine (Franco Citti), con una ragazza di campagna, decide di rifarsi una vita assieme al figlio Ettore (Ettore Garofalo), un sedicenne scontroso, cresciuto in provincia.

Il desiderio della donna è raggiungere attraverso il figlio una rispettabilità piccolo-borghese, ma tutta la sua ostinata voglia di cambiar pagina si scontra inevitabilmente con il passato che ritorna, che non si può cancellare, che porterà l’evolversi della storia a tragiche conseguenze. “Sul niente non si costruisce niente”, ricorda il prete (interpretato dallo scrittore Paolo Volponi) a Mamma Roma, quando la donna gli chiede una raccomandazione per il figlio.

La donna vive su di sé il desiderio illusorio di un’evoluzione sociale: ha molti progetti, un posto da erbivendola al mercato, cerca un nuovo quartiere dove vivere per cambiare l’orizzonte esistenziale delle borgate. Si trasferisce da Casal Bertone a Cecafumo: “Bella eh, la nostra casa nova! Che te diceva tu’ madre!”. Gli spazi degradati, la biancheria stesa ad asciugare, i muri scrostati saranno sostituiti da spazi vuoti e impersonali, blocchi anonimi di grattacieli tutti uguali, spazi dove la civiltà sembra essersi arrestata ancor prima di mettere radici.

L’ambiente di Cecafumo non è poi così diverso da quello lasciato precedentemente. I ragazzi anche qui vivono di espedienti, non sanno come ingannare il tempo e i vagabondaggi scontrosi e senza meta di Ettore continuano ad esserci. Pasolini è straordinario nel mettere in evidenza il contrasto tra la vitalità irruenta e sanguigna di Mamma Roma e l’apatia di Ettore.

Il sogno di miglioramento che la donna proietta sul figlio Ettore – “A stronzo! Che t’ho messo ar mondo pe’ fatte diventá un cafone, io?”- si scontra con la fragilità del ragazzo, rappresentante di un ceto sociale lasciato ad affrontare “la cattiveria der monno” senza avere strumenti per difendersi. Accecata dal desiderio di raggiungere una stabilità borghese che non le è propria, Mamma Roma lotta per il figlio, lo travolge di amore materno, è orgogliosa e intenerita nel contemplarlo, è impaurita perché ha paura di perderlo.

Il ritratto di questo personaggio messo in luce dalla straordinaria interpretazione della Magnani è intenso, racchiude, sia nella risata sguaiata e allegra che nella disperazione muta del raggelante finale, una solitudine inconsolabile poiché – come ebbe modo di scrivere Pasolini nei suoi versi dedicati all’attrice romana – “nelle sue occhiate vive e mute/ si addensa il senso della tragedia”.

Di chi è la responsabilità, di chi è la colpa se Mamma Roma è una prostituta e se suo figlio non potrà mai essere un bravo ragazzo? È la stessa donna, nello straordinario piano sequenza notturno, a parlare a se stessa e al mondo, a cercare di individuare un colpevole: dapprima riflette sulle sue responsabilità, poi il discorso si allarga a cause deterministiche: “Ettore è un ladro perché il padre era un farabutto disgraziato e la madre del padre ‘na strozzina; perché il padre del padre era un ladrone e il padre della madre un boja”, fino a toccare vette più alte: “Di chi è la responsabilità. Spieghemelo te – e Mamma Roma alza gli occhi al cielo – io che nun so’ niente e te er Re dei Re”.

Non basta la scena struggente e divertente del tango sulle note di Violino tzigano a suggellare il rapporto tra madre e figlio. Gli abbracci, le risate spensierate, i passi invitanti non sono che una manciata di provvisoria felicità. All’ingenuità di credere che ci sia un posto dove nuovamente integrarsi Pasolini oppone la periodica ricomparsa di Carmine, il pappone che non vuole perdere la fonte dei suoi guadagni, il ricatto, gli indizi di morte, i tanti personaggi di contorno come Bruna, Biancofiore, “iscritti in un’anagrafe/ che da ogni storia li vuole ignorati”.

Nessuno ha saputo meglio raccontare il respiro della Roma popolare come Pasolini. La realtà, la vita vera è passata dentro lo sguardo dei suoi stessi personaggi. Il suo è stato un cinema di poesia, che si è espresso attraverso le immagini e si è avvalso dello straordinario apporto che ha dato l’arte pittorica. In particolare nella sequenza iniziale del banchetto di nozze del protettore di Mamma Roma, in cui burini e papponi sono investiti della stessa miseria, c’è un richiamo al modello dell’Ultima Cena del Ghirlandaio e soprattutto nella sequenza finale della morte di Ettore, esanime sul letto di costrizione, è stato individuato come modello il Cristo morto di Mantegna anche se Pasolini preferiva più fosse accostato a Masaccio. Una moderna figura cristologica che muore per peccati che non ha commesso e che passa dall’innocenza e incoscienza al martirio. “Perché mi avete lasciato qua”, sussurra Ettore e questa voce inascoltata porta con sé tutta la solitudine e la tragicità della mancanza di una redenzione.

Il mondo dei diseredati trova quindi nell’opera di Pasolini i giusti toni di una interpretazione commossa e la riflessione profetica e amara sull’impossibilità per i più poveri di sfuggire ad un destino di sofferenze vede nella presenza imponente, sgraziata, magnifica della Magnani una degna figura emblematica. Mamma Roma è Anna Magnani. Se si pensa alla mamma vengono in mente la popolana Pina di Roma città aperta di Rossellini o Maddalena Cecconi di Bellissima di Visconti, se si pensa a Roma l’accostamento non può essere che a lei.

Il suo volto, il suo sguardo muto verso Roma, carico di disperazione e protesta, quando viene a sapere della morte del figlio, è di un’intensità dolorosa, ineguagliabile e il montaggio parallelo e alternato che accosta l’agonia sul letto di Ettore e la solitudine del dolore della madre è da brividi e dà vita al volto di una Madonna nella contemplazione del Cristo morente. Immagine indelebile di un cinema legato a temi eterni come il destino dell’uomo, il senso sacro della vita e della morte a cui Pasolini ha dato il giusto spessore, superando indenne le barriere del tempo, toccando il cuore di tutti noi.

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