La promessa, di Sean Penn (Usa/2001)

di Girolamo Di Noto

“Ovunque solo tracce elusive e vaghi indizi – ragguagli reticenti o comunque inattendibili “. (Giorgio Caproni, L’ultimo borgo)

Molteplici ragioni possono spingere un regista, specie se si tratta di un attore-regista, a confrontarsi con un’opera letteraria. Ciò che ha spinto Sean Penn a mettere in scena La promessa – Un requiem per il romanzo giallo, tratto da un romanzo breve di Friedrich Dürrenmatt, è stato il fascino che il testo ha esercitato su di lui. Una storia che contiene tutti gli elementi che sono propri del genere poliziesco, come la scoperta del cadavere, la conseguente indagine, gli interrogatori, i pedinamenti, ma che poi segue una direzione diversa, diventando la cronaca di un’ossessione: ossessione per un’impossibile giustizia.

Come disse il regista in un’intervista, “il film non è sul killer o sui delitti, ma sull’investigatore”. È tutto concentrato sulla figura di un poliziotto che sta per andare in pensione, Jerry Black (Jack Nicholson), alle prese con un misterioso assassino di una bambina. Ha promesso alla madre di fare giustizia, di catturare il colpevole e dal momento in cui prende questo impegno, nell’istante in cui si assume questa responsabilità, la sua ricerca diventerà un’ossessione perché l’ineccepibile capolavoro logico del detective, la sua razionalità, il perfetto meccanismo da lui congegnato per catturare il mostro, non tengono conto del Caso, dell’imprevedibile.

Con la logica ci si accosta solo parzialmente alla verità mentre la vita vera è molto più complessa da essere compresa solo con il raziocinio. La promessa di Dürrenmatt diventa in questo modo – il sottotitolo del libro lo sottolinea – il requiem del giallo: la logica non conta più nulla contro la fatalità, il razionale non prevale sul caos e chi fa affidamento solo ed esclusivamente sulla ragione finisce per esserne la prima vittima.

Il poliziotto ha una sensibilità diversa dagli altri, sa andare oltre le apparenze, va contro la mediocrità della gente comune che trova subito, sbrigativamente, il colpevole pur di chiudere il caso. Neanche quando l’accusato, un pellerossa ritardato con precedenti di violenza carnale (Benicio Del Toro) confessa e si uccide, lui crede alla sua colpevolezza. È caparbio e ha ragione a credere che il colpevole non sia stato ancora trovato. La sua perspicacia non può far nulla però di fronte all’imponderabile: la sua perseveranza sbatte contro muri inspiegabili, si perde nei labirinti del caso finendo col trasformare la sua ossessione in beffa, quasi arrivando ai limiti della follia.

Penn fa iniziare il film con un’immagine del finale, un sole abbagliante, un paesaggio polveroso e l’immagine nitida di un volo di corvi quasi a voler simboleggiare da subito l’assenza di quei meccanismi rassicuranti che invece sono presenti nei romanzi gialli e che Dürrenmatt considera finti. Quel che irritava lo scrittore svizzero era l’intreccio: “Tutto accade come in una partita di scacchi, qui il delinquente, lì la vittima, qui il complice, basti che il detective conosca le regole e giochi la partita, ed ecco acciuffato il criminale “.

La tensione e l’orrore del film sta invece nel fatto che un’intuizione geniale e giusta – l’assassino dovrà prendere inevitabilmente una certa via e lì ad un crocicchio lo si potrà arrestare – sia rovinata dall’imprevedibilità della vita e dall’impossibilità del protagonista di dimostrare la sua visione.

Penn è abile nel riuscire ad illustrare, attraverso l’utilizzo di primi piani che si soffermano sui volti e l’uso dei campi lunghissimi che inquadrano paesaggi desolanti, l’inganno a cui sarebbero destinati tutti coloro che volessero ricavare dai propri sistemi logici un’interpretazione vera e plausibile. Il paesaggio innevato funge da cornice perfetta per descrivere la desolazione morale, l’impotenza progressiva del detective che è lì, con lo sguardo perso nel vuoto, con la sua pazienza metodica ad aspettare il momento giusto e, come un personaggio del teatro dell’assurdo, sarà intrepido ad attendere la rivelazione dell’assassino, che non si rivelerà mai.

La sua è una perenne attesa e neanche il tentativo di comportarsi in maniera quasi speculare al mostro, mettendo a repentaglio la vita di una bambina trattata come esca, riuscirà nel suo intento. Dürrenmatt – morto nel 1990 – non ha potuto vedere il film di Penn, ma sicuramente sarebbe stato soddisfatto dell’esito.

Pur non essendo ambientato in Svizzera e nonostante il regista cambi l’identità del protagonista, che nell’originale si chiama Matthäi, il film rispecchia la filosofia dello scrittore svizzero, si avvicina al credo di Dürrenmatt secondo cui il mondo è caotico e imprevedibile.

Non si dirà lo stesso per un altro film, Il mostro di Magendorf, di Ladislao Vajda, il primo film che verrà tratto da questo soggetto, presentato al Festival di Berlino nel 1958. È curiosa la storia del libro La promessa: quando in un’intervista, Dürrenmatt sostiene che “i buoni soggetti si trovano per strada “, il produttore Lazar Wechsler lo prende in parola e gli commissiona una sceneggiatura sui crimini sessuali commessi sui bambini. Dürrenmatt accetta ma si troverà in disaccordo con il produttore sul finale: secondo lo scrittore svizzero l’assassino non doveva venire scoperto e l’ispettore doveva continuare le sue indagini fino a sprofondare nella follia. Il produttore invece impone un finale conforme a quella che Dürrenmatt chiamerà “la legge” del romanzo poliziesco, in cui il detective trionfa sempre.

Dopo l’uscita del film Dürrenmatt riprenderà in mano il suo materiale e lo riscrive modificandone il finale e ne trarrà il libro lasciando che a trionfare non sia né il Bene né il Male ma una terza forza: il Caso.

Penn, alla pari di Dürrenmatt, rovescerà la figura del poliziotto, tradizionalmente vittoriosa nella lotta della Ragione contro il Male e, assecondando il vagabondaggio mentale del protagonista, darà vita ad un personaggio caparbio e malinconico, incredulo e consapevole che la cattura del colpevole è un dovere morale, la cui credibilità è resa in modo strepitoso dalla straordinaria interpretazione di Jack Nicholson, qui davvero in stato di grazia, capace di vestire il personaggio in un precario equilibrio tra ragione e follia.

Se in Delitto e castigo di Dostoevskij il compito di Porfirij Petrovic non è quello di scoprire il colpevole, che egli conosce fin dall’inizio, ma di scoprire le ragioni profonde del delitto e di aiutare il colpevole a capirle, ne La promessa il compito del commissario diventa una scommessa fatta su sé stesso, una promessa da mantenere, diventa la sua ragione di vita, un’ossessione che “sotto il cielo incalzato dall’eternità” sarà sempre presente, lasciando che viva una realtà sempre sfuggente, disseminata di smentite, nella quale svaniscono tutte le certezze.

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