‘In the mood for love’, di Wong Kar-Wai (2000), con Tony Leung e Maggie Cheung

‘Il peggior modo di sentire la mancanza di qualcuno è esserci seduto accanto e sapere che non l’avrai mai’.
Gabriel Garcia Marquez

In una Hong Kong degli anni ‘60 sfocata e piovosa, impercettibilmente delineata da ambienti sotterranei e angusti e da strade deserte, Chow e Chan incrociano le loro vite per caso. Condividono gli spazi affollati e claustrofobici di appartamenti presi in affitto e una vita dettata da ritmi regolari, scandita dal salire e scendere di strette scale e dalle volute di fumo della sigaretta che Chow accende di continuo.
In questa discreta e composta promiscuità i coniugi di Chow e Chan iniziano una relazione e a loro toccherà fare i conti con l’elaborazione di questo dolore. Insieme.
Inevitabilmente i due si avvicinano, si sostengono a vicenda e cercano di immaginare e trovare gli strumenti per affrontare questa frattura disorientante e inaspettata. E altrettanto inevitabilmente si innamorano. Ma il film non è su una storia d’amore che cura e rigenera. È sulla predisposizione verso un sentimento e sulla maturità per viverlo ma che alla fine non sarà vissuto, consumato e sarà a malapena confessato. È un film sulla implosione di emozioni inesplorate, di incontri rubati, di convenzioni che non possono essere sfidate e di un tempo che scorre portando via con sé la contingenza delle situazioni ma non il perdurare di sentimenti profondissimi.
Chow e Chan sono forti e incrollabili nel tentare di tenere in piedi un mondo che si sta sgretolando sotto i loro piedi, strappato come i manifesti sui muri dei luoghi umidi in cui si incontrano, falso come il sacramento del matrimonio in cui entrambi credono fermamente.
La loro è una ricerca di compostezza, di eleganza e di pudicizia.
Chan è un fuscello, un giunco scosso dal vento impetuoso ma fermo e inalienabile sui suoi valori, ben conscia di dove tacchi alti e ciabattine da camera debbano stare.
Chow è resiliente, dolorosamente pronto ad affrontare ciò che la vita ha in serbo per lui, e dignitosamente onesto e coerente nel rivendicare la forza del suo amore.


E forse proprio per questo egli affida alla imperturbabile solitudine, immobilità ma perduranza di un tempio birmano l’eternità del suo amore, sussurrandolo in un buco in una roccia su cui poi nascerà dell’erba, la vita e il suo perpetrarsi, in definitiva. Perché il dono di aver potuto sentire un amore di tale intensità merita di essere lodato e affidato all’eternità.
Questo film è poesia. È eleganza allo stato puro. La regia di Kar wai è magistrale. Il suo ampio uso del ralenti segnala la solitudine, la distanza e il distacco di Chow e Chan dal chiassoso, ciarliero e inconsapevole mondo che li circonda. Il bellissimo tema della colonna sonora, l’indimenticabile “Yumeji’s theme” di Shigeru Umebayashi, il tema del sogno, riempie di sé il film, tiene sospesi fino all’ultimo titolo di coda, insieme agli interventi di Michael Galasso cui fa da contraltare la passionale e evocativa “Quizas, quizas, quizas” di Nat King Cole, diventando elementi essenziali della narrazione.
Le dissolvenze ricreano un raffinato ed elegiaco andamento fatto di sottrazioni, in cui rimangono vivi oggetti, espressioni, fumo e interni. La meravigliosa fotografia di Christopher Doyle fa risaltare corridoi soffocanti e spazi claustrofobici, creando nuove inquadrature all’interno dell’inquadratura: i personaggi sono sempre incorniciati dentro finestre, porte e specchi.
I loro coniugi, invece, non sono mai presenti fisicamente, sono solo voci fuori campo, presenti solo come iniziale scintilla che accende il fuoco della storia. Chow e Chan rimangono spesso l’unico focus dell’inquadratura anche quando parlano con altri personaggi, come se le loro reazioni fossero ciò che unicamente importa.
In ogni inquadratura è presente un tono di rosso che satura completamente tutto lo spazio, che sia un dettaglio, la fantasia di un abito, o la luce di una lampada. Il rosso si impadronisce gradualmente dello schermo fino a quando l’attrazione tra i due raggiunge il punto più alto per poi spegnersi fino ad essere visibile solo in alcuni dettagli, come le lancette di quell’orologio che segna un tempo mai passato ed eternamente fermo sull’ora di un amore senza tempo.
Imperdibile.

Roberta Lamonica

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