La voglia matta, di Luciano Salce (1962)

di Bruno Ciccaglione

Così come aveva “inventato” una nuova carriera da attore per Ugo Tognazzi con Il federale, con La voglia matta Luciano Salce lancia la giovanissima – ancorché non debuttante – Catherine Spaak in un ruolo che concorrerà a definire i suoi primi anni di carriera, caratterizzati da ruoli da giovane spregiudicata tipici della nuova Italia dei primi anni ’60.

L’intelligenza di Salce si combina con l’esperienza di chi ha già saputo confrontarsi con una dimensione internazionale: dopo la dura prigionia di guerra in Germania e la delusione dei primi anni del dopoguerra italiano, Salce troverà il successo e darà una svolta alla propria vita in Brasile, assieme ad Adolfo Celi, suo vecchio amico ed ex compagno all’Accademia Silvio D’amico (con loro anche Gassman…). Quando torna in Italia dimostra subito una acuta capacità di lettura delle profonde trasformazioni sociali in atto e realizza alcuni film imperdibili.

La voglia matta è senz’altro uno di questi. Al centro della storia, il film mette un tipo sociale sostanzialmente nuovo, che sta emergendo nella società italiana assieme all’esplosione del boom economico: il (piccolo) borghese che si sta arricchendo e che sta gradualmente abbandonando la cultura operosa e discreta della sua classe di appartenenza, cedendo all’estasi consumista.

A far letteralmente perdere il senno al quarantenne ingegner Antonio Berlinghieri (uno strepitoso Ugo Tognazzi), c’è la protagonista femminile del film, Francesca, la allora diciassettenne Catherine Spaak, che appare come la personalità più forte di una comitiva di giovani nel pieno di un fine settimana che essi vogliono di sfrenato divertimento.

Anche questa rappresentazione del mondo giovanile era una novità dell’Italia dell’inizio degli anni ’60, ben colta da Salce. Fino ad allora il mondo degli adolescenti non era quasi rappresentato. Salce si accorge che, per lo meno tra i figli di quella borghesia che sta facendo i soldi, un nuovo modo di essere si sta affermando e decide di metterlo al centro del film. Non a caso Antonio/Tognazzi, non capisce niente di questi giovani e men che meno di Francesca/Spaak, di cosa li muova, di cosa li interessi (Salce sembra quasi suggerire, col tocco leggero da commedia che gli è proprio, che forse nulla davvero li interessi, che siano solo i classici figli di papà).

Tutta la tensione tra Francesca e Antonio, d’altra parte, si svolge all’interno dello stesso mondo cui entrambi appartengono, il mondo borghese. Ma la differenza generazionale è un abisso, tra di loro, anche se Antonio si illude di trovare, nella leggerezza frivola della modernità neocapitalista, un legame con la ragazza. Pensa di possedere il fascino dell’uomo maturo, ma non si accorge di appartenere a un’altra epoca. I giovani di questa nuova Italia sono completamente diversi da quelli precedenti, nella vita non cercano nulla di quanto cercasse la generazione precedente e il rapporto di Antonio con Francesca è reso ancora più intrigante dal fatto che tutta la vicenda, interna al mondo borghese, non abbia i connotati del conflitto di classe che ad esempio troviamo in La bambolona (altra interpretazione straordinaria di Tognazzi).

Tognazzi è al suo meglio, nel mettere in scena lo squallore del tipico maschio italiano dominato da quel che avviene nei suoi pantaloni, mentre Spaak è perfetta nel ruolo di questa ragazzina capace di manipolarlo, sfrontata e seducente, completamente a suo agio in questa posizione di dominio, che gioca con il desiderio di lui con sapienza e astuzia. Una rivelazione, la sua interpretazione, che le regalerà una carriera ricca e varia.

Nei due giorni in cui Antonio/Tognazzi, invaghito di Francesca/Spaak decide avventatamente e contro ogni intelligenza di aggregarsi alla comitiva di giovani per il fine settimana, la ragazza e i suoi amici non gli risparmieranno offese, sfruttamento, irrisioni, umiliazioni e perfino violenza.

Luciano Salce sceglie di non dare a questo road movie all’italiana l’esito tragico che qualche mese più tardi Dino Risi avrebbe scelto per il suo Il sorpasso, anche se un finale del genere sarebbe stato certamente adatto. Invece il regista preferisce lasciarci immaginare il rientro nei ranghi, alla propria solitudine, del piccolo borghese protagonista.

L’immagine di Tognazzi con il diadema da capo pellirosse mentre è alla guida della sua decappottabile fiammante, ormai consapevole del ridicolo di cui si è coperto, è l’emblema dell’Italia che forse non si è schiantata sull’Aurelia (come nel film di Risi), ma che si misura con i nuovi tempi con la immaturità di un bambino ancora intento nei propri giochi infantili.

Il film è disponibile su Youtube.

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