Ho visto ciò che ero e so cosa sarò. Ho visto tutto ormai, non c’è più nulla da vedere!

Dancer in the Dark, L.von Trier (2000), con Bjork, Catherine Deneuve, David Morse.

Una madre Ceca, Selma, immigrata negli States, lavora in una fabbrica senza sosta, per risparmiare il denaro che le consentirà di donare al proprio figlio ciò che è stato negato a lei, un futuro pieno di luce. Selma è amata da tutti per la sua naturale bontà e l’alto senso del dovere. Condivide il tempo libero con la sua amica Cathy e la grande passione per i musical hollywoodiani.

Accusata ingiustamente e compromessa irrimediabilmente dalla crudeltà cieca di qualcuno di cui si fidava completamente, non esita a compiere un sacrificio estremo per ciò che per lei solo conta al mondo.

Ambientato in un’ America che si fatica a riconoscere e che potrebbe essere un paesaggio rurale di qualunque parte del mondo, Dancer in the Dark diventa cifra della mancanza di amore e dell’impossibilità della fiducia tra gli esseri umani.

Un film che capovolge completamente gli stilemi del musical sostituendo a una regia attenta al singolo dettaglio, alle luci e alla leggerezza armoniosa del cantato, una regia disorientante e traballante come i passi incerti della protagonista, una fotografia livida e fredda e il canto elegiaco e doloroso di Bjork.

Il fastidio che lo spettatore prova di fronte a personaggi mostrati come assolutamente buoni o irrimediabilmente negativi è secondo solo al sadismo con cui von Trier accompagna la protagonista e lo spettatore verso la fine. Le scene finali sono insopportabili da guardare perché trasmettono un forte senso di impotenza, lo stesso che hanno i personaggi di fronte alla legge americana, rispettata alla lettera e mai messa in discussione. È proprio di fronte alla subordinazione del cittadino americano alla Legge che la critica di von Trier allo stato a Stelle e Strisce raggiunge il suo acme. E la passione per il genere cinematografico preferito da Selma e che rappresenta tutto ciò che di luminoso e scintillante si può trovare nel sogno americano, diventa triste presagio di una fine già scritta.

“non mi piace quando cantano l’ultima canzone nei film […] perché quando la musica se ne va in crescendo e la macchina da presa punta verso l’alto capisci che sta finendo, allora… lo detesto. Detesto questo momento. E cercavo sempre di ingannarlo quand’ero ragazzina laggiù in Cecoslovacchia. Uscivo… uscivo dal cinema immediatamente dopo la fine della penultima canzone. Era come se il film durasse all’infinito”

Invece a noi spettatori di Dancer in the Dark tocca aspettare che quella tenda si chiuda e che l’ultima canzone venga cantata per liberarci di un’angoscia che 140 minuti di film hanno trasmesso senza pietà, senza concedere mai la possibilità di trovare pace; neppure nelle canzoni di Selma, così armonicamente fastidiose e intollerabili di fronte a una condizione sempre più insostenibile per un essere umano e che può avere un solo esito. Devastante

2 risposte a "Ho visto ciò che ero e so cosa sarò. Ho visto tutto ormai, non c’è più nulla da vedere!"

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