Old, di M. Night Shyamalan (2021)

di Roberta Lamonica

Locandina

Sinossi

Su un’isola tropicale, in un resort da sogno accolta da un manager alla Mr Roarke (l’indimenticabile Ricardo Montalbàn di Fantasilandia) una coppia in crisi con due figli piccoli cerca di passare qualche giorno all’insegna del relax e dello svago.

Il mattino dopo il loro arrivo, durante la colazione, accade un po’ di tutto: il manager allontana il nipotino dai tratti polinesiani (quasi una versione rivisitata del Tattoo -Hervé Villechaize – della fortunata serie su menzionata) con modi bruschi, una donna ha una crisi epilettica e un’altra bella ed esigente giovane donna si sincera sulla reale presenza di calcio nel latte.

All’insaputa degli altri ospiti, a tutti loro viene offerta una giornata indimenticabile su una spiaggia super esclusiva dell’isola.

Attraverso una profonda gola, i protagonisti arrivano a un vero e proprio angolo di paradiso che però,

nel giro di pochi minuti, si trasforma in un incubo a occhi aperti.

Il piccolo Trent

Old e lo sguardo ‘fanciullo’ di Shyamalan

Tratto da “Sandcastle”, una graphic novel francese di Pierre Oscar Levy e Frederik Peters, “Old” rinnova lo sguardo privilegiato di Shyamalan, mutuato dal suo maestro ispiratore Spielberg, sull’universo dell’infanzia e sulle risorse inesauribili a cui un’esistenza non ancora completamente tramata dai mali della vita, può attingere. Nella famiglia protagonista è come se ci fossero due linee prospettiche ben separate. Gli adulti fanno i conti con le voragini emotive della loro vita abbandonando man nano che il film procede il loro ruolo di cura e protezione che passa sui figli come un testimone. I bambini crescono e cambiano e i loro genitori percepiscono la sola fenomenologia del loro cambiamento che avviene sempre fuori campo. Si fanno Castelli di sabbia con le formine e con le mani, su quella spiaggia che ha misteriosamente ‘mangiato via’ la vita dei protagonisti. Eppure i protagonisti restano in qualche modo bambini fino alla fine. Ed è proprio il recupero della dimensione infantile della “possibilità dell’impossibile” che si inserisce il twist finale, tanto caro a Shyamalan e che qui assume una funzione meramente consequenziale e conclusiva. Questo è sicuramente il punto di forza di un film che lascia comunque dei nodi irrisolti.

La famiglia Cappa

I nodi irrisolti di Old

La produzione cinematografica di M. Night Shyamalan ha abituato lo spettatore a un tourbillon di aspettative soddisfatte e deluse.

Dal periodo d’oro inaugurato con Il Sesto senso a questo ultimo suo lavoro ‘Old’, il regista indiano naturalizzato statunitense ha sempre mostrato solidità e padronanza del mezzo tecnico, con scelte stilistiche molto interessanti. E anche Old – con le sue panoramiche, le sue dissolvenze, la sua sfumatura delle immagini – non fa eccezione.

Ma è nella sceneggiatura e nella trattazione dei temi di fondo che ancora una volta – come già accaduto per film di pur discreto successo di pubblico come Signs e The Village – si riscontrano problemi.

L’idea di un misterioso “acceleratore biologico” che fa invecchiare chiunque si trovi sulla misteriosa spiaggia sarebbe anche interessante, se non fosse per la difficoltà di realizzarla cinematograficamente senza che risulti ancor più inverosimile delle premesse. Il paradosso temporale alla base del film fa sì che gli avvenimenti si susseguano a un ritmo troppo rapido perché i protagonisti (e gli spettatori) abbiano il tempo di assimilarli, adeguando la loro recitazione di conseguenza.

Tempus fugit

Le prove attoriali

Decisamente deludenti le prove dei pur talentuosi Gael García Bernal, Vicky Krieps e Thomasin McKenzie, incapaci di condensare in 108 minuti di film lo smarrimento, il terrore, l’accettazione, il perdono, il dolore e la rassegnazione che lo scorrere inesorabile di tutta una vita in poche ore prevedrebbe. Alcune presenze che inizialmente sembrano centrali, sì perdono quasi inspiegabilmente, come il rapper misterioso interpretato da Aaron Pierre. Forse solo il personaggio interpretato da Abbet Lee assume nel corso del film una dimensione tragica in qualche modo credibile. Da strenua oppositrice al suo naturale invecchiamento, finirà vittima di una gravissima forma di artrite deformante che la porterà a nascondersi tra le pieghe del tempo, rappresentate dalle grotte e i meandri della gola, prigioniera del rimorso per una vita sprecata in scelte sbagliate.

Questo gruppo di turisti ‘selezionati’ (in realtà sembrano sopravvissuti tipo i personaggi di Lost) ben assortiti per gruppo etnico, età e contesto socio-economico, sembra essere stato scelto per prender parte a una specie di un Truman Show, qui è un esperimento più bio medico che sociale, senza però nessuna porta dalla quale scappare, alla fine. Il cameo di Shyamalan (mutuato da un altra sua fonte di ispirazione, Hitchcock) in cui il personaggio da lui interpretato è una apparentemente marginale presenza, ma in realtà è un burattinaio che tira i fili, come a voler circoscrivere i confini della storia e invitare gli spettatori a sospendere l’incredulità.

Alex Wolff e Vicky Krieps

Le conclusioni

E noi spettatori lo facciamo fino a quando è impossibile non vedere l’impalpabilità con cui vengono trattati i grandi temi che sottendono il film: il rapporto tra le generazioni, le tensioni razziali, lo scarto tra la propria immagine e la propria verità, i limiti etici della ricerca scientifica, l’essenza dell’amore.

Tutto ciò che di ‘enorme’ è all’origine del grande disorientamento dei protagonisti non trova una reale evoluzione nell’arco narrativo del film. Alcune scene sono francamente risibili (la gravidanza di Cara e l’intervento chirurgico su tutte) e si ha l’impressione che l’acqua del mare che si infrange fragorosa e impetuosa sugli scogli davanti alla spiaggia porti irreversibilmente via con sé oltre a momenti di vita preziosi dei protagonisti anche l’anima incompiuta di questo film.

Gael García Bernal

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